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17 Aprile 2026
17:30

Le 6 rapine italiane più famose del 1900, da via Osoppo a Milano al caveau del Tribunale di Roma

Dall'assalto al portavalori della banda in tuta blu in via Osoppo, a Milano, nel 1958, alla rapina delle Poste di Torino, finita in tragedia nel 1996, fino al colpo nel caveau del tribunale di Roma a opera di Massimo Carminati e dei suoi complici nel 1999, ecco 6 tra le rapine più famose del nostro Paese.

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Le 6 rapine italiane più famose del 1900, da via Osoppo a Milano al caveau del Tribunale di Roma
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Di grandi rapine nel Novecento italiano ce ne sono state tante, da quella di via Osoppo, a Milano, nel 1958, al furto indisturbato al caveau del Tribunale di Roma nel 1999.

Lo scorso 16 aprile a Napoli è andata in scena una rapina che potrebbe guadagnarsi un posto tra quelle che si faranno ricordare: un gruppo di ladri, mascherati con dei collant, ha assaltato la banca Crédit Agricole di piazzale Medaglie d’Oro, nel quartiere residenziale Arenella. La banda di rapinatori, munita di armi finte, ha preso 25 persone in ostaggio, poi liberate,, e ha portato via decine di cassette di sicurezza dal caveau della filiale, per poi fuggire dalle fogne. Il bottino non è ancora stato quantificato. E mentre le ricerche della polizia vanno avanti, per il momento senza risultato, vale la pena ripercorrere la serie di illustri rapine avvenute in Italia nel corso dell’ultimo secolo.

Il colpo della Banda di via Osoppo (Milano, 1958)

Milano, giovedì 27 febbraio 1958: un gruppo di criminali in tuta blu da operaio e passamontagna compì una rapina a un portavalori per un bottino di 114 milioni di lire in banconote da 5 e 10mila lire. I sette uomini avevano a lungo studiato il percorso del portavalori della Banca Popolare di Milano, che dalle vie del centro traportava in periferia il carico, tre volte a settimana.

L’assalto dei 7, guidato da Ugo Ciappina, ex partigiano dei GAP, arrestato dalle SS nel 1945 e già ladro navigato nella Banda Dovunque, fu sferrato tra via Osoppo e via Caccialepori, dopo altri due tentativi fallimentari: la banda bloccò il furgone portavalori inscenando un incidente con un’automobile e bloccando il passaggio con un altro furgone, e portò a termine la rapina in pochissimi minuti, senza nemmeno sparare un colpo. Una signora cercò di fermare i ladri lanciando loro dei vasi di fiori, invano.

La banda fu individuata e arrestata pochi dopo a causa di un errore grossolano: dopo la rapina i ladri avevano infatti gettato le tute nel fiume Olona, ritrovate quando quest'ultimo venne messo in secca per dei lavori.

La rapina dei Marsigliesi in via Montenapoleone (Milano, 1964)

Tra le rapine più famose di Milano, c’è quella a opera del clan dei Marsigliesi, avvenuta il 15 aprile del 1964, che anticipava il loro arrivo a Roma negli anni Settanta, dove divennero in pochi anni una vera e propria potenza criminale. Gli otto banditi armati di mitra, capeggiati da Jo le Maire (all’anagrafe Giuseppe Rossi), svuotarono in pochi minuti la gioielleria Colombo di via Montenapoleone, per un bottino di 200 milioni di lire. Fuggiti a bordo di un’automobile, vennero arrestati otto giorni dopo.

La rapina al Banco di Napoli (Milano, 1967)

Il 25 settembre 1967 viene ricordato ancora oggi come un pomeriggio di sangue, in cui ci furono morti e feriti. La Banda Cavallero, proveniente dalle periferie torinesi e simpatizzante per l’area anarchica di sinistra aveva già in curriculum diverse rapine. Donato “Tuccio” Lopez, Adriano Rovoletto, Sante Notarnicola e Piero Cavallero, rubarono nell'assalto alla filiale 11 del Banco di Napoli a Milano, in largo Zandonai, diversi milioni di lire, raccolti in un sacchetto di plastica.

