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Chi è Gadi Eisenkot, l’ex generale che sfida Netanyahu alle elezioni in Israele e cosa può cambiare

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Ritratto ufficiale in uniforme. Credits: IDF Spokesperson's Unit
Eisenkot si presenta alle elezioni del 27 ottobre 2026 come l’anti-Bibi, con il suo partito (Yashar) che chiede più sicurezza per Israele e la leva obbligatoria anche per gli ultraortodossi. Se dovesse vincere, avrà davanti a sé un’altra sfida: ottenere la maggioranza dei seggi alla Knesset. Ma quali alleanze si prospettano davanti?

Con l'apertura delle urne martedì 27 ottobre 2026, parte ufficialmente la sfida di Gadi Eisenkot a Benjamin Netanyahu per la carica di primo ministro di Israele e la maggioranza della Knesset (il parlamento). Queste sono le prime elezioni politiche dopo il 7 ottobre 2023, data che ha segnato uno spartiacque definitivo nell'escalation dei rapporti tra Palestina e lo Stato ebraico.

Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore dell'IDF, il 12 ottobre 2023 è entrato ufficialmente nel governo israeliano con il ruolo di ministro senza portafoglio e osservatore del gabinetto di guerra, ma si è dimesso nel giugno 2024 perché in disaccordo rispetto alla linea della coalizione di governo nella Striscia di Gaza. A poco più di un anno dalle sue dimissioni, nel settembre 2025, ha fondato il partito Yashar (che in lingua ebraica significa "dritto" o "onesto"), con il preciso obiettivo di diventare una valida alternativa al governo odierno. Ma vediamo più da vicino chi è questa figura politica, che potrebbe forse scalzare il contestato primo ministro israeliano.

La carriera di Eisenkot: la scalata ai vertici dell’IDF e la pericolosa Dottrina Dahiya

Eisenkot, 66 anni, è figlio di immigrati marocchini, ed è nato in Israele (precisamente a Tiberiade, nella regione storica della Galilea) il 19 maggio 1960. Cresciuto nella città di Eilat, si è specializzato in studi marittimi, e dopo il diploma (1978) è entrato a far parte dell'esercito israeliano (IDF).

La sua carriera nell'IDF, durata quarant'anni, è stata una vera e propria scalata ai ranghi del potere, perché dall'essere un semplice capo squadra è diventato capo plotone (a seguito di un corso per ufficiali di fanteria) e vice comandante di compagnia. Giovane ufficiale durante la prima guerra del Libano (1982), Eisenkot è poi stato nominato comandante della compagnia fucilieri del 51º Battaglione Golani.

Durante la seconda guerra del Libano (estate 2006), Eisenkot fu a capo della direzione delle operazioni dell'IDF, coordinando le operazioni dei soldati durante il conflitto. A seguito delle durissime critiche al comandante del fronte settentrionale Udi Adam riguardo alla gestione caotica delle operazioni di terra (il coordinamento fu pessimo e vi furono diversi fallimenti contro i razzi lanciati da Hezbollah), Eisenkot subentrò (a guerra finita) al comando del fronte. Due anni dopo, nel 2008, sviluppò la Dottrina Dahiya, che aveva l'obiettivo dichiarato di "contrastare la minaccia di Hezbollah in Libano".

La dottrina in questione si basa su una strategia militare di guerra asimmetrica che prevede l'impiego massiccio di una forza militare molto superiore rispetto alla minaccia ricevuta, con l'obiettivo di creare una forte deterrenza. Ma non solo: la dottrina prevede anche il danneggiamento e la demolizione sistematica di beni civili (case, ospedali, reti elettriche, acquedotti, fognature) nei territori controllati da "forze ostili" (come Hezbollah e Hamas).

La dottrina scaturita da Eisenkot è poi stata formalizzata e impiegata nella sua massima espressione nella Striscia di Gaza, nonostante le innumerevoli critiche da parte delle organizzazioni umanitarie, il Comitato internazionale della Croce Rossa e gli esperti legali che hanno reso chiaro come la dottrina violi il diritto internazionale umanitario e le Convenzioni di Ginevra per potenziali crimini di guerra e perché priva di validità strategica a lungo termine (con una strategia del genere è improbabile raggiungere una pace o una stabilità politica duratura).

