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17 Aprile 2026
6:00

Da dove arriva il petrolio che entra nelle raffinerie italiane e che ruolo ha nella produzione energetica

Dalla Libia agli ex Paesi sovietici: i dati UNEM e Terna fotografano le provenienze del greggio e come è cambiato il mix energetico italiano in vent'anni.

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Da dove arriva il petrolio che entra nelle raffinerie italiane e che ruolo ha nella produzione energetica
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Il 40% del petrolio greggio che l’Italia importa arriva dall’Africa.

Il dibattito sull'autonomia energetica italiana si concentra spesso sul gas, sulle rinnovabili o sui prezzi alla pompa di benzina. Molto meno, invece, su una domanda apparentemente elementare: da dove arriva il petrolio greggio che entra nelle raffinerie italiane? I dati dell'UNEM — Unione Energie per la Mobilità, l'associazione che raggruppa le principali aziende di raffinazione, stoccaggio e distribuzione di prodotti petroliferi in Italia — offrono una risposta precisa e aggiornata.

Il quadro complessivo che emerge, soprattutto se confrontato con quello di vent'anni fa, è profondamente cambiato: oggi l'Italia importa il suo petrolio per oltre il 40% dall'Africa, con la Libia che copre quasi il 29% delle importazioni mensili. Seguono gli ex Paesi sovietici, che pesa per circa il 23%, il Medio Oriente (meno del 20%) e l'America (14,5%).

Chi ha rifornito l'Italia di petrolio a gennaio 2026

Nel solo mese di gennaio 2026, l'Italia ha importato circa 4,6 milioni di tonnellate di petrolio greggio da 15 Paesi diversi – il 90% del nostro petrolio arriva dall’estero. Il quadro non è quello di una dipendenza da un singolo fornitore, ma di un approvvigionamento distribuito su quattro grandi aree geografiche.

L'Africa è di gran lunga la principale area di provenienza, con oltre il 40% del totale. Al suo interno, la Libia da sola copre quasi il 29% delle importazioni mensili: è il singolo Paese da cui l'Italia acquista più greggio in assoluto. Seguono a distanza Nigeria, Niger e Senegal — questi ultimi due nuovi ingressi nella lista dei fornitori italiani, assenti dai dati fino al 2025.

Il secondo blocco è quello degli ex Paesi sovietici, che pesa per circa il 23%. In questa categoria compaiono oggi esclusivamente l'Azerbaigian e il Kazakhstan. La Russia è a zero dopo l’embargo sul petrolio europeo del 2023 per l’invasione dell’Ucraina.

Il Medio Oriente, con Iraq e Arabia Saudita, contribuisce per poco meno del 20%, mentre l'area americana — guidata dagli Stati Uniti con l'8% — si attesta attorno al 14,5%.

Come sono cambiati i fornitori in vent'anni

Guardare i dati di gennaio 2026 accanto a quelli di due decenni fa restituisce un'immagine di trasformazione profonda. Nel 2006 l'Italia importava circa 87 milioni di tonnellate di greggio l'anno, quasi il 60% in più rispetto ai volumi del 2024. Il calo riflette l'efficientamento del sistema industriale, la contrazione della domanda interna e la progressiva penetrazione delle fonti rinnovabili nel mix energetico.

Ma a cambiare non è stata solo la quantità, anche la geografia. La Russia era già tra i principali fornitori dell'Italia da anni, con una quota attorno al 16% nel 2006. Nel 2022, complice la presenza della raffineria ISAB di Priolo gestita dalla Lukoil, aveva raggiunto quasi il 20% — un picco congiunturale legato a una situazione di approvvigionamento molto specifica. Poi, a partire dal 2022, la quota russa si è azzerata dopo l’embargo.

Per compensare, l'Italia ha attivato due direttrici alternative. La prima è stato il rafforzamento dei legami con l'Africa: la Libia, già fornitore storico, ha consolidato il suo ruolo dopo anni difficili — le sue esportazioni erano crollate con la guerra civile del 2011, per poi lentamente risalire nel corso del decennio. Sono stati anche attivati nuovi canali con Niger e Senegal, assenti dai dati fino al 2025. La seconda direttrice è stata l'aumento degli acquisti dall'Azerbaigian, che ha preso il posto lasciato vuoto dalla Russia.

Anche la quota dell'area OPEC ha subito un riassestamento rilevante: da circa due terzi delle importazioni nel 2006 è scesa a poco più della metà oggi, per effetto della crescita di fornitori esterni al cartello come Azerbaigian, Kazakhstan, Norvegia e, più di recente, la stessa Guyana.

Come viene prodotta l'energia in Italia

I dati UNEM raccontano da dove arriva il greggio. Ma come viene effettivamente prodotta l'elettricità in Italia? I dati Terna, il gestore della rete di trasmissione nazionale, offrono una fotografia della produzione netta per il 2024 – ultimo dato disponibile consolidato: 271 mila GWh complessivi, distribuiti in modo molto diseguale tra le diverse fonti.

Il termoelettrico rimane di gran lunga la fonte dominante, con 152 mila GWh prodotti, pari al 56% del totale. Seguono il settore idroelettrico (54.757 GWh, 20,2%), il fotovoltaico (35.993 GWh, 13,3%) e l'eolico (22.322 GWh, 8,2%). La geotermia, concentrata soprattutto in Toscana, contribuisce per 5.675 GWh (2,1%), mentre i sistemi di accumulo standalone si attestano a 136 GWh, una quota ancora marginale ma in crescita.

Il dato più rilevante, in chiave di autonomia energetica, è che il termoelettrico copre ancora più di metà della produzione elettrica nazionale. Il che riporta direttamente alla domanda di partenza: quella quota dipende in larga misura dal gas naturale e, in misura minore, dai derivati petroliferi.

Cos'è il termoelettrico e come funziona nel nostro Paese

Il dettaglio della produzione termoelettrica, analizzato per tipologia di impianto su base nazionale, aiuta a capire meglio da cosa dipende quella quota del 56%. La tecnologia di gran lunga più diffusa è il ciclo combinato — quella in cui gas naturale alimenta prima una turbina a gas, poi una caldaia a vapore, massimizzando l'efficienza — che da solo genera oltre 208 mila GWh lordi, circa il 70% dell'intera produzione termoelettrica. Di questa quota, una parte significativa è prodotta in cogenerazione, ovvero in impianti che producono sia elettricità che calore industriale, aumentando ulteriormente l'efficienza energetica complessiva.

Seguono gli impianti a combustione interna cogenerativa, i vecchi impianti a condensazione e le turbine a gas con produzione di calore. Le turbine a gas pure, le celle a combustibile e la combustione esterna rappresentano quote molto minori.

Quello che emerge dalla lettura combinata dei dati UNEM e Terna è quindi un sistema energetico italiano ancora fortemente dipendente dagli idrocarburi fossili — in particolare dal gas, che alimenta i cicli combinati — anche se il mix delle provenienze si è radicalmente ridisegnato negli ultimi due anni. La Russia è scomparsa, l'Africa ha rafforzato il suo peso, e alcuni Paesi come il Niger e il Senegal sono diventati fornitori rilevanti in tempi molto brevi. Un riassestamento geopolitico e commerciale che le bollette, e il dibattito pubblico, ancora faticano a rendere visibile.

Fonti:
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