
Mentre il secondo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran sembra ormai fallito, con il Presidente USA Donald Trump che ha annunciato un'estensione della tregua, sullo Stretto di Hormuz continua a esserci un doppio blocco: da un lato i Pasdaran iraniani, dall'altro i militari statunitensi. In questa situazione, uno dei settori più colpiti dalla crisi energetica è quello del trasporto aereo, tra cui anche quello italiano: il nostro Paese, infatti, dipende fortemente dalle importazioni di jet fuel (un prodotto già raffinato pronto per essere imbarcato negli aerei), di cui circa il 20% transitava per Hormuz prima dello scoppio della guerra.
Nei primi 16 giorni di aprile, la mappa delle importazioni italiane è cambiata, lasciando spazio a Paesi come l'India, ma anche la Spagna, per un totale di circa 105.000 barili di jet fuel al giorno. Nel frattempo, il Commissario Europeo per i Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha chiarito cosa prevedono le normative UE sui risarcimenti in caso di cancellazione del volo per mancanza di carburante o per motivi legati ai rincari.
Da dove importa il jet fuel l'Italia
L'Italia è un Paese fortemente dipendente dall'estero per le importazioni di jet fuel e, come anche evidenziato dal report dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (IEA) di aprile 2026, il jet fuel è uno dei prodotti petroliferi più colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo i dati forniti da UNEM (Unione Energie per la mobilità), a inizio marzo il 20% di jet fuel che l'Italia importava transitava per Hormuz: dopo il blocco, tuttavia, il nostro Paese ha dovuto riorganizzare rapidamente le proprie forniture.
I dati elaborati della piattaforma Kpler, ripresi anche dal Corriere della Sera, evidenziano come nei primi 16 giorni di aprile l'Italia ha importato in media circa 105.000 barili al giorno di jet fuel, per un valore stimato di circa 350 milioni di euro. Il primo fornitore in queste due settimane è stata l'India, con circa 33.000 barili al giorno di carburante per l'aviazione. Subito dopo si collocano l'Arabia Saudita e la Spagna, entrambe con una media di 22.000 barili al giorno.
Particolarmente significativo è stato quindi l'aumento delle forniture spagnole, dove operano otto raffinerie: come anche evidenziato nel report mensile della IEA, la Spagna è infatti diventata un esportatore netto di jet fuel, mentre il nostro Paese si posiziona tra i 6 Stati che consumano più carburante per aviazione in Europa. Chiudono in quarta posizione la Turchia (con circa 17.000 barili al giorno) e in quinta l'Egitto (circa 11.000 barili al giorno).
A livello europeo, un dato significativo riguarda anche gli Stati Uniti: sempre secondo i dati Kpler, nel mese di marzo le esportazioni USA di carburante verso l'Europa sono aumentate di quasi il 27% su base mensile, raggiungendo i 414.000 barili al giorno. Se poi consideriamo tutti i prodotti petroliferi raffinati (tra cui benzina, gasolio e anche il carburante per aerei), le esportazioni globali USA hanno raggiunto una quota di circa 3,11 milioni di barili al giorno nel mese di marzo, in netto aumento rispetto ai circa 2,5 milioni di barili al giorno di febbraio: si tratta del livello mensile più alto mai registrato da Kpler a partire dal 2017.
Cosa ha detto il Commissario UE sul tema dei rimborsi per carenza di carburante
Ma, quindi, nel caso in cui il nostro volo venga cancellato per mancanza di jet fuel, si ha diritto al rimborso? Su questo tema ha fatto chiarezza il commissario UE dei trasporti, Apostolos Tzitzikostas, che in una videoconferenza tenuta ieri 21 aprile ha fatto una distinzione fondamentale tra carenza e rincaro.
Se un volo viene cancellato a causa di una effettiva carenza fisica di carburante (e quindi dell'impossibilità materiale di rifornire l'aeromobile) la cancellazione rientra tra le cosiddette “circostanze eccezionali” previste dal Regolamento CE 261/2004, che disciplina i diritti dei passeggeri aerei nell'Unione Europea.
In questo caso, quindi, la compagnia aerea non è tenuta a pagare la compensazione economica (che normalmente varia da 250 a 600 euro, a seconda della tratta), ma il passeggero ha comunque diritto al rimborso integrale del biglietto oppure, a scelta, alla riprotezione su un altro volo. Restano inoltre garantite le forme di assistenza in aeroporto: pasti, bevande, pernottamento in hotel se necessario e trasporto.
Diverso è il caso – e qui sta il punto fondamentale – in cui la compagnia aerea cancella un volo a causa del costo troppo elevato del cherosene, giudicando la tratta economicamente non più sostenibile. In questo scenario, il rincaro del carburante non è considerato una circostanza eccezionale, perché rientra nel rischio d'impresa della compagnia. Di conseguenza, oltre al rimborso del biglietto e all'assistenza, il passeggero ha diritto anche alla compensazione pecuniaria: più nello specifico, si tratta di 250 euro per voli fino a 1.500 km, 400 euro per tratte tra 1.500 e 3.500 km e 600 euro per voli superiori a 3.500 km. Questa compensazione, tuttavia, non è dovuta soltanto se la cancellazione è comunicata con almeno 14 giorni di preavviso rispetto alla data di partenza.
Il Commissario Tzitzikostas ha comunque rassicurato affermando che, al momento, non si registrano gravi carenze di carburante negli aeroporti europei: «fino a questo momento, i voli che sono stati cancellati non lo sono stati per una mancanza di jet fuel, ma per il suo prezzo elevato. Fin dall’inizio della crisi nel Golfo, il prezzo del cherosene è più che raddoppiato, spingendo molte compagnie aeree a ridurre i voli e a tagliare alcuni collegamenti perché, a livello finanziario, mantenere queste rotte appena redditizie non aveva alcun senso». Proprio a causa del caro carburanti, nelle ultime ore la compagnia aerea Lufthansa ha annunciato la cancellazione di circa 20.000 voli tra maggio e ottobre perché considerati rotte non redditizie.