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Abbiamo provato il volo ZERO G in assenza di peso: a cosa servono i voli parabolici dell’ESA

Abbiamo volato in assenza di peso con l'Airbus ZERO G di Novespace dell'ESA. L'aereo precipita in caduta libera controllata per 31 volte, creando condizioni di microgravità identiche a quelle sperimentate dagli astronauti. Non è però una giostra, ma un laboratorio fondamentale per la ricerca sicentifica e l'addestramento di astronauti.

25 Novembre 2025
18:30
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Abbiamo provato il volo ZERO G in assenza di peso: a cosa servono i voli parabolici dell’ESA
volo zero g

Siamo stati invitati dall'Agenzia Spaziale Europea per provare uno dei voli parabolici ZERO G nella base di Novespace vicino a Bordeaux, in Francia. Il volo si svolge con un aereo Airbus A310 governato da tre piloti – uno per ogni asse – e consiste in 31 parabole nell'arco di tre ore circa in cui si alternano momenti “a gravità normale” con fasi in ipergravità (i momenti iniziale e finale delle parabole) in cui si sperimentano 1,8 g e di microgravità, cioè il cosiddetto “zero g” in cui si sperimenta l'assenza apparente di peso e si fluttua come gli astronauti nella Stazione Spaziale Internazionale.

Nel video qui allegato potrete imparare tutto sull'esperienza – pazzesca – di volare in zero g ma anche sullo scopo scientifico di questi voli.

Come si svolge la parabola di un volo ZERO G

Nelle tre ore di volo si sperimentano circa 10 minuti totali di assenza apparente di peso distribuiti in 31 parabole. Ogni parabola conta tre fasi:

  1. Ipergravità (1,8 g): L'aereo si trova inizialmente a 6000 metri di quota e procede in orizzontale. La parabola comincia con un'accelerazione verso l'alto che fa impennare il velivolo fino a fargli raggiungere un angolo di 50° a 7500 metri di quota. Questa accelerazione a motori spiegati dura circa 25 secondi e provoca un aumento apparente del peso dell'80%, pari a una gravità percepita di 1,8 g.
  2. Microgravità (zero g): A 7500 metri i motori vengono spenti e l'aereo continua a salire ma senza spinta. Da qui comincia lo zero g vero e proprio, cioè l'assenza apparente di peso, che dura 22 secondi. Questa è la “cupola” della parabola, che raggiunge gli 8500 metri di quota e in cui l'aereo ha una traiettoria perfettamente balistica che nella prima metà è in salita e nella seconda metà è in caduta libera con il “muso” rivolto verso il basso. È qui che si fluttua: l'aereo e tutto ciò che si trova al suo interno, comprese le persone a bordo, cade tutto con la stessa accelerazione, annullando di fatto la sensazione di peso.
  3. Seconda ipergravità: L'aereo, al termine della caduta libera, raggiunge i 42° di inclinazione a 7500 metri di quota quando i motori vengono riaccesi per tornare in assetto orizzontale a 6000 metri di quota. Finché questo non accade l'accelerazione provoca un altra fase di ipergravità con aumento apparente del peso a 1,8 g.
fasi parabola volo zero g
Fasi di una parabola durante un volo ZERO G. Credit: ESA

Queste manovre non sono gestite da computer ma svolte in modo completamente manuale da tre piloti appositamente addestrati: uno regola la spinta, un altro l'asse di rollio e un altro l'asse di beccheggio. Questo perché l'aereo èmeccanico, non elettronico. Questo permette di effettuare i voli parabolici senza i costi astronomici e i vincoli burocratici di riqualificazione che un aereo moderno comporterebbe. Il tutto si svolge comunque in totale sicurezza.

L'utilità scientifica del volo parabolico: gli esperimenti a bordo

Questi voli non sono una giostra per divertirsi: servono per compiere esperimenti scientifici utili per le scienze dei materiali, la fisiologia umana e l'esplorazione spaziale. Questo perché la microgravità permette lo studio di particolari fenomeni fisici o biologici che vengono “disturbati” dalla naturale gravità terrestre. Questi voli servono anche per addestrare i futuri astronauti a compiere operazioni in assenza apparente di peso.

Nel volo a cui abbiamo partecipato, per esempio, c'erano a bordo decine di persone intente a svolgere 10 esperimenti che spaziavano dalla sperimentazione di nuove tecniche anestetiche allo sviluppo di tute spaziali innovative.

Autore di contenuti, su Geopop scrivo principalmente di astronomia, spazio, fisica e meteorologia. Ho una laurea in Astrofisica, un Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e in passato ho fatto divulgazione scientifica con il progetto “Chi ha paura del buio?”.
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