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Bradisismo e terremoti ai Campi Flegrei potrebbero essere causati da strato debole della crosta terrestre

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Geologa ambientale
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Credit: INGV
Un nuovo studio dell’INGV evidenzia la presenza di uno strato debole sotto la caldera dei Campi Flegrei, tra i 3 e i 4 km di profondità. Lo strato favorirebbe l’accumulo di fluidi di origine magmatica che potrebbero contribuire alla genesi dei terremoti e al sollevamento del suolo legato al bradisimo.

Un nuovo studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), pubblicato sulla rivista scientifica AGU Advances, rivela la presenza di uno strato più debole di quanto si pensasse nella crosta sotto la caldera dei Campi Flegrei, situato tra i 3 e i 4 km di profondità, che potrebbe contribuire a spiegare il fenomeno del bradisismo e i terremoti nella zona. Essendo molto poroso, infatti, favorirebbe l’accumulo di fluidi di origine magmatica, che quando aumentano di volume possono causare le deformazioni del suolo. Questa caratteristica è stata individuata esaminando la velocità di propagazione delle onde sismiche nel sottosuolo della caldera e analizzando campioni di roccia estratti da un pozzo geotermico profondo circa 3 km. Lo studio è stato pubblicato a distanza di pochi giorni da quello dell'Università di Stanford, che attribuisce la responsabilità dei fenomeni sismici alle acque di origine meteorica che si accumulano nel serbatoio geotermico a 2 km di profondità. La scoperta dell'INGV, che monitora costantemente la situazione dei Campi Flegrei con i bollettini settimanali, contribuisce alla comprensione sempre più approfondita del comportamento del vulcano e di conseguenza a una prevenzione del rischio più efficace.

Lo studio dello strato fragile di crosta sotto la caldera dei Campi Flegrei

Lo studio è stato condotto nell’ambito del progetto LOVE CF, finanziato dall’INGV, ed è il frutto di una collaborazione tra l’INGV, l’Università di Grenoble Alpes e l’Università di Bologna. I ricercatori hanno analizzato campioni rocciosi estratti da un pozzo geotermico profondo circa 3 km situato vicino al centro della caldera e i dati della tomografia sismica del sottosuolo della caldera, che si basa sulla velocità delle onde sismiche, variabile a seconda dei materiali che queste incontrano. La tomografia, in particolare, ha fornito immagini tridimensionali ad alta risoluzione del sottosuolo fino a 4 km di profondità. È stata così individuata una zona che risulta particolarmente porosa, e quindi meno resistente, situata tra i 2,7 e i 4 km di profondità tra le rocce carbonatiche profonde e i tufi vulcanici superficiali. Nei vuoti di questo strato possono accumularsi fluidi di origine magmatica. “Questi fluidi, intrappolati”, spiega Lucia Pappalardo, ricercatrice INGV e coautrice dello studio, “aumentano progressivamente in volume e pressione, innescando deformazioni del suolo e attività sismica”.

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Modello della struttura della caldera, che evidenzia i tre strati individuati analizzando i campioni. I pallini viola indicano gli ipocentri dei terremoti, mentre la zona sfumata giallo–arancione la densità delle intrusioni magmatiche. Credit: INGV

All’interno dello strato debole durante le fasi eruttive del passato si sono infiltrati piccoli accumuli di magma (chiamati dicchi) che poi si sono raffreddati senza arrivare in superficie e hanno contribuito a rendere la zona meno resistente. In passato, per esempio durante l’eruzione del 1538, dopo una fase di stasi questi accumuli hanno ripreso a risalire prima di essersi raffreddati fuoriuscendo poi in superficie. I ricercatori hanno anche rilevato che i terremoti di magnitudo superiore a 3 avvenuti tra il 2000 e il 2025 si concentrano al di sopra dello strato debole. In conclusione, lo strato debole può svolgere un ruolo cruciale nell’accumulo di sovrapressione, causando deformazioni e sismicità e influenzando in futuro un’eventuale risalita del magma.

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La densità dei dicchi nel sottosuolo della caldera (il colore rosso indica una maggiore densità). Credit: Gianmarco Buono et al.

L’importanza della scoperta sul funzionamento del vulcano

La scoperta mostra l’importanza di esaminare la struttura profonda della caldera dei Campi Flegrei per comprendere meglio i meccanismi all’origine della sismicità. Per farlo, serve un continuo monitoraggio che coinvolga discipline diverse tra loro come sottolineato da Mauro Antonio Di Vito, Direttore dell’Osservatorio Vesuviano (INGV-OV):

Questa ricerca non influenza direttamente le nostre previsioni a breve termine, ma è un tassello fondamentale per comprendere il comportamento del vulcano e migliorare la nostra capacità di monitorarlo. Solo con una conoscenza sempre più dettagliata del sistema vulcanico e della sua dinamica possiamo sperare di anticipare segnali critici e ridurre i rischi per le persone.

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