
In appena quarant’anni, alcune popolazioni di albatri della Georgia del Sud si sono ridotte di oltre la metà. Secondo un ampio censimento pubblicato nel 2025, tra le specie monitorate il calo ha raggiunto il 39% per l’albatro urlatore (Diomedea exulans), il 46% per l’albatro sopracciglio nero (Thalassarche melanophris) e addirittura il 66% per l’albatro testagrigia (T. chrysostoma). Parliamo di alcuni dei volatili più grandi presenti sul nostro pianeta e tra i più importanti regolatori degli ecosistemi antartici. Eppure, anche questi giganti del cielo, così come molti altri uccelli marini che abitano il settimo continente, sono alle prese con declini consistenti, che gli autori dello studio collegano a una combinazione di pressioni che agiscono sia in mare sia nelle aree di riproduzione. Tra le principali ci sono la cattura accidentale nelle attività di pesca e gli effetti del cambiamento climatico sull’Oceano Meridionale, che stanno modificando la distribuzione e la disponibilità di risorse fondamentali come il krill antartico. Per comprendere meglio cosa sta succedendo, l'autore ha anche intervistato Simon Delany, ornitologo di HX Expedition, compagnia di crociere specializzata in destinazioni remote che affianca ai viaggi attività scientifiche e incontri con esperti a bordo..
Perché gli albatri sono sempre più sotto pressione: le cause principali
“È difficile attribuire il declino degli uccelli marini a una singola causa, ma la pesca industriale è sicuramente tra le principali minacce per questi animali”, ha spiegato Delany. Ci sono due modalità di pesca che, direttamente o indirettamente, hanno un importante effetto sulle popolazioni degli uccelli marini antartici e sub-antartici: la pesca con palangari, attraverso le catture accidentali (bycatch), e la pesca al krill, che può agire indirettamente riducendo la disponibilità di una risorsa alimentare fondamentale. “Il bycatch degli uccelli marini tramite pesca con palangari è diminuito molto grazie a tecniche di pesca più sicure, anche se il problema non è scomparso”, ha affermato Delany. “La pesca al krill – ha poi continuato – è invece regolata da quote annuali, ma in aree così remote è difficile controllare quanto vengano effettivamente rispettate”.
A complicare ulteriormente la situazione c’è il cambiamento climatico. Il krill antartico, infatti, non è distribuito in modo statico: come indicato da Kawaguchi e colleghi in un paper pubblicato su Nature Reviews Earth & Environment nel 2024, nel settore sud-occidentale dell’Atlantico la sua distribuzione si è progressivamente contratta verso sud, mentre nelle aree più settentrionali sono diminuite sia la densità degli adulti sia la presenza degli sciami più grandi. Tra le cause indicate dagli studiosi ci sono – adesso così come già oltre un decennio fa – l’aumento delle temperature oceaniche e la riduzione del ghiaccio marino, fondamentale soprattutto nelle prime fasi del ciclo vitale del krill. Il risultato è che krill, predatori e pescatori possono ritrovarsi sempre più concentrati nelle stesse aree, aumentando la competizione per una risorsa che rappresenta uno dei pilastri della rete alimentare dell’Oceano Meridionale.
Il pinguino Papua si sposta verso sud mentre altre specie arretrano
“Ci sono però anche specie opportuniste che stanno beneficiando di alcuni cambiamenti ambientali”, ha sottolineato Delany. “Un importante esempio è quello del pinguino Papua (Pygoscelis papua), una specie che cinquant’anni fa era soprattutto subantartica e molto meno comune lunga la Penisola Antartica”. Con le temperature in aumento – ha continuato a spiegare Delany – le condizioni sulla Penisola sono diventate sempre più favorevoli per questa specie: “Il pinguino Papua si sta spostando sempre più verso sud ed è oggi tra i pinguini che si osservano più frequentemente nella regione, mentre specie tipicamente antartiche come il pinguino Adelia (P. adeliae) o, in misura minore, il pinguino dal sottogola (P. antarcticus) si trovano sempre più in difficoltà”.

