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29 Luglio 2026
15:00

Perché quando ci si arrabbia si dice “porco cane”: origine dell’espressione

"Porco cane" nasce come espressione greca per non nominare gli dèi invano, passa per la linguistica medievale e arriva ai tempi moderni dove viene usata per sostituire una bestemmia.

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Perché quando ci si arrabbia si dice “porco cane”: origine dell’espressione
maiale cane

Alcune parolacce portano sulle spalle duemila anni di storia e sorprenderà sapere che "porco cane" è una di queste: un'espressione forte che viene usata per esprimere fastidio, sorpresa, irritazione e rabbia e che nasce come eufemismo per mascherare una bestemmia. Un termine che all'apparenza sembra unire due animali storicamente usati come insulti, ma che in realtà aiuta a scacciare superstizioni greche antichissime e che fu perfino usata in ambito musicale negli anni Settanta come sostituzione di un termine ben più volgare.

Perché un maiale e un cane: un’offesa sul piano divino e canino

La prima domanda da farsi è perché si è scelti proprio un maiale e un cane per esprimere così tanta frustrazione? La spiegazione più immediata sta nel disprezzo che, storicamente, l'uomo ha riservato a entrambi questi animali, per quanto possa far storcere il naso ai cinofili che leggono. Un esempio è l'espressione "cani e porci" che descrive una folla di persone disparata e di scarsa qualità, tanto che i due animali finiscono semplicemente fusi insieme nell'imprecazione "porco cane".

Infatti, il repertorio italiano di imprecazioni include anche diversi epiteti basati su animali: oltre a porco e cane, ricorrono bestia, boia, maiale, serpente e orco, fino ad arrivare a varianti dialettali come il can veneto, usato come forte intercalare nell'omonima regione. Partiamo, però, analizzando il disprezzo per il cane, tutt'altro che scontato per chi è abituato a considerarlo da sempre il migliore amico dell'uomo.

Una delle ipotesi più accreditate sull'origine remota di "porco cane" risale addirittura alla Grecia classica. Radamanto, il giudice dell'Averno nella mitologia greca, avrebbe imposto di giurare non sugli dèi ma su piante e animali domestici in modo da non nominare invano le divinità, esclamando, ad esempio: "per il cane!". Nell'antichità si usava giurare "per il cane" o "per l'oca" (da cui, secondo alcuni, deriverebbero proprio le esclamazioni "porco cane" e "porca l'oca") utilizzando queste espressioni in origine non come insulti, ma come formule apotropaiche per allontanare ed esorcizzare un pericolo senza invocare direttamente una divinità.

A sostegno di questa pista, in greco sono attestate formule usate spesso da Socrate nei “Dialoghi di Platone”, come "per il cane!", "per il cane d'Egitto!" o "per il cane, il dio degli egizi!", che rappresentavano una chiara invocazione ad Anubi, il potente dio dell'oltretomba tradizionalmente raffigurato con la testa di sciacallo. Insomma, se gli antichi greci non potevano infamare il proprio pantheon, perché non farlo con quello egiziano?

A sostegno di tale ipotesi, il linguista Eugenio Coseriu suggerisce che l'espressione sia collegata all'usanza di non nominare invano Zeus (proprio lui, il re degli dèi dell'Olimpo), che in greco suonava Zena (Ζηνα) e per non infrangere il tabù, si sfruttava l'assonanza e si imprecava "per l'oca" (χηνα, chena) o, nuovamente, "per il cane" (kuνα, cuna).

È un'ipotesi affascinante che pur restando un'ipotesi non accertata definitivamente offre uno spunto interessante su come l’uomo ha sempre cercato di edulcorare le proprie espressioni ricollegandosi con il divino, con gli animali e con la natura sin dai tempi più antichi, talvolta unendoli assieme.

