Dopo l'attentato dell'11 settembre, gli Stati Uniti diedero via ad una caccia all'uomo durata dieci anni per trovare lui: Osama bin Laden. Ma per quale motivo ci misero così tanto? E come fecero ad eliminarlo nel suo nascondiglio? Oggi ripercorriamo tutta l'Operazione Neptune Spear, facendo luce su una tra le operazioni militari più discusse della storia recente.
La fuga dopo l’11 settembre 2001
Dopo l’11 settembre l’intelligence statunitense concentrò tantissime delle proprie risorse per individuare il nascondiglio di Osama… e in effetti nel giro di qualche settimana lo individuarono: si era nascosto all’interno di alcune grotte a Tora Bora, in Afghanistan. Il governo USA però scelse di non mandare sul posto grandi contingenti di truppe e affidò la caccia all’uomo principalmente a milizie locali afghane.
Questa scelta – internamente agli Stati Uniti – fu molto criticata. Infatti quel dicembre a Tora Bora si svolse una battaglia il cui principale obiettivo era proprio quello di accerchiare e catturare bin Laden… peccato che la presenza USA si rivelò troppo esigua e, alla fine, il leader di Al-Qaida riuscì a fuggire. Da qui iniziò un periodo buio per l’intelligence statunitense. Riuscirono a effettuare qualche intercettazione, ma poca roba. Paradossalmente le uniche informazioni che avevano erano i video che Osama stesso pubblicava. E da dove li pubblicava? Eh, qui sta il bello. Le varie agenzie governative statunitensi, con così pochi dati a disposizione, iniziarono a ipotizzare dove si potesse trovare: nello specifico la CIA e la DIA si convinsero che Osama si fosse nascosto in Waziristan, una regione montuosa pakistana a pochi km oltre il confine afghano
Ma niente di più sbagliato. Torniamo a Tora Bora. Durante la battaglia Osama riuscì a scappare e, come parzialmente intuito anche dalla CIA e dalla DIA, decise di rifugiarsi in Pakistan. Perché proprio il Pakistan? Beh, perché era a poca distanza da Tora Bora e superare il confine non fu particolarmente complicato. Ma rispetto a quanto ipotizzato, non andò a vivere in una zona montuosa, nel Waziristan, ma si rifugiò in città. Anzi, quasi per sfregio, si trasferì ad Abbottabad, in una casa a pochissima distanza dall’accademia militare pakistana. In altre parole, si nascose stando in bella vista.
Ovviamente, anche se è vero che abitasse in città, il suo nascondiglio – del quale gli USA al momento ancora non sapevano nulla – era tutt’altro improvvisato.
Il rifugio ad Abbottabad in Pakistan
La struttura aveva una forma semi-triangolare con i lati principali di 117 per 85,6 per 61 metri.Il perimetro era racchiuso all’interno di un muro alto tra i 3 metri e i 5 metri, sulla cui cima si trovava del filo spinato. L’unico accesso al complesso si trovava sul lato settentrionale: si trattava di un pesante cancello metallico che si affacciava su un corridoio murato, alla fine del quale era presente un nuovo varco metallico con vista sulla guardiola.
Una volta superato anche questo secondo varco si arrivava al cuore del complesso, una piccola palazzina di tre piani, la residenza bin Laden. Al suo interno erano presenti salotti, camere da letto, cucine e bagni. Nulla di strano insomma… se non fosse per la presenza di pesanti porte metalliche all’inizio di ogni rampa di scale: il loro scopo era quello di ostacolare l’avanzata di un eventuale intruso. Nessuno di esterno all’organizzazione Infatti poteva accedere all’ultimo piano, quello in cui era presente lo studio di Bin Laden. Qui erano presenti i PC, gli hard disk e tutte le informazioni in merito ad al-Qaida. Parliamo di centinaia di gigabyte di materiali che – solo successivamente – saranno recuperati dagli agenti USA e pubblicati all’interno di un apposito portale.
L’importanza di quei documenti per Osama era tale da spingere i progettisti dell’abitazione a realizzare per quel piano un muro protettivo sul balcone, alto 2,1 metri. Ma non solo: l’isolamento doveva essere quasi totale. Per questo le finestre di tutto il palazzo erano opache, e sempre per lo stesso motivo la spazzatura veniva bruciata direttamente in giardino, così da non dover spingere la nettezza urbana ad avvicinarsi alla proprietà per ritirare i sacchi. Discorso simile anche per il cibo: la struttura era quasi auto-sufficiente, con un piccolo orto in giardino e alcuni animali, come capre e galline.
