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21 Aprile 2026
12:27

Perché non esistono reali alternative a Hormuz: il problema del gas e gli oleodotti insufficienti, la mappa

Con lo Stretto di Hormuz ancora chiuso e i negoziati USA-Iran in bilico, le alternative per il greggio sono limitate agli oleodotti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che coprono meno della metà dei volumi abituali. Per le esportazioni di gas la situazione è più complicata: non esistono rotte alternative allo Stretto di Hormuz.

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Perché non esistono reali alternative a Hormuz: il problema del gas e gli oleodotti insufficienti, la mappa
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Non esistono reali alternative allo Stretto di Hormuz: gli oleodotti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non sono in grado di garantire la stessa capacità produttiva

Il secondo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran dovrebbe aprirsi oggi, 21 aprile, a Islamabad, in Pakistan: nel frattempo, lo Stretto di Hormuz resta di fatto chiuso, con il blocco che continua a pesare sull'economia globale e sulle forniture energetiche di tutto il mondo. Da questo snodo marittimo, largo circa 34 km, fino a prima della guerra transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno (circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare) e oltre 112 miliardi di metri cubi di GNL all'anno (circa il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto), secondo i dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA).

Con la tregua tra USA e Iran che scade domani, 22 aprile, e le prospettive di un accordo di pace sempre più lontane, ci si chiede: ma esistono alternative reali a Hormuz per il commercio di petrolio e GNL? La risposta è molto diversa a seconda che si parli di greggio o di gas naturale liquefatto: per il primo esistono alcune vie d'uscita (anche se non sono in grado di compensare le quantità di petrolio finora transitate da questo chokepoint); per il secondo, invece, la situazione è ancora più complicata, poiché non esistono reali alternative allo Stretto di Hormuz.

Le possibili alternative per il greggio e la capacità massima degli oleodotti

Come evidenziato dal report dell'IEA sullo Stretto di Hormuz, soltanto l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti operativi in grado di deviare i flussi di greggio aggirando il passaggio da questo snodo marittimo. Più nello specifico, il sistema più grande è costituito dall'East-West Crude Oil Pipeline (noto anche come Petroline), gestito dal colosso saudita Aramco.

Si tratta di una rete lunga circa 1.200 km che attraversa l'Arabia Saudita collegando Abqaiq al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Dall'inizio della crisi, l'Arabia Saudita ha progressivamente spostato la quasi totalità delle proprie esportazioni su questa rotta, la cui capacità è stata aumentata da 5 a 7 milioni di barili al giorno a marzo 2026, proprio a seguito della crisi in Medio Oriente.

La seconda alternativa, invece, è quella dell'Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP), che si estende per circa 400 km dagli impianti petroliferi terrestri di Habshan, nell'emirato di Abu Dhabi, fino al porto di Fujairah, situato nel Golfo dell'Oman. La capacità massima di questo oleodotto è di circa 1,8 milioni di barili di greggio al giorno: secondo i dati IEA, infatti, la produzione normale era di circa 1,1 milioni di barili al giorno, con spazio per un aumento di volume fino a 700.000 barili al giorno in caso di chiusura dello Stretto.

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La mappa degli oleodotti di Arabia Saudita (in rosso) ed Emirati Arabi Uniti (in verde, le uniche alternative allo Stretto di Hormuz. Credit: IEA

Da citare, infine, c'è anche il terminal petrolifero di Jask, in Iran, ufficialmente inaugurato nel 2021 per trasportare petrolio greggio dall'oleodotto Goreh-Jask a Jask, sul Golfo dell'Oman. L'oleodotto avrebbe una capacità dichiarata di 1 milione di barili al giorno: tuttavia, ancora oggi l'infrastruttura non è operativa e non è considerata un'opzione praticabile per l'esportazione di greggio iraniano.

Il problema è che, anche al massimo del loro regime, i primi due oleodotti potrebbero gestire solo una parte del greggio che prima transitava da Hormuz: secondo le stime, infatti, si parla di un massimo di circa 8,8 milioni di barili al giorno (7 per l'Arabia Saudita e 1,8 per gli Emirati Arabi Uniti), meno della metà rispetto ai circa 20 milioni che normalmente transitavano per lo Stretto.