Anubis
Anubis – Credits: Eternal Space, CC BY–SA 4.0, via Wikimedia Commons

Perché diciamo "porco" come rinforzo

C'è poi una seconda parte di questa espressione che rimane tutt’altro che ignorata. Perché "porco" si è imposto come rafforzativo davanti a così tante imprecazioni italiane (“porca miseria”, “porca vacca”, “porco Giuda”) fino a giungere a vere e proprie imprecazioni verso il divino?

Questa volta la spiegazione è più semplice e ben documentata. All’interno del panorama delle imprecazioni italiane, l'epiteto "porco" si è imposto come un potentissimo intensificatore semantico a causa di precise dinamiche socio-antropologiche. Nella nostra cultura, il maiale incarna storicamente la massima espressione del tabù biologico e morale di un animale vicino all'uomo che però viene relegato all'impurità, ideale per essere usato come proiettore di disprezzo. Quando la frustrazione richiede uno sfogo immediato, la mente tende a evitare la bestemmia diretta, perché frenata da forti tabù religiosi e sociali, e in questo modo devia la carica offensiva verso bersagli profani o formule eufemistiche come porca miseria, porca vacca o porco Giuda. In questo modo, la struttura sintattica porco/a + nome si comporta come una valvola di sfogo emotiva socialmente tollerata atta a degradare l'oggetto colpito trascinandolo simbolicamente nel fango.

In questo senso, un'altra curiosità sociolinguistica riguarda la parola "orco", spesso usata come intercalare innocuo ("orco cane!", "orca miseria!"). L'uso di "orco" al posto di "porco" nasce come un ulteriore eufemismo, una semplice alterazione fonetica adottata per cautela. Si tratterebbe di un meccanismo preciso di "alterazione fonetica" con il quale eliminando la "p" iniziale si riesce a sfogare la rabbia o la frustrazione evitando di pronunciare per intero un epiteto considerato volgare o blasfemo.

Questa contrazione si usa spesso in abbinamento ad altri termini mascherati: "orco cane", "orco diavolo" o "orco zio"), ma talvolta viene utilizzata anche da sola come esclamazione a sé stante. Questo stesso meccanismo ha prodotto "zio" al posto di "Dio" nelle imprecazioni, o "accidenti" al posto di formule più dirette, una strategia codificata che in linguistica si chiama eufemismo da alterazione fonetica.

L'eufemismo ex-bestemmia di Ricky Gianco

Per essere ancora più precisi, dal punto di vista della linguistica contemporanea, il fenomeno rientra nell'interdizione linguistica, ovvero la tendenza a evitare di nominare direttamente concetti percepiti come tabù, sostituendoli con formule attenuate. Già negli anni Sessanta la linguista Nora Galli de' Paratesi definiva l'interdizione come la "coazione a non parlare di una data cosa", un fenomeno che può essere imposto dall'esterno (censure, norme o leggi) o vissuto come pulsione interiore, ma che resta comunque il motore psicologico di una serie di comportamenti linguistici.

Immagine
Ricky Gianco in basso al centro – Credits: Public domain, via Wikimedia Commons

Un esempio concreto di "porco cane" attestatosi esplicitamente come eufemismo sostitutivo di una bestemmia esiste nella musica italiana degli anni ‘70. La canzone "Questa casa non la mollerò" di Ricky Gianco originariamente conteneva una bestemmia, ma quando il brano venne eseguito dal vivo nel giugno 1976 durante una festa del Proletariato Giovanile al Parco Lambro, la registrazione live fu pubblicata così com'era quello stesso anno (bestemmia inclusa). All’uscita del singolo, però, la bestemmia fu sostituita proprio dall'eufemismo "porco cane". Per Ricky Gianco scegliere "porco cane"  fu la messa in pratica di una strategia linguistica vecchia di millenni (ma anche un salvataggio editoriale di pubblica immagine molto probabilmente) .

Quindi, la prossima volta che scappa un "porco cane", bisogna sapere che inconsapevolmente si sta ripetendo una formula apotropaica greca, applicando un meccanismo eufemistico codificato dalla linguistica moderna e ricalcando le orme di Socrate, che giurava su Anubis quando voleva evitare di nominare i propri dèi invano.

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