
Forse il più famoso poeta italiano dopo Dante e sicuramente uno dei più amati, Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837) è autore di alcuni dei più alti capolavori della letteratura italiana e caposaldo del curriculum scolastico. A scuola si studia la sua biografia, si approfondiscono le sue opere maggiori, ma spesso si perdono molti piccoli dettagli della sua vita, che aiutano a capire lui e il contesto in cui visse.
1. Era figlio di due cugini (uno dei quali molto indebitato)
Giacomo Leopardi era il primo di dieci figli del conte Monaldo e di Adelaide Antici, che erano cugini tra loro. Al momento del matrimonio, la contessa Adelaide ebbe modo di constatare come il patrimonio familiare di Monaldo fosse rimasto fortemente intaccato da speculazioni azzardate. Dopo l'unione, con una gestione estremamente rigorosa delle risorse economiche, riuscì a riportare in equilibrio le finanze della famiglia.
2. Si occupò anche di astronomia e matematica
Leopardi non era solo appassionato di lettere, ma anche di scienza: si cimentò in astronomia e matematica, motivo per cui scrisse in giovane età alcune opere sul tema. Tra le prove più significative di questa fase giovanile si ricordano il trattatello di chimica redatto in collaborazione con il fratello Carlo e la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII, un’opera che testimonia non solo la sua precoce capacità di rielaborazione critica, ma anche la volontà di ordinare storicamente lo sviluppo delle conoscenze umane. In questi scritti emerge già una caratteristica fondamentale del suo metodo: l’attenzione alla razionalità, al dato empirico e alla costruzione sistematica del sapere.
3. Era un poliglotta
Leopardi sapeva il latino (scriveva in questa lingua da quando aveva nove anni); il greco antico, lingua che imparò da autodidatta; l'ebraico e numerose altre lingue moderne come il francese, l'inglese, lo spagnolo e il tedesco. Non solo, nel suo Zibaldone si trovano anche cenni ad altre lingue antiche, come il sanscrito.
4. Venne censurato e messo all'Indice dei libri proibiti
Le Operette morali di Giacomo Leopardi subirono una diffusione tutt’altro che lineare, incontrando nel corso dell’Ottocento numerosi ostacoli: vennero censurate più volte dalle autorità del Regno delle due Sicilie e dallo Stato Pontificio, limitate nella diffusione o sottoposte a restrizioni editoriali, fino a essere inserite nell’Indice dei libri proibiti, lo strumento attraverso cui la Chiesa cattolica segnalava i testi ritenuti contrari alla dottrina. La motivazione? Le idee materialiste e pessimiste che contenevano: in particolare proponevano una visione profondamente critica delle consolazioni religiose tradizionali e mettevano in discussione l’idea di una provvidenza benevola.
5. Soffrì di gravi problemi di salute
Reumi, cecità parziale, scoliosi e dolori lo accompagnarono per tutta la vita. L'ipotesi più accreditata per lungo tempo è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott, una spondilite tubercolare, o della spondilite anchilosante giovanile, sindrome reumatica autoimmune. Soffrì anche, e fin dalla giovinezza, di forti crisi depressive.
6. Odiava la superstizione
Figlio di una donna profondamente religiosa, al punto da essere spesso considerata superstiziosa nell’ambiente familiare e sociale in cui viveva, Giacomo Leopardi sviluppò nel corso della sua esistenza un atteggiamento sempre più critico e insofferente nei confronti delle credenze popolari legate alla fortuna, alla sfortuna e a ogni forma di irrazionalità diffusa. Questa diffidenza non si limitò a un piano personale, ma si tradusse anche in una più ampia riflessione culturale e filosofica sulla tendenza dell’uomo ad affidarsi a illusioni e credenze prive di fondamento razionale: lo possiamo leggere ne I nuovi credenti, un'opera in rima del 1835 dove fece una satira spietata contro lo spiritualismo napoletano.
7. Diversi studiosi pensano che abbia avuto una relazione con un massone
Negli anni Trenta dell'Ottocento Leopardi divenne molto amico di Antonio Ranieri, esule napoletano e massone, che sarebbe diventato senatore del Regno d'Italia. Questa amicizia, che durò fino alla morte del recanatese e che è attestata in un fitto carteggio, ha fatto pensare a numerosi studiosi che tra di loro ci fosse un rapporto amoroso; anche se è più probabile che si tratti di un intenso affetto platonico, com'era comune al tempo.
8. Morì prima di suo padre e non si riconciliò mai di persona
Giacomo non ebbe mai un buon rapporto con il padre Monaldo, che per via della salute cagionevole del figlio lo avrebbe volentieri indirizzato alla carriera ecclesiastica. Cercò di fuggire più volte di casa, prima di avere il permesso della famiglia (e quindi i fondi) per andarsene. Per tali ragioni i rapporti rimasero a lungo tesi. Quando si avvicinò alla morte, Giacomo si ammorbidì, cosa che vediamo nel passaggio dal "voi" delle lettere giovanili al "tu" di quelle mature. Non fece però in tempo a riconciliarsi di persona con il padre, che morì dieci anni dopo di lui.
9. A lui dobbiamo molti neologismi
Sono nientemeno che di Giacomo Leopardi termini come come "erompere", "fratricida", "improbo" e "incombere": il poeta le recuperò direttamente dalla tradizione latina e ne favorì la diffusione attraverso il proprio uso letterario, contribuendo ad arricchire il vocabolario della lingua italiana. Questa tendenza innovatrice, tuttavia, non fu accolta favorevolmente da tutti. I puristi del tempo, convinti che l'italiano dovesse attenersi rigidamente al modello dei grandi autori del Trecento, guardavano con sospetto qualsiasi innovazione lessicale e accusavano Leopardi di allontanarsi dalla tradizione. Le sue scelte linguistiche suscitarono quindi numerose critiche, anche se col passare del tempo molte delle parole da lui promosse entrarono stabilmente nell'uso comune, confermando la sua sensibilità linguistica e il suo ruolo nel rinnovamento dell'italiano moderno.
10. Non siamo sicuri che le sue spoglie siano davvero sue
Essendo Leopardi morto a Napoli prematuramente (a nemmeno 39 anni) nel bel mezzo di un'epidemia di colera, il suo corpo sarebbe dovuto essere gettato in una fossa comune, come da prassi sanitaria del tempo.
Grazie ad Antonio Ranieri, che coinvolse tutti i suoi contatti nel Regno, le sue spoglie sarebbero state inumate nella cripta e poi nell'atrio della chiesa di San Vitale Martire, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. Del fatto che questo sia effettivamente accaduto gli studiosi non sono sicuri. La versione ufficiale del Centro Nazionale Studi Leopardiani è che le spoglie si trovino oggi al Parco Vergiliano di Piedigrotta, miracolosamente salvata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, e che parte del monumento sia stata portata a Recanati. La riesumazione per fare un test del DNA, chiesta oltre vent'anni fa, è stata però negata.