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Artemis II è rientrata sulla Terra: gli “8 minuti di fuoco” dello splashdown e il recap della missione lunare

Gli astronauti di Artemis II sono tornati sulla Terra: dopo 10 giorni di viaggio, il 10 aprile alle ore 2.07 italiane la capsula Orion è ammarata nel Pacifico dopo aver sorvolato il lato nascosto della Luna. Riesaminiamo le tappe salienti del loro viaggio.

11 Aprile 2026
8:52
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Artemis II è rientrata sulla Terra: gli “8 minuti di fuoco” dello splashdown e il recap della missione lunare
Con il contributo di Filippo Bonaventura
Astrofisico e divulgatore scientifico
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La capsula Orion al momento dello splashdown nell’Oceano Pacifico. Credit: NASA

Nella notte tra venerdì 10 e sabato 11 aprile 2026, la capsula Orion della NASA è ammarata nell'Oceano Pacifico al largo di San Diego, in California, concludendo la missione Artemis II dopo nove giorni, 1 ora, 32 minuti e 15 secondi. Erano le 2.07 ora italiana quando Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen sono ammarati al largo di San Diego, in California, dopo una vertiginosa discesa nell'atmosfera terrestre a una velocità di circa 40.000 km/h. È stato il primo volo umano oltre l'orbita terrestre bassa dai tempi di Apollo 17, nel lontano 1972. Il rientro, che è avvenuto con una manovra skip reentry come Artemis I, è stato uno dei momenti più delicati di un viaggio che ha portato i quattro astronauti fino a 406.771 chilometri dalla Terra – il punto più lontano mai raggiunto da esseri umani nella storia – e li ha fatti sorvolare anche il lato nascosto della Luna.

Come sono andati il rientro nell'atmosfera e l'ammaraggio

Dopo il sorvolo lunare, Orion ha sfruttato la spinta gravitazionale della Luna per avviarsi automaticamente verso la Terra, senza quasi bisogno di accendere i motori. Il rientro non è stato una semplice caduta ma una manovra precisa e complessa iniziata alle 01.33 italiane con la separazione tra il modulo di equipaggio e il modulo di servizio europeo, che ha garantito energia e propulsione per tutto il viaggio, lasciando precipitare il modulo abitativo con i quattro astronauti a bordo.

La particolarità di questa fase critica della durata di circa 8 minuti è stata l’adozione della manovra chiamata skip reentry (“rientro a rimbalzo”), la stessa utilizzata per Artemis I. Invece di entrare direttamente nell'atmosfera, la capsula Orion ha impattato “di taglio” ad altissima velocità negli strati superiori dell'atmosfera, tanto da rimbalzare come un sasso lanciato su uno stagno, per poi riprendere quota e rientrata una seconda volta per la discesa finale. Questa doppia manovra è stata fondamentale per ridurre la decelerazione subita dagli astronauti e migliorare la precisione della traiettoria verso la zona di ammaraggio prevista.

Durante la discesa finale, in cui l'equipaggio ha dovuto interrompere ogni contatto con la terraferma, lo scudo termico ha protetto l'abitacolo dalle alte temperature (2.800 °C) causate dall'attrito con l'aria. C'era una questione tecnica in particolare che aveva tenuto col fiato sospeso gli ingegneri NASA. Dopo Artemis I, nel 2022, si era riscontrata infatti una degradazione inattesa dello scudo termico in Avcoat, il materiale progettato per assorbire (fondendo) il calore dell'attrito e proteggere così il modulo abitativo. Per questa missione, invece di riprogettare lo scudo, la NASA ha scelto una traiettoria di rientro modificata, calibrata per esporre lo scudo a temperature più alte per un tempo più breve. Una decisione non priva di dibattito tra gli esperti, con alcuni ingegneri che avevano espresso preoccupazioni pubbliche.

Tuttavia, con questa soluzione lo scudo ha retto perfettamente, proteggendo l'abitacolo e gli astronauti. Infine, l'apertura dei 3 paracadute di 35 metri di diametro ha rallentato Orion fino a una velocità sicura (circa 27 km/h) per avere un impatto morbido con l'oceano.

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Le squadre di recupero al lavoro per la messa in sicurezza di Orion e dell’equipaggio. Credit: NASA

A questo punto una nave della Marina americana e le squadre specializzate hanno recuperato l'equipaggio dopo lo splashdown. Gli astronauti, tutti e 4 in ottime condizioni, sono stati trasferiti prima su un gommone, poi recuperati da un un elicottero MH-60 Seahawk e infine trasportati alla USS John P. Murthaper i primi controlli medici.

