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Cos’è il fenomeno dello sbiancamento dei coralli e da cosa è causato

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Biologia dell'Ambiente
coral bleaching
A causa dell’aumento globale delle temperature, le barriere coralline stanno scomparendo in seguito al coral bleaching. Gli oceani, sempre più caldi e acidi, causano importanti scompensi ai coralli che in molti casi si traducono nella moria di vaste aree di barriera corallina.

Dagli anni Ottanta le barriere coralline sono gravemente colpite dagli effetti dell’aumento delle temperature atmosferiche e degli oceani, dell’inquinamento delle acque, della sovrappesca e dell’urbanizzazione spinta delle coste. Uno degli effetti più evidenti dell'impatto negativo delle attività umane su questi ecosistemi è il fenomeno del coral bleaching, ovvero lo sbiancamento dei coralli. Vediamo quale rapporto di causa-effetto lega l'attuale crisi climatica – e quindi l'Uomo – alla perdita di vaste aree coralline per cercare di capire "cosa" siamo chiamati a fare per evitarla o ridurla.

Le cause dello sbiancamento dei coralli

Una delle conseguenze del surriscaldamento del clima, dovuto principalmente alle emissioni di gas a effetto serra, è l’aumento delle temperature delle acque oceaniche. Le temperature in crescita anche nell’idrosfera costituiscono un fattore di stress importante per la vita degli ecosistemi marini, inclusi quelli delle barriere coralline. Quando i coralli sono “stressati” dal calore o dall’inquinamento, reagiscono espellendo le micro-alghe che si trovano all’interno dei loro tessuti.

Parliamo di alghe unicellulari fotosintetiche, le zooxantelle, che forniscono energia (in forma di zuccheri), ossigeno e colore ai coralli proprio grazie ai sottoprodotti della fotosintesi. Quando si rompe la simbiosi tra le alghe e i polipi corallini si ha lo sbiancamento propriamente detto. Successivamente al coral bleaching si può verificare la morte del corallo: dopo l’espulsione delle zooxantelle, infatti, la maggior parte dei coralli muore di fame, perché manca il fornitore principale di energia. La moria degli organismi corallini riduce così i coralli a scheletri calcarei senza vita.

zooxantelle sbiancamento
L'anatomia di un corallo

Il surriscaldamento atmosferico globale rende le temperature superficiali dei mari tropicali più alte, rispetto a tre decenni fa, soprattutto durante le fasi periodiche di El Niño e La Niña. Come abbiamo già visto, ad alte temperature dell’acqua corrisponde uno stress fisico maggiore per i coralli e quindi la probabilità che si verifichi il coral bleaching.

La frequenza del fenomeno

Gli scienziati hanno messo insieme i dati relativi alle aree di barriera corallina interessate dallo sbiancamento di 100 località sparse per il Pianeta. Quello che hanno potuto osservare è una maggior frequenza del fenomeno proprio durante le fasi del fenomeno climatico de El Niño-Southern Oscillation. Lo studio evidenza anche altri aspetti interessanti che vale la pena sottolineare: il numero di località affette da eventi severi di coral bleaching (dove cioè oltre il 30% dei coralli ha sofferto questo fenomeno) è sensibilmente aumentato dalla fine degli anni ‘90 del secolo scorso e anche il numero di eventi totali per ciascun sito è aumentato. Un altro aspetto riguarda il numero di anni trascorsi tra una coppia di eventi severi di coral bleaching e la successiva, passando da una media di 27 anni nel periodo 1980-1999 a 5,9 anni dal 2000 al 2016.