Ad ogni modo, ai vertici della sua carriera Eisenkot è arrivato a diventare capo di stato maggiore (dal 2015 al 2019) al servizio del governo Netanyahu.

Il suo mandato, però, non è stato privo di polemiche, culminate nella primavera del 2016 in un episodio molto controverso, quello del sergente Elor Azaria. Quest'ultimo, il 24 marzo di dieci anni fa, sparò e uccise il palestinese Abdel Fatah al-Sharif, che a sua volta – nel corso di una colluttazione –  aveva ferito un soldato israeliano con un'arma da taglio. Sebbene l'attentatore fosse ormai a terra disarmato e immobilizzato, Azaria gli sparò un colpo alla testa da una distanza ravvicinata. Nonostante una serie di esponenti della destra radicale israeliana avessero chiesto ad Eisenkot di non appoggiare un'inchiesta a riguardo e di non aprire un processo militare, Eisenkot scelse di farlo "per difendere la disciplina dell'esercito", e il sergente fu processato da un tribunale militare, riconosciuto colpevole e condannato a 18 mesi di carcere (di cui ne scontò solo la metà, all'effettivo) per omicidio colposo.

L’ingresso in politica prima del 7 ottobre 2023 e le dimissioni

Nonostante lo scomodo episodio Azaria, Eisenkot è riuscito a riabilitare la sua figura, e nel 2022 è entrato in politica come candidato deputato, ed è stato eletto parlamentare alla Knesset.  

Dopo i fatti del 7 ottobre 2023, è entrato a far parte di un gabinetto di guerra d'emergenza insieme a Benny Gantz con il ruolo di osservatore strategico. Tuttavia, si è rivelato ben presto un ruolo castrante per entrambi, perché in disaccordo con la linea del premier della "vittoria totale". Eisenkot, in particolare, la definiva "un'illusione priva di strategia politica e militare reale", e voleva dare l'assoluta priorità alla liberazione degli ostaggi, anche a costo di tregue prolungate.

Vista la paralisi decisionale del primo ministro e l'assenza di piani concreti, i due hanno dato le loro dimissioni nel giugno del 2024, e Eisenkot ha lasciato il partito di Gantz (National Unity), che non riteneva un'alternativa adatta per rovesciare il governo alle elezioni di quest'anno.

Da allora, Eisenkot è diventato uno dei principali oppositori del premier israeliano, criticando frontalmente la sua gestione della guerra, che ha portato il Paese a una posizione di isolamento sempre più netta da parte dell'opinione pubblica internazionale.

Eisenkot e Netanyahu: la visione politica a confronto

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Locandina elettorale generata con IA nella città di Tel Aviv: Netanyahu VS Eisenkot. Credits: x di Gadi Eisenkot

Nel settembre dello scorso anno, Eisenkot ha fondato il partito Yashar, che si basa su una serie di misure di sicurezza maggiori e una serie di cambiamenti radicali, soprattutto per gli ultraortodossi.

La sua politica, per quanto ritenuta più moderata rispetto a quella dell'attuale premier Benjamin Netanyahu (il primo ministro più longevo della storia di Israele), è comunque sostanzialmente netta.

Sul fronte militare, Eisenkot sostiene la linea dura contro Hamas, Hezbollah e l'Iran, e di questo non ha mai fatto mistero. Riguardo alla Striscia di Gaza, Eisenkot ha categoricamente escluso la nascita di uno Stato palestinese sovrano, ma rispetto a Bibi si è dichiarato contrario alla ricolonizzazione ebraica di Gaza. Il suo desiderio, dopo la distruzione di Hamas con ogni mezzo possibile, è quello di un'amministrazione civile palestinese moderata supportata da una coalizione di Paesi arabi moderati (Egitto in primis). La sicurezza, però, sarebbe sempre e comunque appannaggio di Israele.

Per quanto riguarda invece la spinosa questione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, tuttavia, Eisenkot si è dimostrato più volte evasivo. Come ha riportato anche il Guardian, si oppone al progetto del blocco di insediamenti E1, ma in generale si è dichiarato favorevole agli insediamenti. Tuttavia, non è d'accordo con la decisione di Netanyahu di affidare la gestione della regione al ministro di estrema destra Bezalel Smotrich, visto che a seguito di questa decisione si è registrata un'impennata di violenze da parte dei coloni nei confronti dei civili palestinesi. Il suo obiettivo (dichiarato) è quello di rimettere l'esercito a comando della Cisgiordania, anche se le evidenze storiche provano violenze sulla popolazione palestinese anche da parte dei membri dell'IDF.

