
Il 27 settembre 1822, il francese Jean-François Champollion riuscì a decifrare i misteriosi geroglifici egizi (il sistema di scrittura dell'antico Egitto composto da elementi ideografici e alfabetici) grazie alla Stele di Rosetta, una grande lastra di pietra scoperta nel 1799 che conteneva lo stesso decreto scritto in tre forme differenti: geroglifici egiziani, scrittura demotica (impiegata per testi più semplici e di carattere più popolare) e greco antico. Il testo, noto come Decreto di Menfi, risaliva al 196 a.C., durante il regno di Tolomeo V (204-180 a. C.), e celebrava il sovrano.
Fino ad allora, nonostante il grande interesse per la cultura egizia, la decifrazione dei geroglifici rimaneva un mistero. Sia gli studiosi arabi che quelli europei avevano provato a decifrarli a partire dal Medioevo, ma i tentativi furono infruttuosi, anche perché essi non avevano compreso che i geroglifici rappresentassero una vera e propria forma di scrittura. La maggior parte di coloro che tra il Medioevo e l'età moderna si occuparono di egittologia, riteneva che essi rappresentassero dei concetti piuttosto che dei suoni o delle parole.

Tuttavia, grazie al testo della stele, la situazione stava per cambiare. La presenza del greco, già conosciuto dagli studiosi, offrì infatti la possibilità di confrontare il contenuto con le due versioni egiziane. A seguito della sconfitta dei Francesi nella campagna d'Egitto, avvenuta nel 1801, i beni archeologici e artistici trafugati vennero presi dagli inglesi, ed è il motivo per cui la stele si trova ancora oggi al British Museum di Londra. Ai Francesi venne concesso unicamente di tenere delle trascrizioni del testo, che sarebbero state essenziali per il lavoro di decifrazione e traduzione. Il problema principale era capire come funzionassero i geroglifici. All'inizio dell'Ottocento erano già state avanzate diverse ipotesi, ma fu il francese Jean-François Champollion (1790-1832) a compiere il passo decisivo nel 1822.
Champollion aveva compreso che i geroglifici non rappresentavano esclusivamente idee o oggetti, come ritenuto dalle precedenti generazioni di studiosi. Alcuni segni potevano infatti avere valore fonetico, cioè indicare suoni. Il confronto con i nomi dei sovrani presenti nei cartigli, ovvero le formule con cui si riportava il nome del faraone, fu fondamentale: attraverso il nome di Tolomeo, Champollion riuscì a identificare corrispondenze tra i segni e i suoni della lingua egiziana.
Da qui elaborò le corrispondenze fonetiche che aprirono la strada alla decifrazione di quei simboli fino ad allora enigmatici. La Stele di Rosetta non fu quindi tradotta semplicemente parola per parola. Il suo valore consisteva nell'offrire un testo noto in greco accanto a due versioni egiziane, permettendo di mettere alla prova progressivamente le nuove interpretazioni.

Nel 1822 Champollion presentò alla Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi la sua celebre Lettre à M. Dacier, nella quale illustrava i risultati delle proprie ricerche. La decifrazione non fu immediata né conclusa in un solo giorno, ma quel lavoro rappresentò la svolta decisiva nello studio della scrittura egiziana. Da quel momento i geroglifici smisero di essere un sistema di segni indecifrabile. Gli studiosi poterono iniziare a leggere direttamente iscrizioni monumentali, testi religiosi, documenti amministrativi e nomi di sovrani, aprendo una nuova fase nello studio della civiltà egizia. La Stele di Rosetta è dunque diventata il simbolo della decifrazione dell'antico Egitto: non perché contenesse da sola la soluzione del problema, ma perché fornì agli studiosi un ponte concreto tra una lingua conosciuta e due sistemi di scrittura egiziani ancora misteriosi.