Inoltre l’intelligence si rese conto anche di come quel rifugio fosse senza internet e senza telefono.
Ma… se era così isolato, come faceva Osama a comunicare con il resto dell’organizzazione? Beh, usava dei corrieri. E come vedremo, proprio uno di loro sarà la chiave usata dalla CIA per localizzare il nascondiglio.
I corrieri per comunicare con al-Qaida
A partire dal suo trasferimento ad Abbottabad, bin Laden per comunicare con gli altri membri di al-Qaida utilizzò esclusivamente dei corrieri, cioè persone estremamente fidate a cui veniva dato il compito di recapitare messaggi. Questi erano solitamente salvati all’interno di hard disk o chiavette USB e trasportate anche a centinaia di km di distanza, così da non attirare sguardi indiscreti sul nascondiglio.
Quando il corriere di Osama si incontrava con quello del destinatario, i due si scambiavano la scheda di memoria, permettendo al messaggio di arrivare senza essere intercettato. Il sistema però aveva una vulnerabilità intrinseca: se si fosse riusciti a tracciare il corriere, sarebbe stato possibile trovare anche il nascondiglio di Osama. E così fu. Nel 2007 per la prima volta i servizi segreti statunitensi scoprirono il nome del corriere di fiducia di bin Laden, riuscendo a identificare la sua posizione solamente nel 2009, avvalorando l’ipotesi del Pakistan. Quest’uomo era Abu Ahmed al-Kuwaiti.
Ad ogni modo, grazie a queste informazioni, il 1 agosto 2010 i servizi segreti riescono a individuare la residenza di Abbottabad e, da quel momento, prende il via una massiccia campagna di monitoraggio del covo attraverso l'impiego dell'RQ-170 Sentinel. Malgrado le potenzialità di questo mezzo, la CIA non riuscì mai ad avere una foto di Osama all’interno dell’edificio e la sua presenza fu ipotizzata unicamente basandosi su deduzioni logiche e indizi.
Il 1 settembre, la CIA inizia a confrontarsi con Obama per un eventuale intervento militare nel complesso e tra il 14 e il 28 marzo dell’anno successivo si tiene una riunione con i vertici di sicurezza nazionale. L’obiettivo? Elaborare il piano per uccidere bin Laden.
L’Operazione Neptune Spear
1 maggio 2011, ore 23.00 circa.
Due MH-60 Black Hawk stealth decollano dalla base di Jalalabad, Afghanistan. Due MH-47 Chinook rimangono in standby come Forza di Reazione Rapida, cioè unità militari mobili pronte a intervenire rapidamente. Alle 00:30 del 2 maggio, dopo circa un’ora e mezza di volo, i Black Hawk entrano nello spazio aereo pakistano volando a bassissima quota e seguendo le valli per eludere i radar. All’1:00 circa arrivano in prossimità del Covo.
Il primo Black Hawk (Chalk 1), però, ha un problema, cadendo nella propria turbolenza. Il pilota prova ad effettuare un atterraggio di emergenza nel giardino occidentale. L’aereo però si schianta contro un muro, il rotore si spezza e il mezzo prende fuoco. Nessuno dei militari a bordo è particolarmente ferito, ma la copertura è saltata. Nel frattempo il secondo Black Hawk (Chalk 2) non potendo più atterrare nel giardino, deposita i militari fuori dal perimetro esterno.
Prima di entrare nel compound, i SEALs avevano già un vantaggio tattico decisivo: qualcuno – anche se i documenti ufficiali non hanno mai dichiarato apertamente chi – aveva staccato l'alimentazione elettrica dell'intero quartiere. Quella zona di Abbottabad era completamente al buio. Per i SEALs con i visori notturni, era come combattere in pieno giorno. Per chi era dentro il compound, invece, era come essere ciechi.
La squadra 2 per entrare nel covo scelse il metodo più rapido possibile: usarono cariche esplosive C-4 per far saltare i cancelli metallici del perimetro esterno uno dopo l'altro, aprendo così un varco verso l'interno. Anche perché da quando l’elicottero si era schiantato la copertura era saltata: da questo momento in poi il successo della missione dipendeva solamente dalla loro velocità.
Una volta all'interno del perimetro, le due squadre convergevano verso i due edifici del complesso: la dependance e la palazzina principale, procedendo secondo la tattica clear from bottom to top — cioè avanzare sistematicamente piano per piano, eliminando ogni minaccia.
