
Prendiamo tutto l’oro del mondo, fondiamolo e mettiamolo in un unico blocco: quanti metri sarà secondo voi il lato di questo cubo? Ben 22 metri, praticamente un palazzo di sette piani. Tutto quest’oro, al valore attuale di mercato – considerando circa 115 euro al grammo a luglio 2026 per l'oro 24 carati – varrebbe circa 24.400 miliardi di euro, un valore paragonabile al PIL degli stati Uniti!
Ma perché l'oro è così prezioso? Cos'ha di così speciale dal punto di vista chimico-fisico questo metallo? I motivi hanno sicuramente a che fare con la rarità e la difficoltà di estrazione, ma anche con la sua lavorabilità estrema e con la sua inerzia chimica: si tratta infatti di un metallo che non si ossida né arrugginisce.
La risposta a queste domande hanno quindi a che fare con la chimica, la geologia e persino l'astrofisica. Piccolo spoiler: l’oro non si è formato sulla Terra, ma viene dallo spazio.
Perché l'oro è così prezioso: la chimica prima di tutto
La risposta non è romantica, ma chimica. L'oro è inerte: non reagisce con quasi nulla, non arrugginisce, non si ossida, non si deteriora. Un lingotto estratto oggi, tra mille anni, sembrerà identico. Nessun altro metallo comune può fare questa promessa.
A questo si aggiunge una lavorabilità estrema. Con un grammo d'oro si produce un filo lungo due chilometri. Lo si può stendere in foglie così sottili da diventare semitrasparenti — quelle che rivestono le cupole delle chiese barocche, per capirci. Il punto di fusione è relativamente basso, il che lo rendeva lavorabile anche con le tecnologie dell'antichità.
Ma la ragione più importante è la rarità. L'oro non si fabbrica. Non si stampa come una banconota. Si estrae con fatica enorme, in quantità fisicamente limitate, e questo lo rende impermeabile alla svalutazione. È per questo che le banche centrali lo usano come riserva strategica: è la credibilità di uno stato trasformata in metallo.
Quando si sente parlare di 24 carati e 18 carati si parla di purezza. Il 24 carati è oro puro al 100%. Il 18 carati è una lega – 75% oro e 25% argento o rame – che serve a renderlo più duro, perché l'oro puro è morbido e si scalfirebbe facilmente.
Quanto oro esiste sul pianeta e chi ne possiede di più: l’Italia terza al mondo
Nella storia dell'umanità sono state estratte circa 212.000 tonnellate d'oro. Un numero enorme in valore assoluto, microscopico se ci si ferma a pensarci: stiamo parlando di tutta la storia umana, dagli Egizi alle miniere industriali di oggi. Se si fondesse tutto insieme, si otterrebbe un cubo di 22 metri di lato. O, se si preferisce, quattro piscine olimpiche piene di metallo fuso.
Ai prezzi attuali – circa 115 euro al grammo a fine luglio 2026 – quel cubo vale circa 24.400 miliardi di euro. Pressappoco quanto produce in un anno l'intera economia degli Stati Uniti.
Più di due terzi di questo totale è stato estratto dopo il 1950, segno di quanto l'industria moderna abbia accelerato i ritmi rispetto a millenni di storia precedente.
Le riserve ancora nel sottosuolo – quelle economicamente convenienti da estrarre ai costi attuali – si aggirano intorno alle 50.000 tonnellate. Non un limite fisico assoluto: man mano che il prezzo sale, depositi oggi troppo costosi diventano redditizi. L'oro non "finisce" tra vent'anni: diventa semplicemente sempre più difficile e costoso da tirare fuori.
Quanto all'Italia: la Banca d'Italia possiede 2.452 tonnellate d'oro come riserve auree, terza al mondo tra gli stati sovrani. Sopra di noi solo gli Stati Uniti, con 8.133 tonnellate, e la Germania, con 3.350. Ecco la classifica completa dei primi dieci:
- Stati Uniti – 8.133 t
- Germania – 3.350 t
- Italia – 2.452 t
- Francia – 2.437 t
- Russia – 2.332 t
- Cina – 2.298 t
- Svizzera – 1.040 t
- India – 880 t
- Giappone – 845 t
- Paesi Bassi – 612 t
Abbiamo più oro della Russia, più oro della Cina, più oro della Francia, che ci segue a soli quindici tonnellate di distanza. Con le quotazioni attuali (aggiornate a luglio 2026), le nostre riserve valgono circa 280 miliardi di euro, circa il 13% del PIL italiano.