Dai ratti alla plastica: le altre minacce per gli uccelli marini antartici
Se il cambiamento climatico sta ridisegnando la distribuzione di alcune specie come il krill o il pinguino Papua, l’uomo ha modificato questi ecosistemi anche in un altro modo: introducendo specie non autoctone. “Un’altra grande minaccia per gli uccelli marini nelle aree antartiche e subantartiche è rappresentata dalle specie aliene introdotte”, ha confermato Delany. In Georgia del Sud, per esempio, ratti e topi furono introdotti accidentalmente dalle navi di cacciatori di foche e balenieri a partire dall’epoca della colonizzazione umana dell’isola, tra la fine del Settecento e i secoli successivi, provocando – come sottolineato in un paper del 2019– enormi problemi alle popolazioni di uccelli che abitavano l’isola. “Su altre isole – ha continuato Delany – sono stati introdotti anche gatti, capre, maiali e altre specie, che possono avere conseguenze molto pesanti sugli uccelli marini e sui loro siti riproduttivi”.
“E un ulteriore problema è rappresentato dai rifiuti marini, in particolare dalla plastica”, ha spiegato Delany. Per gli uccelli marini, che possono ingerire frammenti di plastica perché assomigliano a prede o perché, una volta colonizzati da microrganismi marini, emettono odori associati al loro cibo, questo materiale è problematico sia per la sua tossicità che per il suo effetto fisico. “Può infatti occupare spazio o bloccare l’apparato digerente – ha sottolineato Delany – fino a causare la morte dell’animale. È un problema che esiste da molto tempo – ha poi continuato – perché già circa quarant’anni fa, quando lavoravo a Bird Island, vedevo albatri riportare plastica ai nidi e darla ai pulcini. Da allora il problema è diventato ancora più grave”.
Perché il declino degli albatri riguarda tutto l’ecosistema antartico
Ma il declino di queste specie, causato da diverse pressioni – dalla cattura accidentale nelle attività di pesca agli effetti del cambiamento climatico sull’Oceano Meridionale e sulle sue risorse alimentari –, racconta qualcosa che va oltre semplicemente il loro destino. Gli uccelli marini, soprattutto in ambienti antartici, occupano infatti i livelli più alti della rete alimentare e, proprio per questo, possono funzionare come veri e propri indicatori dello stato di salute dell’ecosistema. “Sono di fatto predatori al vertice della rete trofica e si nutrono di pesci, calamari, krill e altri organismi zooplanctonici, che a loro volta dipendono dal fitoplancton”, ha spiegato Delany. “E i predatori apicali sono generalmente buoni indicatori della salute degli ecosistemi”. In altre parole, se le popolazioni di uccelli marini come gli albatri diminuiscono, il problema potrebbe riguardare non solo loro, ma l’intero ecosistema di cui fanno parte.

Anche per questo è importante invertire questo declino: “E’ fondamentale – ha detto Delany –, anche perché la maggior parte delle 22 specie di albatri viventi sono ancora considerate minacciate a livello globale”. Eppure, abbiamo ancora molto da imparare su questi animali perché, vivendo e riproducendosi in aree molto remote, studiarli è molto complicato. “Raggiungerli è costoso – ha aggiunto Delany – e gli studi di lungo periodo richiedono grandi investimenti”. Esistono diversi strumenti internazionali per la conservazione di albatri e petrelli. Tra i principali c’è l’Agreement on the Conservation of Albatrosses and Petrels (Accordo sulla Conservazione degli Albatri e dei Petrelli – ACAP), un accordo che riunisce diversi Paesi con l’obiettivo di coordinare strategie e politiche di tutela. Il problema, però, è trasformare questi impegni in interventi concreti: la disponibilità di fondi resta spesso limitata e, nonostante il lavoro di governi e ricercatori impegnati nella conservazione, i risultati ottenuti finora sono ancora molto variabili.
Ci sono, però, anche esempi positivi. L’albatro sopracciglio nero, per esempio, è l’unica specie di albatro considerata in ripresa nell’Atlantico Meridionale, come sottolineato da uno studio di Ventura e colleghi. Parte del suo recupero è collegata ai miglioramenti nelle tecniche di pesca con palangari, che permettono di tenere gli uccelli lontani dall’area in cui le esche vengono immesse in acqua. “Questo dimostra che le misure di conservazione possono funzionare”, ha commentato Delany. “Possiamo sperare che in futuro ci siano altri esempi simili”, ha poi concluso.