La data scientist Frances Haugen consegnò al Wall Street Journal nel 2021 migliaia di documenti interni di Facebook. Da quelle carte emergeva che l'azienda sapeva perfettamente quali danni le sue piattaforme (incluso Instagram) stavano provocando alla sicurezza e alla salute mentale degli utenti, ma sceglieva di non intervenire. Risolvere quelle criticità, infatti, avrebbe comportato una riduzione del tempo trascorso dalle persone sulle app. I file trafugati da Haugen sono finiti al centro di migliaia di cause legali sui danni causati ai più giovani, procedimenti che hanno obbligato Meta a sborsare miliardi di dollari e a rivedere alcune funzionalità dei propri social. Oggi, a cinque anni dalla diffusione di quei documenti, è lecito chiedersi se quello stesso algoritmo al centro dell’inchiesta, che premiava rabbia e polarizzazione, funzioni ancora allo stesso modo.
È proprio questo enorme scandalo il cuore di The Social – Il prezzo della verità. A sedici anni di distanza da The Social Network, il regista Aaron Sorkin torna a puntare i riflettori sull'azienda di Mark Zuckerberg, portando sul grande schermo la figura di Frances Haugen e le conseguenze delle sue rivelazioni.
Cosa c'era nei documenti: i Facebook Files
Frances Haugen faceva parte del team Civic Integrity di Facebook, il gruppo incaricato di individuare e arginare la disinformazione sulla piattaforma, con un'attenzione particolare a quella che circolava in occasione delle tornate elettorali. Quando l'azienda sciolse quel gruppo, lei decise di andarsene portando con sé pagine e pagine di ricerche interne per consegnarle al giornalista Jeff Horwitz del Wall Street Journal, che in seguito sarebbero diventate una serie di inchieste note come The Facebook Files.
In seguito Haugen depositò una denuncia alla SEC, l'autorità americana di vigilanza sui mercati, e testimoniò davanti al Senato degli Stati Uniti, dichiarando che “i prodotti di Facebook danneggiano i bambini, alimentano le divisioni e indeboliscono la nostra democrazia. I vertici dell'azienda sanno come rendere Facebook e Instagram più sicuri, ma non apportano i cambiamenti necessari perché hanno anteposto i loro profitti astronomici alle persone”. Inoltre nel suo discorso Haugen ha specificato che i documenti forniti al Congresso “provano che Facebook ha ripetutamente ingannato il pubblico su ciò che le sue stesse ricerche rivelano riguardo alla sicurezza dei bambini, all'efficacia dei suoi sistemi di intelligenza artificiale e al suo ruolo nella diffusione di messaggi divisivi ed estremi”.
Come si può leggere nell’inchiesta, “il 32% delle adolescenti ha dichiarato che, quando si sentiva insoddisfatta del proprio corpo, Instagram la faceva sentire ancora peggio”. È quanto emerse in una presentazione del marzo 2020, pubblicata sulla bacheca interna dell'azienda e visionata dal WSJ. Nello stesso periodo, racconta l'articolo, i ricercatori interni di Instagram stavano studiando proprio esperienze di questo tipo, chiedendosi se facessero parte di un fenomeno più ampio, comprendendo in sintesi quanto Instagram fosse “dannoso per una percentuale significativa di questi utenti, soprattutto per le ragazze adolescenti”.
Inoltre, le ricerche interne commissionate dall’azienda avevano documentato che i sistemi automatici intercettavano, secondo le stime citate da Haugen, soltanto il 3-5% dei contenuti d’odio e appena lo 0,6% nel caso dei contenuti violenti o che istigavano alla violenza. Per Haugen il nodo sta nell’algoritmo introdotto da Facebook nel 2018, costruito per spingere l’engagement e per dare priorità alle Meaningful Social Interactions, ovvero le interazioni sociali significative, con l'obiettivo di favorire scambi reali tra amici e familiari sulla piattaforma. Il risultato fu l’opposto perché l’algoritmo premiava invece contenuti capaci di generare rabbia, ostilità, commenti e reazioni, elemento confermato dai ricercatori in alcuni memo interni, in cui si legge che “disinformazione, tossicità e contenuti violenti sono sproporzionatamente diffusi tra le ricondivisioni”.