Fuggiti con la refurtiva a bordo di un'automobile rubata, i quattro rapinatori vennero inseguiti dalla polizia, con cui ingaggiarono uno scontro a fuoco nel quale rimasero uccisi alcuni passanti: il fattorino Virgilio Odoni, lo studente 17enne Giorgio Grossi e Franco De Rosa, raggiunto da un proiettile mentre era a bordo della sua auto. Oltre alle vittime, ci fu una dozzina di feriti, tra cui alcuni gravi. Qualche giorno dopo morì anche Roaldo Piva, che aveva aiutato la polizia nella cattura di uno dei malviventi e a recuperare la refurtiva: il suo cuore non resse.

La rapina al caveau Brink's Securmark (Roma, 1984)

La rapina al caveau della Brink's Securmark di Roma, in via Aurelia, fu messo a segno sabato 24 marzo 1984. Il bottino? 35 miliardi di lire. I ladri approfittarono di un diversivo perfetto: quel giorno infatti le strade di Roma erano invase da circa 700mila persone, dirette verso Piazza San Giovanni per il comizio di Luciano Lama, organizzato dal Partito Comunista Italiano e dalla CGIL contro il taglio della scala mobile del governo di Bettino Craxi. Le forze dell’ordine infatti erano impegnate nel garantire l’ordine pubblico in vista della manifestazione e i ladri avrebbero potuto agire quasi indisturbati.

A guidare il colpo fu Antonio “Tony” Chichiarelli, falsario legato agli ambienti malavitosi romani e al terrorismo – con collegamenti anche al caso Moro. Per depistare le indagini sulla rapina diffuse comunicati falsi, tra cui uno firmato dalle Brigate Rosse che la rivendicavano. La sera prima, la banda di 4 uomini a volto coperto prelevò Franco Parsi, guardia giurata che venne costretta ad aprire il caveau. Le indagini nei mesi successivi portarono a Chichiarelli, che nel frattempo però era stato ucciso in un agguato. La refurtiva non venne mai recuperata.

Il furgone delle Poste (Torino, 1996)

Avrebbe potuto essere la rapina perfetta: tre truffatori, 2 miliardi e 52 milioni di lire in contanti da spartire e una fuga in Costa Rica grazie a documenti falsi. Protagonisti della storia Domenico Cante e Giuliano Guerzoni, due autisti di Poste Italiane a Torino, che ogni giorno, ritiravano sacchi di denaro da dieci uffici postali con un furgone blindato sotto scorta, e il complice Enrico Ughini.

Il piano era semplice: sostituire con mazzette di carta straccia il denaro trasportato con l’aiuto del terzo complice, nascosto nel vano cassaforte del furgone, per poi seppellire il denaro e recuperarlo prima della fuga in Costa Rica, programmata per il giorno successivo. Venne messo in atto il 26 giugno 1996, con successo, o quasi, visto che 577 milioni vennero dimenticati all’interno del furgone. Quella sera stessa Cante uccise con l’aiuto di Ivan Cella, a colpi di pistola, i due complici, secondo alcuni per un litigio, secondo altri con premeditazione. Il giorno successivo Cante, sprovvisto di alibi, venne arrestato. Condannato a oltre 28 anni di carcere, morì in quello di Torino nel 2004. Cella tentò la fuga, ma venne catturato in Bolivia, da cui fu estradato. Nel 1998 venne a sua volta condannato in via definitiva a 28 anni e 8 mesi di carcere.

Il furto al caveau del Tribunale di Roma (1999) 

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1999, Massimo Carminati e i suoi sette complici svaligiarono il caveau della banca interna al Tribunale di Roma, nella cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio. Un colpo quantificato per circa 18 miliardi di lire, messo a segno in uno dei posti più sorvegliati del Paese senza l’uso di armi e senza scassinamenti o allarmi, grazie anche alla connivenza di alcuni carabinieri corrotti e di un dipendente della banca. L’operazione cominciò intorno alle ore 18, terminando indisturbata alle 4:30 del mattino successivo.

Carminati, ex membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari, legato alla Banda della Magliana, anni dopo accusato di essere alla guida di Mafia Capitale, era all’epoca sotto processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli del 1979 (fu poi assolto) ed era a processo per depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna del 1980. Delle quasi 1000 cassette di sicurezza presenti nel caveau, ne vennero prelevate 147, intestate a giudici, magistrati, avvocati e dirigenti dell’amministrazione giudiziaria. All'interno c'erano ingenti somme di denaro, ma soprattutto documenti, con cui i ladri riempirono 25 borsoni.

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