Dependance — ore 01:00 circa
Il primo scontro a fuoco avvenne alla dependance. Abu Ahmed al-Kuwaiti – il corriere di Osama, l'uomo che inconsapevolmente aveva guidato la CIA fin lì – aprì il fuoco contro i commando da dietro una porta. Fu ucciso sul colpo. Sua moglie, rimasta nel mezzo dello scontro, fu colpita accidentalmente e morì anch’essa.
Palazzina principale — Piano terra
I SEALs si spostarono rapidamente verso l'edificio principale. Anche qui nessun cancello o porta si aprì spontaneamente: i commando fecero saltare con cariche esplosive sia la porta d'ingresso frontale sia un muro in mattoni sul retro, creando una seconda via di accesso per evitare imboscate. Al piano terra trovarono Abrar al-Kuwaiti, fratello del corriere. Lo videro prepararsi a sparare e lo eliminarono.
Palazzina principale — Scale tra primo e secondo piano
Mentre la squadra avanzava lungo le scale, Khalid bin Laden — uno dei figli di Osama — si lanciò contro di loro. Fu abbattuto sul posto.
Palazzina principale — Terzo piano
Mentre i SEALs avanzavano piano per piano, Osama rimase immobile al buio nel suo studio al terzo piano per circa 15 minuti, in silenzio, mentre i rumori degli scontri salivano da sotto. Poi commise l'errore fatale: aprì il cancello metallico che bloccava l'accesso alla sua stanza per sbirciare fuori e capire cosa stesse succedendo. Quando si ritirò all'interno, non lo richiuse a chiave dietro di sé. I SEALs lo seguirono direttamente nella stanza. All'interno c'erano anche un AK-47 e una pistola Makarov – mai utilizzate. Una donna cercò di frapporsi tra lui e i soldati. Un commando le spostò di forza. Un SEAL sparò a Osama al torace. Era ancora vivo. Un secondo colpo però lo colpì sopra all’occhio sinistro, mettendo la parola fine a una caccia all'uomo durata un decennio.
Al termine del raid vennero per prima cosa raccolti tutti i materiali informatici disponibili: hard disk, chiavette USB, documenti — quelli che diventeranno poi la Abbottabad Collection.
Tornando al raid, in poco tempo giunsero sul posto anche le autorità Pakistane che, fino a quel momento, non erano al corrente di quanto stesse succedendo lì. Alla fine arrestarono tra le 16 e le 17 persone, incluse donne e bambini. A questo punto il corpo morto di Osama venne caricato sull'elicottero rimasto integro, mentre il mezzo danneggiato venne fatto esplodere dagli stessi militari USA per impedirne il recupero da parte dell’esercito pakistano. Durata totale dell'operazione nel compound: circa 38 minuti.
I dubbi in merito all'operazione
I primi dubbi in merito riguardano proprio l’omicidio di Osama. Ad oggi ad esempio sono due SEAL che sostengono di aver sparato il colpo fatale: Rob O'Neill e Matt Bissonnette, e ancora oggi non sappiamo con certezza chi dei due dica il vero. Anche l’ordine in cui furono sparati i colpi non è certo al 100%, se prima al petto e poi all’occhio, o prima all’occhio e poi al petto. Dopo aver ucciso Osama poi, lo abbiamo detto, il suo corpo fu caricato su un elicottero. Ma non finì in un obitorio, come ci si aspetterebbe, ma fu inviato sulla portaerei USS Carl Vinson, nel Mar Arabico settentrionale.
L’idea del governo, infatti, fu quella di seppellire Osama sul fondale marino. Questo, secondo le loro dichiarazioni, avrebbe impedito ai suoi fedelissimi di recuperarne la salma per venerarlo. Il corpo di bin Laden infatti fu zavorrato e calato in acqua dopo meno di 24 ore dall’uccisione, e da allora nessuno ne ha più avuto traccia. I principali dubbi riguardano proprio questa scelta. La mancanza di una prova fotografica pubblica del corpo (che Obama scelse di non diffondere per non creare un trofeo iconografico o incitare alla violenza) e la rapidità della sepoltura in mare hanno alimentato numerose teorie del complotto, nonostante il test del DNA eseguito dalla CIA avesse confermato l'identità del cadavere con una precisione superiore al 99,9%.
Insomma, da tutto questo abbiamo capito come la storia di Osama bin Laden e della sua cattura sia estremamente complicata e ricca di zone d’ombra che, forse, non verranno mai alla luce.
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