Immagine
Fonte: Therry P. Huges et al., Spatial and temporal patterns of mass bleaching of corals in the Anthropocene, Science, vol. 359 no. 6371, pp 80–83

Ecco quindi che solo negli ultimi 7 anni si sono registrati ben 3 eventi massivi di sbiancamento e morte dei coralli, il peggiore dei quali risalente al periodo 2016-2017. Nel 2017, infatti, si è abbattuto sulle coste del Queensland (Australia) il ciclone Debbie, una tempesta tropicale di categoria 4 e venti a 263 km/h che, insieme all'invasione corallivora dell’echinoderma Acanthaster planci (o stella corona di spine) e alle alte temperature dell’acqua, ha avuto un duro impatto sul 49% dei coralli della zona.

Soluzioni per il ripristino delle barriere sbiancate

Una barriera corallina sana – dove cioè i polipi corallini non sono ancora morti – può riprendersi dallo sbiancamento con il tempo e le giuste condizioni. In media, le barriere coralline impiegano circa un decennio per recuperare un buon stato di salute e di crescita. Certo, come per ogni problema di salute, vale il detto “meglio prevenire che curare”: allora cosa si può fare per prevenire il coral bleaching e preservare le barriere coralline?

uomo corallo bianco

L’Istituto Oceanografico del Principato di Monaco ha individuato 6 soluzioni da mettere in atto immediatamente.

  • Contrastare il surriscaldamento dell’atmosfera:

Invertire la rotta delle emissioni per evitare non solo che l’atmosfera si riscaldi sempre di più – e con essa gli oceani – ma soprattutto diminuire la quota di CO2 aerodispersa che, inevitabilmente, entrando a contatto con le acque oceaniche vi si discioglie, acidificandoli. L’acidificazione delle acque oceaniche comporta un abbassamento del pH che, insieme allo stress da calore, causa lo sbiancamento dei coralli.

  • Contrastare l’inquinamento marino:

Tutte le forme di inquinamento chimico e fisico con ripercussioni sul mare devono essere eliminate! L’urbanizzazione spinta delle coste, la moltiplicazione dei lidi e l’incuria umana, insieme alle grandi imbarcazioni, sono le fonti principali di inquinamento chimico e fisico del mare. Rimane fermo il discorso di non inquinare volontariamente le spiagge con mozziconi di sigaretta e rifiuti di vario genere, ma altrettanto importante risulta conoscere anche le altre forme di inquinamento “non volontario” e cominciare a pretendere dai governi locali una seria responsabilizzazione sul tema.

inquinamento marino sbiancamento
  • Promuovere un’economia “blu”:

Insieme alle soluzioni per ridurre l’inquinamento, serve un’economia che valorizzi (anziché colpire) il mare. Attività sportive e ricreative gestite da enti rispettosi della vita marina e dei suoi ritmi, istituzione ed espansione di aree protette, pratiche agricole e di gestione boschiva responsabili – gli ecosistemi terrestri e marini sono tra loro collegati – sono prioritari.

  • Proteggere le zone-rifugio delle specie marine:

La protezione deve essere fatta in particolare nella zona mesofotica, tra i 30 e i 150 m di profondità, al riparo dalle onde di calore marine. Qui i coralli sono meno vulnerabili allo sbiancamento e possono fungere da serbatoio di ricolonizzazione delle aree degradate. Parallelamente, è necessario proteggere anche le praterie di fanerogame e le mangrovie, ecosistemi che svolgono un ruolo importante nel ciclo del carbonio e nello stoccaggio, contribuendo a diminuire l'accumulo di gas serra nell'atmosfera.

zona rifugio coralli
  • Ripristinare le barriere coralline danneggiate:

Ciò può essere fatto trapiantando il corallo da un sito all'altro (ex-situ), o coltivandolo in situ (in situ) per riformare una nuova colonia.

  • Creare una “banca del corallo”:

Proprio come per i semi delle piante, questa ha l'obiettivo di preservare i ceppi e reimpiantarli in aree devastate. Sarà anche possibile studiare la resistenza delle specie al calore e selezionare le varietà più forti, aumentando le possibilità di conservazione, ammesso che si realizzino anche tutte le soluzioni precedenti.

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