A livello delle relazioni internazionali, Eisenkot vorrebbe che Israele finisse di essere diplomaticamente isolato (l'attuale primo ministro, invece, considera l'isolamento diplomatico un prezzo accettabile da pagare in nome della "totale libertà d'azione" militare), e sostiene di dover portare avanti un maggior coordinamento (a porte chiuse) con gli USA e una riapertura del dialogo con gli alleati occidentali. Per fare ciò, però, Eisenkot e il suo partito dovranno fermare le violenze dei coloni, che hanno provocato un forte sdegno internazionale.

E poi, il tasto più dolente: il partito di Eisenkot sostiene fermamente che gli ultraortodossi (Haredim) non dovrebbero più essere esentati dalla leva militare, e che una volta al governo sosterrà l'arruolamento obbligatorio anche per loro, anche – come ha sostenuto lui stesso – per alleggerire la pressione sui riservisti che si sono mobilitati da anni. Le dichiarazioni a riguardo hanno creato grande scompiglio nella comunità Haredim, ben lontana dal voler mettere il naso negli affari di guerra.

Una volta al governo, Eisenkot vorrebbe chiedere l'immediata istituzione di una Commissione d'inchiesta statale indipendente sui fatti del 7 ottobre. Chiaramente, l'idea è stata duramente criticata dalla maggioranza di governo guidata da Netanyahu e dal ministro Levin, che negli ultimi anni si è impegnata alacremente per promuovere riforme piuttosto controverse per depotenziare la magistratura. Eisenkot, però, sostiene che l'autonomia del sistema giudiziario debba essere un punto fermo, come anche l'integrità morale di tutte le istituzioni.

Con quali partiti potrebbe allearsi?

Anche se le elezioni di oggi dovessero vedere Yashar in testa, in un sistema elettorale proporzionale puro, conquistare la guida del Paese richiede una maggioranza di almeno 61 seggi su 120 alla Knesset, e nessun partito può farcela da solo.

Quindi, con quali partiti potrebbe allearsi? 

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Gadi Eisenkot all'evento elettorale di Yashar il 26 ottobre. Credits: X di Gadi Eisenkot

Al momento il blocco di opposizione è composto da Yashar, Beyachad (alleanza centrista fondata ad aprile 2026 da Naftali Bennett e Yair Lapid), Yisrael Beitenu e i socialdemocratici di Yair Golan. Ma secondo i sondaggi i seggi potrebbero non bastare ad arrivare alla maggioranza (gli ultimi sondaggi danno i quattro partiti insieme tra i 52 e i 56 seggi).

Per arrivare a 61 seggi, Yashar potrebbe appoggiarsi alla lista arabo-israeliana islamista Ra'am di Mansour Abbas, ma è una possibilità remota (Eisenkot l'ha esclusa negli scorsi mesi) anche solo per il fatto che un'alleanza con questo partito potrebbe far allontanare i sionisti Bennett e Lieberman. Bennett, in particolare, si è impegnato a governare solo con partiti sionisti.

In alternativa, Eisenkot e i suoi colleghi di partito potrebbero tentare un complicato dialogo con i partiti religiosi, ma gli Haredim non indietreggerebbero riguardo alla questione della leva militare obbligatoria per la loro comunità, ed è quindi alquanto improbabile che ciò accada.

Se Yashar non riuscisse a trovare una soluzione, il rischio è quello di uno stallo istituzionale in cui gli israeliani dovrebbero tornare alle urne (mentre Netanyahu resterebbe alla guida del governo).

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Veronica Miglio
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Laureata in Lingue Straniere, qui a Geopop lavoro come autrice editoriale, raccontando storie e curiosità. Alle spalle ho un background lavorativo diviso tra insegnamento, uffici stampa e giornalismo locale, anche se il mio percorso nel mondo della comunicazione è partito tra i microfoni della radio universitaria, dove mi occupavo di politiche europee. Fuori dall'ufficio mi divido tra fotografia e scrittura, ma quando posso ritaglio un angolo di tempo per dipingere con i pastelli a cera.
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