L'oro italiano non è tutto a Roma. Il 44% è nei caveau della Banca d'Italia in Via Nazionale, il 43% è negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 5,7% nel Regno Unito. Non è improvvisazione: è diversificazione del rischio. Tenere le riserve vicino ai mercati dove si negozia l'oro permette di venderle rapidamente in caso di necessità, minimizzando anche i costi di trasporto.
Fino a 4.050 dollari all'oncia oggi: com'è cambiato il prezzo negli ultimi 10 anni
Nel 2015 l'oro era ai minimi del decennio: circa 1.060 dollari all'oncia. Economia americana solida, dollaro forte, investitori ottimisti. L'oro in questi momenti perde appeal — non serve un rifugio quando non si ha paura.
Nel 2016 arriva il primo rimbalzo. I mercati azionari calano, la Brexit semina incertezza, e in pochi mesi il prezzo sale del 16%. Il vero salto è però nel 2020: la pandemia da COVID-19 paralizza il pianeta, le banche centrali stampano moneta a ritmi mai visti e per la prima volta nella storia l'oro supera i 2.000 dollari all'oncia. Da quel momento non torna più sotto.

L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 accelera la corsa. Nel 2023 i 2.000 dollari diventano il pavimento. Nel 2024 si sfondano i 2.500. A marzo 2025 ci si avvicina ai 3.000. A settembre 2025 si supera quota 3.800 e nel 2026, a causa dell'instabilità geopolitica, l'oro raggiunge il suo massimo storico, superando la soglia dei 5.100 dollari l’oncia. A fine luglio 2026 l'oro tratta intorno ai 4.050 dollari all'oncia (il video inserito in questo articolo fa riferimento ai dati di aprile 2026, quando è stato registrato).
In dieci anni, quindi, il prezzo è più che triplicato. La logica è sempre la stessa: l'oro è il termometro della paura globale. Quando il mondo trema (pandemia, guerra, crisi energetica, instabilità geopolitica) gli investitori comprano oro, appunto considerato un “bene rifugio”. Ed è quello che succede meccanicamente: i prezzi di altri asset scendono, l'incertezza aumenta e il capitale cerca rifugio nell'unica cosa che non dipende da nessun governo e non può essere stampata.
Da dove viene l'oro: la risposta è nello spazio
L'oro non si è formato sulla Terra. Questo è il punto di partenza per capire la vera storia di questo metallo.
Nelle stelle come il Sole avviene continuamente la fusione nucleare: atomi di idrogeno si fondono, formano elio, poi carbonio, ossigeno, elementi sempre più pesanti, fino al ferro. Ma al ferro ci si ferma. Oltre il ferro la fusione nucleare non produce più energia, ma la consuma. Quindi in una stella come il Sole non si possono formare elementi più pesanti del ferro.
L'oro, però, è molto più pesante del ferro. Ma come si è formato? Per decenni la risposta era le supernovae. Quando una stella massiccia esplode, l'energia liberata è tale da innescare la formazione di elementi pesantissimi. Le supernovae contribuiscono ancora – questo vale la pena dirlo chiaramente, perché il quadro scientifico non è ancora chiuso.
Ma nel 2017 è arrivata una scoperta che ha ridisegnato la mappa. Per la prima volta sono state rilevate le onde gravitazionali prodotte dalla collisione di due stelle di neutroni (resti ultradensi di stelle esplose, così compatti che un cucchiaino della loro materia peserebbe miliardi di tonnellate). Quella collisione genera una kilonova: un evento di intensità difficile anche solo da immaginare.
In questa esplosione si verificano condizioni fisiche estreme – densità di neutroni elevatissime, temperature enormi – che innescano quello che i fisici chiamano processo r, o processo di cattura rapida dei neutroni. In queste condizioni, i nuclei atomici catturano neutroni in successione rapidissima, molto più velocemente di quanto il decadimento beta possa stabilizzarli.
Il risultato è la formazione di nuclei sempre più pesanti e instabili, che poi decadono progressivamente verso elementi stabili. Tra questi elementi c'è l'oro. L'analisi spettroscopica dell'evento GW170817 – questo il nome tecnico della kilonova osservata – ha mostrato per la prima volta la firma inequivocabile di elementi pesanti prodotti in tempo reale.
