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La bolla dell’AI sta scoppiando in Cina, la Borsa crolla con 480 miliardi: quali sono i rischi

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A cura di Martina Oliva
Giornalista
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Immagine generata con AI a puro scopo illustrativo.
In Cina, l’indice tecnologico STAR 50 ha perso circa il 40% in meno di quattro mesi, cancellando 480 miliardi di dollari di valore di mercato. Il crollo riaccende il dibattito su una possibile bolla dell’intelligenza artificiale e sui rischi legati agli investimenti miliardari nel settore.

Un'azienda può presentare robot sempre più avanzati, attirare l'attenzione degli investitori e vedere comunque precipitare il prezzo delle proprie azioni. È quello che sta accadendo in Cina, dove l'entusiasmo per l'intelligenza artificiale si sta scontrando con i dubbi su quanto denaro il settore riuscirà davvero a guadagnare. Il fenomeno ha riacceso il dibattito sulla cosiddetta bolla dell'AI e sulla possibilità che una correzione simile si verifichi anche negli Stati Uniti e in Europa. La questione riguarda da vicino le grandi aziende tecnologiche, impegnate a investire miliardi nello sviluppo di nuovi sistemi, ma anche chi detiene azioni o fondi legati al settore.

Cosa sta succedendo in Cina

Secondo un'analisi di Reuters del 26 ottobre 2026, lo STAR 50, indice della Borsa di Shanghai che riunisce importanti società innovative, tra cui produttori di semiconduttori, ha perso circa il 40% in meno di quattro mesi. Il ribasso ha cancellato circa 480 miliardi di dollari di capitalizzazione, cioè di valore di Borsa, senza sottrarre direttamente denaro alle casse delle imprese.

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Il calo di circa il 40% dell'indice STAR 50 tra luglio e ottobre 2026, su valori normalizzati. Grafica realizzata con il supporto dell'AI.

Tra le società coinvolte c'è Unitree, nota per i suoi robot umanoidi, le cui azioni si sono dimezzate dal debutto in Borsa di agosto. I produttori di chip Moore Threads e MetaX hanno perso circa metà del valore da luglio, mentre alcuni fornitori di componenti ottici hanno registrato ribassi del 60% dai massimi estivi.

Non c'è stato un unico evento scatenante. Dopo due anni di rialzi alimentati dall'entusiasmo per l'AI e dalle attese di sostegno pubblico, sono emersi dubbi sui guadagni futuri. A pesare sono state anche le valutazioni molto elevate, la concorrenza tra produttori e il rischio di restrizioni all'utilizzo di apparecchiature cinesi nei centri di elaborazione dati statunitensi.

Per capire perché si parla di una possibile bolla basta considerare un altro numero: nonostante il crollo, lo STAR 50 valeva ancora circa 100 volte gli utili annuali delle società rappresentate, contro un rapporto di circa 30 per il Nasdaq 100 statunitense. In altre parole, gli investitori erano disposti a pagare prezzi molto elevati rispetto ai guadagni effettivi delle aziende, scommettendo su una forte crescita futura.

Si parla di bolla speculativa quando i prezzi delle azioni salgono oltre quanto giustificato dai risultati economici e dalle prospettive realistiche delle aziende. Se le aspettative degli investitori vengono ridimensionate, le quotazioni possono scendere rapidamente, come accaduto in Cina. Questo ribasso, tuttavia, non dimostra necessariamente che l'intero settore dell'intelligenza artificiale sia sopravvalutato.

Quanti miliardi si investono nell'AI e perché si teme che la bolla scoppi

Secondo l'AI Index Report 2026 dell'Università di Stanford, nel 2025 gli investimenti privati nell'intelligenza artificiale hanno raggiunto circa 285,9 miliardi di dollari negli Stati Uniti, contro 20,9 miliardi in Europa e 12,4 miliardi in Cina. Il confronto non comprende tutti i finanziamenti pubblici, rilevanti soprattutto in Cina.

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Gli investimenti privati nell'AI nel 2025 negli Stati Uniti, in Europa e in Cina. Grafica realizzata con il supporto dell'AI.

Su scala mondiale, Goldman Sachs prevede per il 2026 circa 1.000 miliardi di dollari di investimenti legati all'AI, concentrati soprattutto sulle infrastrutture. La stima riguarda le spese in conto capitale, ossia quelle destinate all'acquisto o alla realizzazione di beni da utilizzare nel tempo. È una misura diversa dagli investimenti privati censiti da Stanford, quindi i dati non sono direttamente confrontabili.

