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25 Gennaio 2026
16:30

Esistono mappe che mentono? Dalle isole fantasma ai falsi toponimi ed errori cartografici voluti

Le mappe non sono mai state strumenti neutrali: per secoli hanno mentito di proposito. Strade inventate, isole fantasma ed errori volontari sono serviti a proteggere segreti, difendere diritti e spostare confini. Sono un esempio la città di Argleton in Inghilterra o le mappe segrete dell'Unione Sovietica.

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Esistono mappe che mentono? Dalle isole fantasma ai falsi toponimi ed errori cartografici voluti
mappe che mentono

Disegnare una mappa non significa esclusivamente descrivere il mondo: significa scegliere cosa mostrare, cosa semplificare e cosa nascondere. Per questo, per secoli, le mappe non sono state solo strumenti per orientarsi, ma anche armi, inganni e strumenti di potere. A volte i cartografi sbagliavano per errore, molto spesso, però, mentivano di proposito. Immagina di seguire il navigatore verso una destinazione che, semplicemente, non esiste. È successo davvero a chi cercava Argleton, un paese inglese comparso per anni su Google Maps con tanto di meteo, annunci di lavoro e immobili in vendita. Peccato che Argleton non sia mai esistita. Un caso limite ma perfetto per raccontare una pratica antica: inserire informazioni false nelle mappe. Strade inventate, isole fantasma, territori spostati non per distrazione, ma per proteggere segreti, difendere diritti o controllare il racconto del mondo.

argleton
La presunta cittadina di Argleton, su Google Maps

Le trap streets: strade che non portano da nessuna parte

Realizzare una mappa accurata richiede anni di lavoro, risorse economiche e competenze tecniche. Quindi c'è la necessità di tutelare il proprio investimento: come dimostrare che qualcuno ti ha copiato? La soluzione trovata dai cartografi è tanto semplice quanto controintuitiva: inserire un errore volontario. Un dettaglio falso, minuscolo, ma riconoscibile. Nascono così le trap streets, letteralmente “strade-trappola”. Possono essere vie che non esistono, curve leggermente sbagliate, ponti con misure alterate di poco. Se lo stesso errore compare in un’altra mappa, la copia è evidente.

Negli anni Novanta, la Thomas Brothers Map Company ha ammesso che le sue guide di Los Angeles contenevano tra 100 e 200 strade inventate, soprattutto nelle contee di San Bernardino e Riverside.

Con la cartografia digitale il meccanismo non è cambiato. Database come Tele Atlas, utilizzati anche da Google Maps, hanno incluso vie visibili solo sullo schermo, come Oxygen Street in Scozia o una Moat Lane londinese che, nella realtà, era solo un gruppo di case e alberi.

Isole fantasma: quando l’errore diventa leggenda

Hy-Brasil
L’isola fantasma di Hy–Brasil, ad ovest dell’Irlanda. Credit: See page for author, CC BY–SA 4.0, via Wikimedia Commons

Se una strada inesistente può farti sbagliare quartiere, un’isola inesistente può farti sbagliare oceano.

Le phantom islands sono terre comparse sulle mappe per secoli, considerate reali da navigatori e governi, salvo poi scoprire che non c’era nulla da trovare. Alcune nascono da errori tecnici: coordinate sbagliate, strumenti imprecisi, condizioni di navigazione difficili. Altre, invece, sono il prodotto di racconti, illusioni ottiche e leggende geografiche che nessuno aveva fretta di smentire. Una nuova isola poteva significare prestigio, ambizioni coloniali, nuove rotte commerciali:

  • Hy-Brasil, a ovest dell’Irlanda, prometteva ricchezze e conoscenze misteriose.
  • Gamaland, a est del Giappone, attirava marinai con la fama di terre fertili.
  • Sannikov Land, nel Mar Glaciale Artico, costò la vita a parte di una spedizione russa guidata dal barone Eduard Toll, nel 1902 l’esploratore partì a piedi verso l’isola e non fece mai ritorno.