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Il momento del recupero degli astronauti con l’elicottero MH–60 Seahawk. Credit: NASA

Sebbene inizialmente si pensasse che Orion potesse superare la soglia dei 39.938 km/h, il record assoluto di velocità per un volo con equipaggio della missione Apollo 10 del 1969, i dati finali hanno confermato che la capsula ha toccato una velocità massima di 38.367 km/h non riuscendo a stabilire un nuovo primato.

Artemis II è stata prima missione con equipaggio verso la Luna del 21° secolo

Artemis II è stata la seconda missione del programma Artemis della NASA e la prima con astronauti a bordo. Il suo obiettivo non era atterrare sulla Luna (sarà lo scopo di Artemis IV non prima del 2028), ma testare in condizioni reali tutti i sistemi della capsula Orion, dalla navigazione al supporto vitale, che serviranno per portare un equipaggio ad allunare.

A bordo di Orion durante i dieci giorni di missione c'erano quattro astronauti: Reid Wiseman come comandante, Victor Glover come pilota, Christina Koch e Jeremy Hansen come specialisti di missione.

Dal punto di vista tecnico, la missione aveva diversi obiettivi. Oltre a certificare i sistemi di supporto vitale di Orion per missioni di lunga durata, la presenza di astronauti ha permesso di raccogliere dati sulle radiazioni cosmiche nello spazio profondo e verificare la manovrabilità della capsula. Tutto ciò che è stato testato in questa missione servirà per far camminare di nuovo un essere umano sulla Luna nel proseguo del programma lunare della NASA.

Il lancio del 1° aprile

Il viaggio è iniziato nella notte tra il 1° e il 2 aprile 2026. Alle 00:35 ora italiana, lo Space Launch System (SLS) si è alzato dalla rampa 39B del Kennedy Space Center in Florida. Un lancio che, dopo alcuni rinvii, è riuscito a compiersi con successo.

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Il momento del lancio di Artemis II. Credit: NASA

Dopo circa 8 minuti di volo, lo SLS ha separato i booster laterali a combustibile solido dallo stadio principale del razzo, lasciando la capsula Orion – ribattezzata Integrity dall'equipaggio – inizialmente accompagnata dallo stadio superiore di SLS. Poche ore dopo, il pilota Victor Glover ha eseguito con successo le manovre di prossimità in orbita terrestre, separandosi dallo stadio superiore e simulando manovre di avvicinamento.

Nelle ore successive, Orion ha raggiunto una distanza dalla Terra di circa 70.000 km prima di accendere i motori per la manovra di iniezione translunare (TLI) e puntare verso la Luna. Il viaggio verso il satellite era iniziato.

Il sorvolo del 6 aprile

Il momento più simbolico della missione è arrivato quando Orion ha iniziato a compiere il flyby lunare alle 20:45 italiane del 6 aprile, concluso alle 3:20 del 7 aprile. Orion ha circumnavigato il nostro satellite avvicinandosi fino a 6.550 km dalla superficie della Luna, offrendo all'equipaggio una vista che nessun essere umano aveva da oltre mezzo secolo. Per circa 40 minuti, mentre la capsula transitava dietro la Luna rispetto alla Terra, le comunicazioni con il centro di controllo di Houston si sono interrotte completamente.

È stato in quei minuti, alle 01:07 italiane del 7 aprile, che Orion ha raggiunto il suo punto di massima distanza dalla Terra: 406.771 chilometri, battendo il primato che dal 1970 apparteneva alla missione Apollo 13 (400.171 km). Durante il passaggio dietro la Luna, gli astronauti hanno potuto osservare un'eclissi solare (la Luna che oscura il Sole), oltre al tramonto della Terra visto dall'altro lato della Luna (Earthset).

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Una delle prime foto scattate da Artemis II dal lato nascosto della Luna. L’immagine è stata scattata dalla capsula Orion mentre la Terra finiva oltre l’orizzonte lunare. Credit: NASA
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Matteo Galbiati
Junior Content Editor
Sono diventato Content Editor di Geopop dopo una laurea in Biotecnologie Mediche e Farmaceutiche e un'esperienza da ricercatore tra biomateriali e colture cellulari, ho infatti lasciato il laboratorio per la mia passione: la divulgazione scientifica. Quello che era nato come un gioco sui social per raccontare le biotecnologie si è trasformato in una professione, consolidata da un Master in Comunicazione Scientifica. Sono anche un instancabile sportivo, con una passione che spazia dal calcio al basket, passando per la corsa, il tennis e il football americano. Una passione a 360 gradi che oggi unisco al mio lavoro, raccontando il mondo dello sport anche nei miei articoli.  
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