La maggior parte del petrolio che attraversa lo Stretto è destinata ai paesi asiatici – con Cina, India e Giappone come principali importatori: come abbiamo visto, però, il blocco dello Stretto sta avendo ripercussioni globali, soprattutto sui prezzi delle risorse energetiche.

L'assenza di alternative per il gas naturale liquefatto

Per il trasporto del gas naturale liquefatto (GNL), invece, la situazione è più complicata, perché non esistono rotte alternative per esportare il gas naturale dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, se non attraverso lo Stretto di Hormuz.

A confermarlo è sempre l'IEA, che nel suo report evidenzia come dato il 93% delle esportazioni di GNL del Qatar e il 96% di quelle degli Emirati Arabi Uniti transitasse attraverso Hormuz prima dell'inizio della guerra. Il punto è che il Qatar è il secondo esportatore mondiale di GNL (dopo gli Stati Uniti), con oltre 112 miliardi di metri cubi esportati nel 2025.

Va detto che esiste il gasdotto Dolphin, attraverso il quale il Qatar fornisce gas agli Emirati Arabi Uniti e all'Oman: la sua capacità, però, è estremamente limitata – appena 20,5 miliardi di metri cubi nel 2025 – e non può in alcun modo sostituire le esportazioni via nave.

Tra l'altro, gli oleodotti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono progettati esclusivamente per il trasporto di greggio e non possono essere adattati al gas liquefatto, che richiede infrastrutture completamente diverse (come impianti di liquefazione o navi metaniere specializzate). Secondo gli analisti, l'unica strategia futura per Paesi come il Qatar potrebbe essere quella di investire in progetti di GNL all'estero per diversificare le fonti di approvvigionamento, ma si tratta comunque di piani a medio-lungo termine, che non risolvono l'emergenza attuale.

Perché finora non sono state sviluppate vere alternative allo Stretto di Hormuz

A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: perché in Medio Oriente non sono mai state create delle reali alternative allo Stretto di Hormuz, nonostante la storia abbia dimostrato la vulnerabilità di questo snodo marittimo? Le spiegazioni sono diverse e hanno a che fare con la geografia della regione e con le complesse relazioni diplomatiche tra gli Stati del Golfo.

Per molti Paesi, infatti, l'unico modo per bypassare lo Stretto di Hormuz sarebbe quello di costruire oleodotti o gasdotti all'interno degli Stati confinanti, con costi elevati sia in termini economici che in termini politici. Il Qatar, ad esempio, è il secondo esportatore di GNL al mondo, ma via terra confina esclusivamente con l'Arabia Saudita, con la quale i rapporti sono stati a lungo tesi. Nel 2017, infatti, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l'Egitto accusarono il Qatar di sostenere il terrorismo e i gruppi islamisti della regione e di intrattenere rapporti compromettenti con l’Iran. Questo aprì una crisi diplomatica che si risolse solo nel 2021 grazie alla mediazione degli Stati Uniti, rendendo però nulla qualsiasi ipotesi per la costruzione di un gasdotto.

A tutto questo si aggiunge il fatto che la costruzione di oleodotti o gasdotti richiederebbe tempi molto lunghi, oltre che investimenti miliardari non solo per la realizzazione, ma anche per la sicurezza, dato che si tratterebbe infrastrutture energetiche vulnerabili ed esposte a possibile attacchi (come è già successo durante questo conflitto).

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Sara Brugnoni
Junior News Editor
Lavoro come giornalista per la sezione news di Geopop: mi occupo principalmente delle notizie di attualità e di tutto ciò che avviene sul Pianeta Terra, dalla geopolitica allo spazio, fino alla società nel suo complesso. Ho lavorato per un quotidiano economico e ho una laurea magistrale in Scienze Politiche, grazie alla quale ho capito quanto gli eventi del mondo siano profondamente connessi tra di loro.
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