Dietro molte di queste visioni c’era la fata morgana, un fenomeno ottico che, per effetto della rifrazione della luce in strati d’aria a temperature diverse, trasforma ghiacci e coste lontane in miraggi solidissimi. Non a caso, nel 1875, la Royal Navy britannica cancellò 123 isole inesistenti dalle sue carte del Nord Pacifico in un solo aggiornamento.

Bermeja, Frisland e i fantasmi che spostavano i confini

Bermeja
Una vecchia mappa del Messico che riporta l’isola fantasma di Bermeja. Credit: Tanner, Henry S., Public domain, via Wikimedia Commons

Alcune isole fantasma non sono rimaste semplici curiosità cartografiche. Hanno avuto conseguenze politiche e diplomatiche.

  • Bermeja compare in una carta del 1539 dedicata allo Yucatán. Nel 1540 un cartografo spagnolo ne indica la posizione con grande precisione: latitudine, distanze dalla costa, riferimenti geografici. Per secoli nessuno dubita della sua esistenza. Il problema è che nessuno l’ha mai trovata. Spedizioni del Settecento, ricerche del Novecento e missioni del governo messicano tra il 1997 e il 2009 – legate anche alla possibilità di estendere la zona economica esclusiva e i diritti su eventuali giacimenti petroliferi – sono tornate tutte a mani vuote. Oggi Bermeja è considerata una classica isola fantasma, sopravvissuta per inerzia sulle mappe.
  • Frisland è il caso opposto: una terra disegnata con tale dovizia di dettagli da sembrare reale. A sud dell’Islanda, grande più o meno quanto l’Irlanda, ricca di porti e toponimi, compare tra XVI e XVII secolo sulle mappe di Mercatore e Ortelio. Secondo la tradizione sarebbe stata scoperta dai fratelli Zeno; l’esploratore Martin Frobisher arrivò persino a rivendicarla per la corona britannica. Solo con esplorazioni più sistematiche Frisland scomparve lentamente dalle carte.

In questi casi, la linea tra errore, mito e convenienza politica è sottile. Una macchia d’inchiostro poteva bastare per giustificare spedizioni, alimentare ambizioni, spostare confini.

Le mappe segrete dell’Unione Sovietica

Nel Novecento la menzogna cartografica cambia scala. Durante la Guerra fredda, l’Unione Sovietica (URSS) costruì uno dei programmi cartografici più vasti e segreti mai realizzati: migliaia di topografi militari produssero mappe dettagliatissime di città e regioni di tutto il mondo, spesso più accurate di quelle locali. Ad esempio le carte dell’Afghanistan indicavano quando i passi montani erano liberi dalla neve, quelle della Cina riportavano informazioni su vegetazione e qualità dell’acqua. Ancora più impressionanti poi erano le mappe delle città occidentali: Washington, San Diego, centri industriali europei, descritti nei dettagli con materiali degli edifici, portata dei ponti, reti elettriche, ferrovie e perfino alberature stradali. Il paradosso era evidente: mentre l’esercito disponeva di mappe precisissime, i cittadini sovietici avevano accesso solo a carte imprecise e volutamente fuorvianti. Strade spostate, quartieri semplificati, infrastrutture sensibili omesse. In questo caso le mappe mentivano, sì, ma per nascondere altre mappe, molto più dettagliate e segrete. Dopo il crollo dell’URSS, quelle carte sono diventate preziose per aziende, governi e organizzazioni umanitarie.

Cosa ci insegnano oggi le mappe che mentono

In passato bastava spostare una costa per rivendicare un territorio. Oggi un dettaglio inventato può smascherare un plagio. Cambiano gli strumenti, non la logica: continuiamo a fidarci di rappresentazioni prodotte da Stati, aziende e piattaforme con interessi precisi. I satelliti hanno cancellato molte isole fantasma, ma non il rischio di nuovi miraggi. Dati incompleti, errori di algoritmo, immagini mal interpretate possono creare altre mappe sbagliate. Finché qualcuno non va a controllare sul campo, resterà sempre un piccolo margine in cui – ancora una volta – la mappa potrebbe mentire.

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