La Sardegna non è sempre stata nella posizione attuale. Dati paleomagnetici e ricostruzioni geologiche mostrano che l'isola e la Corsica erano parte del margine continentale europeo, accostate alla Provenza. Un nuovo studio pubblicato nel 2026 su Tectonics propone per Sardegna e Corsica meridionale una rotazione complessiva di circa 90° in senso antiorario tra 30 e 15 milioni di anni fa, contemporanea all'apertura del bacino Liguro-Provenzale. La Corsica centro-settentrionale sembra invece aver subito una rotazione molto più ridotta, segno che la deformazione del sistema fu più complessa di un semplice blocco rigido.
Tra Oligocene e Miocene il Mediterraneo occidentale attraversò una profonda riorganizzazione tettonica. La crosta si fratturò separando progressivamente Sardegna e Corsica dal margine provenzale. Il movimento avvenne su tempi geologici: pochi centimetri all'anno, moltiplicati per milioni di anni, sono sufficienti a spostare interi blocchi di litosfera di centinaia di chilometri. La Sardegna non ‘galleggiò' come un'isola: si mosse insieme alla litosfera di cui faceva parte.
La storia della Sardegna mette insieme tettonica delle placche, vulcanismo, formazione dei giacimenti minerari e storia delle comunità umane. L'isola è un frammento di crosta europea che ha cambiato posizione e orientamento, ma è anche un territorio in cui centinaia di milioni di anni di sedimentazione, collisioni, magmatismo, fluidi idrotermali, metamorfismo e alterazione hanno concentrato risorse diverse. È questo intreccio, non un singolo evento, a spiegare perché la Sardegna abbia avuto una delle storie minerarie più importanti d'Europa.
Le antiche eruzioni in Sardegna e la rotazione di 90°: dai vulcani all'ossidiana
La fase di rottura e rotazione si accompagnò a un intenso ciclo magmatico. Tra circa 29 e 13 milioni di anni fa la Sardegna fu interessata da vulcanismo oligo-miocenico con lave andesitiche e prodotti piroclastici, comprese grandi ignimbriti; le principali successioni affiorano in aree come Anglona-Logudoro-Bosa, Arcuentu, Sarroch e Sulcis-Cixerri. Non si tratta quindi soltanto di un paesaggio di colate laviche: alcune fasi furono fortemente esplosive.
Oggi la Sardegna non ospita vulcani attivi, ma conserva numerose testimonianze di vulcanismo. Per leggerle correttamente bisogna distinguere almeno due grandi cicli cenozoici. Il primo, oligo-miocenico, è quello contemporaneo alla grande riorganizzazione tettonica e interessa soprattutto la fascia occidentale dell'isola. Il secondo, plio-pleistocenico, è più giovane e comprende complessi come Monte Arci e gran parte del Montiferru. Nel Monte Arci il vulcanismo ha prodotto anche le celebri ossidiane, sfruttate e scambiate dalle comunità neolitiche nel Mediterraneo occidentale.
500 milioni di anni di giacimenti e il carbone di Carbonia
Dire che la Sardegna è ricca di minerali è corretto nel linguaggio comune, ma geologicamente il punto è un altro: l'isola è ricca di giacimenti, cioè di zone in cui determinati elementi sono stati concentrati in quantità anomale. Un giacimento nasce quando processi geologici prendono elementi normalmente dispersi nella crosta e li selezionano, trasportano e accumulano. I fluidi caldi possono sciogliere metalli e depositarli quando cambiano temperatura o chimismo; la sedimentazione può concentrarli in specifici strati; metamorfismo, alterazione e carsismo possono poi rimobilizzare e riconcentrare mineralizzazioni preesistenti.
La Sardegna è eccezionale perché la sua crosta è stata sottoposta a molti di questi processi, più volte, lungo oltre mezzo miliardo di anni. Nel Cambriano si formarono nel Sulcis-Iglesiente enormi depositi stratiformi di Pb-Zn, con oltre 120 milioni di tonnellate di minerale storicamente estratte. Durante l'orogenesi Varisica la deformazione, il metamorfismo e l'intrusione di grandi masse granitiche attivarono nuovi sistemi di fluidi e rimobilizzarono giacimenti più antichi; in seguito il magmatismo cenozoico e l'alterazione delle vulcaniti produssero altre mineralizzazioni e minerali industriali. Per questo la Sardegna non è mineraria per una sola causa: è un palinsesto metallogenico in cui più eventi hanno concentrato elementi diversi in epoche diverse.
Carbonia mostra in modo quasi perfetto come la geologia possa condizionare la storia umana. Il carbone del Sulcis non deriva dal vulcanismo miocenico, ma da una successione sedimentaria paleogenica. Durante la fase regressiva di un antico bacino costiero si formarono ambienti paralici e palustri nei quali si accumulò materia organica vegetale; sepolta dai sedimenti, questa materia si trasformò in livelli e banchi di lignite e carbone. Negli anni 1936-37 le ricerche individuarono l'esteso giacimento di Serbariu. Il Comune di Carbonia fu istituito con R.D.L. n. 2189 del 5 novembre 1937 e la città venne inaugurata il 18 dicembre 1938 come vera e propria città a bocca di miniera. La Grande Miniera di Serbariu entrò ufficialmente in produzione nel 1939 e cessò l'attività nel 1964.
