Le elezioni in Israele non hanno decretato un vincitore certo. Con il 100% dei voti alle urne scrutinati, il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu risulta in vantaggio con 53 seggi, ma il suo schieramento non sembra avere i numeri per ottenere autonomamente la maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano.
Un elemento importante è il risultato dei partiti arabo-israeliani, attualmente con 19 seggi, che potrebbero disporre di un numero sufficiente a influenzare la formazione del prossimo governo. Il conteggio definitivo, però, non arriverà prima di venerdì, quando saranno scrutinate circa 600.000 “doppie buste”, ossia i voti espressi per corrispondenza e a distanza.
Secondo i media locali, il presidente israeliano, Isaac Herzog, incontrerà nei prossimi giorni sia Benjamin Netanyahu che il rivale Gadi Eisenkot, per valutare la fattibilità di un governo di unità nazionale.
Se nessun blocco riuscirà a costruire una maggioranza, infatti, potrebbero essere necessarie diverse settimane di negoziati e, in caso di fallimento, nuove elezioni nel 2027.
Nel frattempo, l’affluenza record del 77,7% segnala una partecipazione particolarmente elevata a queste elezioni caratterizzate da temi quali sicurezza nazionale, la situazione a Gaza ed il bilancio politico e militare degli ultimi anni. Ma un eventuale cambio di governo non sembra significare un cambio nella politica israeliana verso Gaza e la Cisgiordania.
L’affluenza record in Israele: il voto in un Paese profondamente diviso
Per capire il risultato delle elezioni bisogna prima partire dal sistema elettorale presente nel Paese: in Israele, come in Italia, non si elegge direttamente il primo ministro. Gli elettori votano per una lista di partito e i seggi vengono distribuiti proporzionalmente ai voti ricevuti, a condizione di superare la soglia elettorale del 3,25%. La Knesset – il Parlamento israeliano – è composta da 120 deputati, quindi per ottenere una maggioranza assoluta e sostenere un governo servono almeno 61 seggi. Poiché nessun partito riesce normalmente a conquistare da solo questo numero di deputati, la formazione dell’esecutivo dipende dagli accordi tra più forze politiche.
Uno degli elementi più significativi di queste elezioni è la partecipazione alle urne: secondo la Commissione elettorale centrale israeliana, l’affluenza ha raggiunto il 77,7%, contro il 70,6% registrato alla stessa ora nelle elezioni del 2022. È il dato più alto dal 1999, secondo The Times of Israel: la partecipazione è stata particolarmente rilevante anche tra i cittadini arabi di Israele, che rappresentano oltre un quinto della popolazione.
Per molti di loro, il voto è stata l'occasione per contestare le politiche del governo uscente e cercare di incidere sulle decisioni future, in particolare sulla creazione di uno Stato palestinese. Il contesto è quello di un Paese segnato dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza e dai successivi conflitti regionali e proprio le elezioni hanno messo al centro il tema della sicurezza, la fiducia nella leadership di Netanyahu e le divisioni interne alla società israeliana. L’affluenza elevata, tuttavia, non equivale automaticamente a un consenso per uno dei due schieramenti: bisogna infatti guardare alla distribuzione dei seggi e alla possibilità concreta di formare una maggioranza.
Il peso dei partiti arabi: possono avere un ruolo decisivo nella formazione del governo?
Il risultato delle liste arabe è uno degli aspetti politicamente più rilevanti del voto. Il blocco di Netanyahu, infatti, risulta in testa, ma senza i numeri per governare autonomamente. Anche il partito Yashar, guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e principale rivale del premier, resta sotto la maggioranza assoluta con 48 seggi, e in questo scenario i partiti arabi giocano un ruolo determinante.
Non perché siano necessariamente destinati a entrare nel governo, ma perché il loro sostegno parlamentare o, al contrario, la loro astensione potrebbe contribuire a permettere la nascita di un esecutivo alternativo. Il presidente della Lista Unita, Yousef Jabareen, ha indicato la disponibilità a offrire un sostegno parlamentare condizionato a un'alternativa politica. La lista riunisce tre partiti: Hadash, Ta’al e Balad.
Un’altra forza, Ra’am, guidata da Mansour Abbas, si è presentata separatamente. Jabareen ha chiesto tra le altre cose interventi contro la criminalità nelle comunità arabe, fermare la demolizione di abitazioni e riaprire la discussione su un percorso verso la creazione di uno Stato palestinese. La formazione ha però escluso di voler dare un sostegno incondizionato a un eventuale governo di opposizione.