Vale la pena aggiungere che la ricerca è ancora aperta: studi recenti del 2025 suggeriscono che anche i brillamenti delle magnetar (stelle di neutroni con campi magnetici estremi) potrebbero contribuire fino al 10% degli elementi pesanti nella nostra galassia. Il quadro completo è dunque: supernovae, kilonovae e probabilmente magnetar. Tre meccanismi diversi, tutti di violenza inimmaginabile, tutti necessari per spiegare l'oro che teniamo in mano.
Come è arrivato sulla Terra? L'ipotesi più accreditata è il bombardamento meteorico: miliardi di anni fa, dopo che il nucleo terrestre si era già solidificato, la Terra è stata colpita da una pioggia intensa di asteroidi contenenti metalli pesanti. Quell'oro è rimasto sulla crosta ed è quello che estraiamo oggi.
C'è un numero che vale la pena fermarsi a considerare: se potessimo recuperare tutto l'oro che nel tempo è affondato verso il nucleo terrestre, dove non arriveremo mai, potremmo ricoprire l'intera superficie del pianeta con uno strato d'oro alto quattro metri. Quello che estraiamo nelle miniere è solo la parte che ci è stata consegnata dagli asteroidi.
Come si formano i giacimenti d'oro e dove si trovano le miniere più grandi
I giacimenti d'oro si formano in due modi fondamentalmente diversi. I giacimenti primari, detti idrotermali, si creano quando fluidi caldissimi e ad alta pressione risalgono dal sottosuolo attraverso fratture nella roccia create da terremoti o movimenti tettonici. Questi fluidi trasportano metalli disciolti, oro incluso.
Quando raggiungono le fratture e si raffreddano, depositano tutto quello che portavano, formando vene o filoni auriferi. Spesso l'oro non è visibile a occhio nudo: per rilevarlo e misurarlo serve un microscopio ottico o elettronico. Le miniere in galleria lavorano quasi sempre su questo tipo di giacimento.
I giacimenti secondari, i placer, nascono invece dall'erosione di quelli primari. Nei milioni di anni, i filoni vengono erosi e i frammenti trascinati dai fiumi. Durante questo trasporto l'oro (molto più pesante della sabbia comune) tende ad affondare e accumularsi in punti specifici del letto del fiume: curve, dislivelli, meandri. Sono esattamente questi accumuli che cercavano i cercatori d'oro del Far West con il setaccio. Nella Pianura Padana, lungo i fiumi alpini, ci sono tracce d'oro. Arrivano, per erosione, dai giacimenti primari delle Alpi.
La miniera più importante della storia è il complesso di Witwatersrand, in Sudafrica: da lì proviene circa il 30% di tutto l'oro mai estratto dall'umanità. Fu scoperta nel 1886 e scatenò una vera corsa all'oro. Oggi è in declino e produce circa il 4% dell'oro globale.
Per produzione attuale, al primo posto c'è la Nevada Gold Mines negli Stati Uniti, con oltre 115 tonnellate all'anno. Poi l'Uzbekistan con la miniera di Muruntau, 66 tonnellate, e la Russia con la miniera Olimpiada, 43 tonnellate. Il Paese che produce più oro in assoluto resta però la Cina, con circa l'11% della produzione globale distribuita in centinaia di miniere in sotterraneo.
Il 60% delle miniere attive è oggi a cielo aperto (enormi crateri nel terreno da cui si staccano bancate di roccia con esplosivi). Il restante 40% sono gallerie scavate nella roccia. Quello che si estrae non è mai oro puro: è roccia contenente tracce metalliche. La roccia viene macinata, ridotta in polvere, e poi trattata chimicamente. Il metodo principale è la cianurazione: soluzioni a base di cianuro si legano selettivamente all'oro separandolo dagli altri minerali.
È un processo a ciclo chiuso, con sistemi di contenimento che impediscono la dispersione nell'ambiente – anche se storicamente l'impatto ambientale dell'industria mineraria aurifera è stato pesante, e resta un tema che non va ignorato. In Italia l'estrazione è ferma dagli anni Sessanta. L'ultima grande miniera attiva fu quella di Pestarena, in Valle Anzasca, chiusa nel 1961.