
Nell’immaginario comune, le ferie rappresentano un momento di disconnessione professionale in cui dedicarsi al recupero fisico e mentale. Eppure, per il 44% degli italiani il lavoro continua a occupare spazio anche durante le vacanze. A fotografare questa tendenza è l'ultimo Workforce Confidence Index di LinkedIn, un'indagine che analizza periodicamente il rapporto tra gli italiani e il mondo del lavoro.
Secondo il report:
- il 44% degli italiani continua a controllare email, chiamate o messaggi di lavoro durante le ferie;
- il fenomeno cambia molto in base all'età: tra i Baby Boomer la quota sale al 60%, mentre la Generazione Z raggiunge il 27%;
- il 16% degli intervistati dichiara di sentirsi in colpa quando non lavora;
- allo stesso tempo, il 67% degli italiani afferma di "lavorare per vivere" e non il contrario, con una percentuale ancora più alta tra Millennials (74%) e Generazione Z (75%).
A prima vista questi dati sembrano quasi contraddirsi. Se la maggior parte delle persone sostiene di voler mantenere un equilibrio tra vita privata e lavoro, perché quasi una su due continua a controllare le comunicazioni aziendali anche durante le vacanze?
La risposta più immediata potrebbe essere che oggi siamo semplicemente più connessi: smartphone, chat aziendali ed email ci rendono reperibili ovunque e in qualunque momento. Ma questa interpretazione, da sola, non basta a spiegare il fenomeno. Oltre alla tecnologia, entrano in gioco il modo in cui viviamo il nostro ruolo professionale, il senso di responsabilità e il valore che attribuiamo al lavoro nella definizione del nostro valore personale.
Il problema non è la mail: è riuscire a "staccare" davvero
La ricerca scientifica parla di psychological detachment from work, cioè della capacità di interrompere il coinvolgimento mentale con il lavoro durante il tempo libero.
Questo concetto è stato sviluppato dalla psicologa tedesca Sabine Sonnentag, che da oltre vent'anni studia il recupero psicofisico dei lavoratori. Secondo il suo modello, "staccare" non significa semplicemente smettere di lavorare o spegnere il computer. Significa riuscire a interrompere anche i pensieri legati al lavoro. Continuare a ripensare a una riunione, immaginare la settimana successiva o controllare continuamente le email impedisce il corretto recupero psicologico, che permette di ridurre lo stress e recuperare energie.
Numerosi studi, infatti, mostrano che chi riesce a disconnettersi mentalmente durante il tempo libero presenta livelli inferiori di stress e burnout e un maggiore benessere generale. Al contrario, una connessione mentale costante con il lavoro è associata a maggiore affaticamento emotivo e a un recupero meno efficace.
In questo senso, il dato del 44% potrebbe raccontare non tanto una maggiore operosità degli italiani, quanto una crescente difficoltà a lasciare il lavoro fuori dal tempo extralavorativo.
Quando il lavoro diventa parte della nostra identità
Ma perché per alcune persone è così difficile disconnettersi? Una possibile spiegazione arriva da un altro concetto centrale della psicologia del lavoro: la work centrality.
Il termine, introdotto dal sociologo Benjamin Mannheim e successivamente approfondito dal Meaning of Working International Research Team, descrive quanto il lavoro occupi una posizione centrale nella costruzione della nostra identità. Non riguarda il numero di ore lavorate, ma il significato che attribuiamo al lavoro.
Per alcune persone il lavoro è principalmente un mezzo per ottenere uno stipendio; per altre rappresenta una fonte di realizzazione personale, riconoscimento sociale e senso di appartenenza.
Una recente meta-analisi pubblicata sul Journal of Vocational Behavior, che ha sintetizzato oltre cinquant'anni di ricerche su più di 125.000 partecipanti, mostra che una work centrality elevata è associata a maggiore motivazione, coinvolgimento e soddisfazione lavorativa.
Ma evidenzia anche un possibile rovescio della medaglia. Quando il lavoro diventa il principale elemento attraverso cui definiamo noi stessi, aumenta la probabilità che invada gli altri ambiti della vita, rendendo più difficile recuperare davvero durante il tempo libero. Il problema, quindi, nasce quando il nostro lavoro diventa così centrale da rendere difficile smettere di pensarci.