C’è però un ostacolo politico: diversi partiti dell’opposizione israeliana hanno dichiarato di non voler dipendere dalle liste arabe per governare e lo stesso Netanyahu ha escluso la formazione di un esecutivo che si basi sul loro sostegno. Se nessun blocco riuscirà a costruire una maggioranza, Israele potrebbe affrontare settimane di negoziati e, in caso di fallimento, anche la prospettiva di nuove elezioni.
Cosa sono le schede a doppia busta e perché possono influenzare i risultati delle elezioni
Il quadro, però, resta ancora provvisorio: una parte significativa dei voti deve ancora essere verificata e conteggiata attraverso il sistema delle cosiddette double-envelope ballots, ovvero le schede inserite in una doppia busta. La Commissione elettorale centrale stima che siano circa 600.000, un numero superiore a quello registrato nelle elezioni del 2022.
Si tratta soprattutto di voti espressi da militari e riservisti, ma anche da detenuti, personale sanitario, diplomatici all'estero e persone che votano lontano dal proprio seggio abituale. La doppia busta permette di verificare l'identità dell'elettore e assicurarsi che non abbia votato più di una volta, mantenendo anonima la scheda.
Poiché questi voti vengono conteggiati separatamente, possono modificare la distribuzione finale dei seggi. Storicamente queste schede hanno favorito relativamente i partiti sionisti rispetto alle liste arabe e ultraortodosse, anche per la maggiore presenza di militari tra gli elettori che utilizzano questa procedura. Non è però possibile prevedere con certezza l'effetto sul risultato finale; ciò che è importante, però, è che se i margini tra i partiti resteranno ridotti, anche variazioni di uno o due seggi potrebbero incidere sui negoziati per la formazione del governo.
Che cosa succede adesso? Gli scenari possibili
Una volta completato lo scrutinio, il presidente israeliano Isaac Herzog consulterà i rappresentanti delle forze politiche e affiderà a un parlamentare l'incarico di tentare di formare un governo. La scelta dipenderà dalla valutazione di chi abbia le maggiori possibilità di ottenere il sostegno della Knesset, non soltanto da chi ha raccolto più voti.
Il candidato incaricato dovrà quindi negoziare con gli altri partiti per raggiungere almeno 61 seggi. Se nessuno riuscirà a costruire una maggioranza, il Paese potrebbe trovarsi nuovamente davanti a una crisi politica e alla possibilità di nuove elezioni. Il risultato attuale ha quindi un messaggio apparentemente contraddittorio: Netanyahu conserva un sostegno consistente, ma non ha i numeri per governare autonomamente e proprio le forze politiche che il sistema israeliano ha spesso relegato ai margini potrebbero diventare determinanti nel decidere chi guiderà il Paese. La domanda quindi non è soltanto chi governerà Israele, ma quale governo riuscirà a formarsi e quali conseguenze avrà per la guerra, per Gaza e per il futuro dei palestinesi.
Gaza e i palestinesi: potrebbe davvero cambiare qualcosa?
A tal proposito, un eventuale cambio di governo non comporterebbe una svolta nella politica israeliana nei confronti del popolo palestinese. Netanyahu ha costruito parte della propria linea politica proprio sulla sicurezza nazionale, sul contrasto ad Hamas e sull’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.
Il suo governo ha inoltre sostenuto l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e ha incluso forze dell’estrema destra favorevoli all’annessione del territorio. Eisenkot rappresenta un’alternativa politica al premier, ma non un cambiamento sulla questione palestinese.
Secondo un’analisi di Reuters del 22 ottobre 2026, entrambi i leader si oppongono alla creazione di uno Stato palestinese indipendente e sostengono che Hamas debba disarmarsi prima di un ritiro delle forze israeliane da Gaza. Entrambi hanno dichiarato di riprendere massicce operazioni militari se queste condizioni non venissero soddisfatte. Lievi differenze riguardano la Cisgiordania: Eisenkot non condivide gli avamposti israeliani non autorizzati e alcune espansioni degli insediamenti, mentre Netanyahu ha sostenuto politiche di colonizzazione più ampie. Per i palestinesi, dunque, anche con un cambio di governo appare attualmente improbabile che ci sia una fine delle operazioni militari a Gaza o un'apertura concreta verso la soluzione dei due Stati.