Il Washington Post, lavorando sugli stessi documenti, rivelò poi che ogni reazione emotiva, presente tra i modi di reagire a un post, compresa la faccina arrabbiata, valeva cinque volte un like, e che già nel 2019 i ricercatori interni di Facebook avevano verificato come i “post capaci di suscitare reazioni di rabbia tramite le emoji avevano una probabilità sproporzionatamente elevata di contenere disinformazione, contenuti tossici e notizie di bassa qualità”.
Cosa ha modificato Meta su Instagram e Facebook
Il danno d'immagine per Facebook è stato così profondo che l'azienda ha scelto di ribattezzarsi Meta. Sul peso dell'algoritmo nell'amplificare le notizie false e nello spingere gli utenti verso posizioni politiche sempre più estreme, i passi avanti nel tempo sono stati pochi. A inizio 2025 l’azienda ha annunciato la chiusura del programma di fact-checking affidato a terze parti negli Stati Uniti, sostituito da un sistema di Community Notes scritte dagli utenti sul modello di X. Nel comunicato Meta spiega che nel resto del mondo “ci affidiamo a fact-checker indipendenti rispetto a Meta e certificati dall'International Fact-Checking Network (IFCN) o in Europa, dall'European Fact-Checking Standards Network (EFCSN), enti a loro volta indipendenti, per contrastare la disinformazione su Facebook, Instagram e Threads”.
Meta ha poi presentato recentemente nuovi strumenti basati sull’intelligenza artificiale che permettono di dire alla piattaforma quali contenuti si vogliano vedere nel Feed e nei Reels, una funzione che si chiama “Your Algorithm”. Nel comunicato l'azienda spiega che i suoi sistemi di ranking deducono gli interessi da ciò con cui le persone interagiscono, dai post commentati ai video guardati, tra migliaia di altri segnali.
Parallelamente i documenti di Frances Haugen sono diventati materiale probatorio in oltre 2.400 cause contro Meta, TikTok e YouTube, accusate di aver progettato le proprie app per creare dipendenza nei minorenni. Il primo verdetto è arrivato a marzo 2026 a Los Angeles, in cui Meta e Google sono state condannate a risarcire con 6 milioni di dollari complessivi una ventenne, nota come K.G.M., che attribuiva all'uso di Instagram e YouTube fin dall'infanzia anni di ansia, depressione e dismorfia corporea. La causa più corposa si è invece chiusa ad agosto con un accordo, in cui Meta ha accettato di pagare circa 18 miliardi di dollari a 48 stati americani che dal 2023 la accusavano di aver reso Facebook e Instagram assuefacenti per i ragazzi, nascondendo ciò che sapeva sui danni alla loro salute mentale.
Nel 2024 Meta ha introdotto su Instagram gli account per teenager e, in seguito all'accordo raggiunto a fine agosto 2026, l'azienda di Zuckerberg ha acconsentito a introdurre vincoli più severi e a irrobustire le tutele riservate ai minorenni su Instagram e Facebook negli Stati Uniti. Le nuove limitazioni prevedono 2 ore complessive di utilizzo al giorno, un blocco dalla mezzanotte alle 6 del mattino, notifiche silenziate nelle ore scolastiche e maggiori strumenti di controllo per i genitori. Cambia anche l'esperienza d'uso delle app. Ad esempio sugli account degli adolescenti il conteggio di like e reazioni sarà nascosto e l'accordo introduce inoltre il divieto, per i minorenni, dei filtri che riproducono gli effetti di un ritocco chirurgico o di un make-up che trasforma i lineamenti.
Queste nuove tutele però non riguardano l’Italia. Qui restano valide le impostazioni di sicurezza che limitano i contatti e i contenuti inappropriati e che includono account privati, restrizioni per i messaggi, promemoria per uscire dall'app dopo 60 minuti di utilizzo giornaliero e disattivazione delle notifiche tra le 22 e le 7.
Haugen, intervistata da Fortune all'uscita del film, ha dichiarato di non aver visto alcun cambiamento culturale che dimostri che l'azienda abbia voltato pagina e ha ricordato che secondo lei la vera soluzione consiste nel progettare sistemi più sicuri fin dall’inizio, non semplicemente nel cercare di ripulirli alla fine.
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