Gran parte delle risorse è destinata a data center, server, chip specializzati, reti e sistemi di raffreddamento. Queste infrastrutture dovranno ripagarsi nel tempo attraverso i servizi venduti. Se clienti e imprese ne acquistassero meno del previsto, il recupero delle somme impiegate potrebbe richiedere più anni.

Un esempio concreto arriva da Microsoft. Nel trimestre concluso a settembre 2026 il gruppo ha registrato 92,3 miliardi di dollari di ricavi e 36,6 miliardi di utile netto, oltre a 45,2 miliardi di spese in conto capitale. In questa cifra è compreso anche il valore dei beni acquisiti tramite leasing finanziario, contratti che consentono di utilizzarli pagando nel tempo. Sono dati relativi all'intero gruppo, non soltanto all'AI, e non permettono quindi di calcolare la redditività dei singoli progetti, ma mostrano la portata delle spese.

Il nodo è se i ricavi futuri saranno sufficienti a giustificare i costi e le valutazioni di Borsa. La storia offre un precedente: durante la bolla delle dot-com, scoppiata nel 2000, molte aziende Internet persero gran parte del loro valore, ma la Rete continuò a diffondersi. Pur con le dovute differenze, quella vicenda dimostra che una tecnologia può affermarsi anche quando alcune società deludono gli investitori.

Potrebbe succedere anche negli Stati Uniti e in Europa?

Negli Stati Uniti non si osserva un crollo generalizzato paragonabile a quello cinese, almeno non per ora. Secondo Reuters, al 26 ottobre il Nasdaq era sceso di circa il 6% dai massimi raggiunti poche settimane prima, registrando un ribasso molto più contenuto rispetto allo STAR 50, pur trattandosi di indici con composizioni differenti.

Anche i bilanci delle grandi aziende statunitensi mostrano quanto siano elevati gli investimenti tecnologici, sebbene non tutte le spese siano direttamente attribuibili all'AI. Nei risultati trimestrali pubblicati il 28 ottobre 2026, Alphabet, società madre di Google, ha comunicato che i ricavi di Google Cloud erano più che raddoppiati, raggiungendo 30,7 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, però, il gruppo ha sostenuto 51,4 miliardi di dollari di spese in conto capitale e registrato un flusso di cassa libero negativo per 9,1 miliardi, cioè la liquidità generata dalle attività operative non è bastata a coprire gli investimenti. Sul flusso di cassa hanno inciso anche altri fattori, tra cui l'accumulo di scorte e il pagamento di una sanzione europea. Questo non significa che Alphabet fosse in perdita: il trimestre si è chiuso con un utile netto di circa 26,2 miliardi di dollari.

Rispetto ad alcune delle società più giovani coinvolte nel ribasso cinese, Alphabet e Microsoft possono finanziare l'espansione pure grazie ad attività già redditizie. Tuttavia, nemmeno questo garantisce che le somme impiegate nell'AI producano i ritorni sperati o che le quotazioni continuino a salire.

Il Fondo Monetario Internazionale, nel rapporto sulla stabilità finanziaria di ottobre, segnala il rischio di una correzione dei titoli legati all'AI se le prospettive di crescita e redditività risultassero meno solide del previsto. Un eventuale ribasso potrebbe essere amplificato dai debiti contratti per finanziare nuovi progetti e dalla concentrazione degli investimenti in poche grandi società.

Le conseguenze potrebbero arrivare anche in Europa. Secondo un'analisi pubblicata dalla Banca Centrale Europea nell'agosto 2026, le famiglie dell'area euro risultano esposte per circa 440 miliardi di euro ai titoli tecnologici statunitensi, soprattutto attraverso fondi d'investimento. Non tutte queste partecipazioni sono direttamente legate all'AI, ma un calo delle grandi aziende americane potrebbe ridurre il valore dei risparmi investiti. Una frenata prolungata rischierebbe inoltre di rallentare finanziamenti, progetti e assunzioni nel settore.

Il caso cinese dimostra quanto rapidamente possano cambiare le aspettative, ma non permette di stabilire se o quando una bolla scoppierà altrove.

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