Furto nucleare

Uno tra gli incidenti nucleari più gravi della storia (valore 5 sulla scala INES) avvenne a Goiania, in Brasile, nel 1987. In quell'occasione venne rubato da un centro radiologico abbandonato una macchina per la radioterapia, al cui interno era presente una capsula di acciaio inossidabile e piombo contenente Cesio-137, un elemento radioattivo. L'oggetto rubato passò di mano in mano, causando la contaminazione di 249 persone e 4 vittime. Andiamo quindi a ricostruire cosa accadde esattamente in Brasile, quali furono i protagonisti dell'incidente di Goiania e le conseguenze di questo furto.

Il furto nell'ospedale abbandonato

Il centro radiologico di Goiana, in seguito al trasferimento in un edificio più moderno, lasciò abbandonato nel vecchio ospedale una macchina per le radiografie. L'informazione venne all'orecchio di Roberto dos Santos Alves che, assieme all'amico Wagner Mota Pereira, decise di commettere un furto – non sapendo ovviamente che quel macchinario contenesse materiale radioattivo.

capsula goiania

Dopo essere entrati nell'ospedale caricarono lo strumento smantellato su una carriola e lo portarono a casa di Roberto, dove i due provarono ad aprire la capsula di acciaio e piombo per scoprire cosa ci fosse dentro.
Iniziarono presto a sentirsi male a causa delle radiazioni ma, pensando a un'allergia a qualche alimento, continuarono a lavorare al loro progetto. Dopo un paio di giorni riuscirono a tirare fuori dalla capsula un cucchiaino di cesio, non riuscendo però a capire cosa farsene. Decisero quindi di vendere la capsula a uno sfasciacarrozze, Devair Alves Ferreira.

La capsula dello sfasciacarrozze

Devair vide che all'interno della capsula era presente una sostanza dal bagliore blu: quella che stava osservando era luce di Čerenkov, cioè una reazione che avviene tra le radiazioni beta del cesio e l’umidità dell’aria che causa questo tipico bagliore colorato. Affascinato da questo fenomeno, decise di portare la capsula a casa per farla ammirare alla famiglia e, estraendo dei piccoli frammenti di cesio, li fece in polvere per darli ad amici e familiari.
La prima a subire gli effetti della radioattività fu Gabriela, sua moglie, che venne presto ricoverata in ospedale – dove le venne diagnosticata una reazione allergica a qualcosa che aveva mangiato.

Goiania cerenkov

Anche Ivo Ferreira, il fratello di Devair, riuscì ad estrarre un po' di cesio e decise di regalarlo alla figlia di 6 anni. Lei, ammirando ingenuamente il colore brillante, si spalmò la polvere sul viso e, secondo i report ufficiali della IAEA, ne ingerì anche una parte, venendo colpita da un'enorme quantità di radiazioni.

La scoperta della contaminazione

Gabriela, la moglie dello sfasciacarrozze, fu la prima a sospettare che la capsula fosse la causa dei malesseri che stavano iniziando a colpire tutta la famiglia. La portò quindi alla Vigilancia Sanitaria e lì, finalmente, un medico intuì che il dispositivo che la donna teneva tra le mani potesse essere radioattivo. Contattarono quindi un esperto e, dopo un paio di misurazioni, ci si rese finalmente conto che gli enormi valori registrati dallo scintillatore erano collegati al cesio presente nella capsula.
A quel punto il Governo brasiliano iniziò a fare rilevazioni a tappeto in tutta l'area, bonificando le aree contaminate e procedendo alla demolizione di tutte le aree troppo radioattive per essere bonificate. Nel frattempo circa 112 mila persone si riversarono negli ospedali per farsi analizzare e, di queste, 246 risultarono effettivamente contaminate. Purtroppo ci furono anche quattro morti: la figlia di Ivo di soli 6 anni, Gabriela e due colleghi di Ivo che all'epoca avevano rispettivamente 18 e 22 anni.

contaminazione goiania

La società proprietaria dell'apparecchio per la radioterapia abbandonata fu costretta a versare circa 675 mila dollari di risarcimento e i due ladri, Roberto e Wagner, non vennero coinvolti nel processo perché nell'ospedale abbandonato non era presente nessun cartello che indicasse la presenza al suo interno di materiale radioattivo.

Articolo a cura di
Stefano Gandelli