In questa prospettiva, controllare le email durante le ferie non racconta più solo una semplice abitudine digitale, ci dice che, in una società in cui essere produttivi è spesso sinonimo di essere validi, il lavoro rischia di trasformarsi da attività a identità.
"Valgo perché produco": gli studi di psicologia
All’interno di questo scenario sociale, quindi, staccare la spina non significa soltanto chiudere il computer, ma mettere in pausa una parte del modo in cui definiamo noi stessi. Ed è forse per questo che alcune persone continuano a controllare le notifiche anche in spiaggia: non perché rispondere a quella email sia davvero indispensabile, ma perché inconsapevolmente, continuare a lavorare può fare sentire ancora utili, competenti e sufficientemente adempienti.
È qui che entra in gioco un meccanismo studiato dalla psicologia del lavoro: la Performance-Based Self-Esteem (PBSE). Secondo questo modello, proposto da L. Hallsten e colleghi, alcune persone tendono a valutare il proprio valore personale soprattutto in funzione delle proprie prestazioni. In questo caso il lavoro non rappresenta soltanto un'attività da svolgere, ma diventa un criterio con cui misurare se stesse.
Il ragionamento, spesso inconsapevolmente, parte da "Oggi ho lavorato molto” e arriva a "Oggi valgo perché ho lavorato molto."
La differenza è sottile ma è psicologicamente enorme. Questo atteggiamento stimola pensieri come: “Se mi fermo, sto perdendo tempo”, “Se non sono reperibile, sto facendo qualcosa di sbagliato”.
Quando l'autostima dipende dalla produttività, anche il riposo può essere vissuto con disagio. Fermarsi significa, almeno temporaneamente, interrompere quella fonte di conferma personale e quel senso di responsabilità che ci definisce positivamente (ai nostri occhi e anche a quelli degli altri!). È anche in questa prospettiva che può essere letto il dato di LinkedIn secondo cui il 16% degli italiani dichiara di sentirsi in colpa quando non lavora.
Essere coinvolti non significa essere dipendenti dal lavoro
Ma quindi significa che chi controlla le mail in vacanza è dipendente dal lavoro? Non necessariamente.
Spesso si tende a parlare di workaholism, cioè di dipendenza dal lavoro, ma la letteratura scientifica invita a fare una distinzione importante. Secondo alcuni approfondimenti del modello proposto dallo psicologo Wilmar Schaufeli, il workaholism non consiste semplicemente nel lavorare tanto o nell'essere molto coinvolti nella propria professione. La caratteristica principale è la compulsione a lavorare: la sensazione di non riuscire a smettere, accompagnata da una pressione interna costante (“Continuo a lavorare perché è l’unico modo per abbassare i miei livelli di ansia”). Il workaholism, insomma, rappresenta l'estremo di un continuum, nel quale il lavoro smette di essere una scelta e diventa un bisogno psicologico difficile da controllare.
Ma una persona può amare profondamente il proprio lavoro, pensarci spesso e dedicargli molte energie senza essere workaholic. Per questo motivo sarebbe scorretto interpretare il 44% degli italiani che controlla le email durante le ferie come un segnale di dipendenza dal lavoro. Piuttosto, questi dati sembrano suggerire una crescente difficoltà a disconnettersi mentalmente dal ruolo professionale.
Le nuove generazioni stanno cambiando prospettiva?
Il confronto tra generazioni racconta un cambiamento culturale interessante. Secondo il report di LinkedIn, la Generazione Z è quella che controlla meno frequentemente le comunicazioni di lavoro durante le ferie e quella che più spesso dichiara di lavorare per vivere, piuttosto che il contrario.
Questo non significa che i più giovani lavorino meno o siano meno motivati, ma che stiano cambiando i criteri con cui definiamo il successo. Sempre più persone attribuiscono valore anche ad altri aspetti dell’identità (relazioni, tempo libero, esperienze personali e salute mentale), riducendo il peso che il lavoro ha avuto per decenni nella costruzione del proprio valore personale. È un cambiamento culturale ancora in corso, ma che potrebbe spiegare perché i giovani sembrano riuscire, almeno in parte, a proteggere meglio il proprio tempo libero e il proprio recupero.