19 Aprile 2023
20:30

Il Teflon è pericoloso? Caratteristiche e legami con l’inquinamento da PFAS

Perché c'è un crescente interesse verso i PFAS? E qual è il legame con il Teflon, prodotto usato soprattutto come rivestimento di pentole e padelle?

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Il Teflon è pericoloso? Caratteristiche e legami con l’inquinamento da PFAS
teflon

Dalla sua scoperta, avvenuta nel 1938 ad opera del chimico Roy J. Plunkett nei laboratori della DuPont, il politetrafluoroetilene (più semplicemente detto PTFE) ha saputo ricavarsi un ruolo chiave in diverse applicazioni. Questo composto, a cui spesso ci riferiamo col nome commerciale di Teflon, è conosciuto al grande pubblico come antiaderente in pentole e padelle. Negli ultimi decenni sono però le preoccupazioni riguardanti il PTFE e l'intera categoria dei PFAS (sostanze per-fluoroalchiliche), inquinanti che si diffondono nell'ambiente senza possibilità di degradarsi.

La diffidenza verso i prodotti in PTFE è giustificata? La risposta, come sempre, non è così semplice, ma possiamo farci un'idea guardando agli studi scientifici più recenti e alle linee guida delle agenzie di protezione ambientale, come l'EPA (Environmental Protection Agency) o l'EEA (Agenzia Europea per l'ambiente).

Cosa sono le sostanze fluorurate?

I PFAS sono una famiglia di composti caratterizzati dal legame carbonio-fluoro (C-F). L'interazione tra i due atomi, detta legame covalente, è particolarmente forte grazie alla sovrapposizione degli orbitali (le aree dove si trovano gli elettroni), ma è ulteriormente rinforzata dall'alta elettronegatività del fluoro, ossia la sua capacità di attrarre gli elettroni: questo conferisce un ulteriore carattere polare, accorciando ulteriormente le distanze tra i due atomi.

Il legame C-F è quindi molto compatto, stabile termicamente, con una scarsa polarizzabilità (possibilità di modificare la densità degli elettroni del legame, in seguito a interazioni esterne), il che rende i composti con alto rapporto carbonio/fluoro sia idro- che lipo-fobici, ossia in grado di respingere sia l'acqua che i grassi.

Entrambe le caratteristiche portano ad una scarsissima reattività chimica: per questo vengono definiti forever chemicals, cioè sostanze estremamente durature, sebbene le caratteristiche delle molecole possano variare molto a seconda degli altri gruppi funzionali (come l'ossigeno, o il gruppo idrossile OH) eventualmente legati alla catena di carbonio.

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Struttura chimica del Teflon: quella indicata è una molecola di tetrafluoroetilene, che ripetuta n volte costituisce il polimero.

Il PTFE o Teflon è uno di questi composti, probabilmente il più diffuso: si tratta di un polimero, ossia una struttura composta da una catena di molecole di tetrafluoroetilene legate come "mattoncini" una con l'altra. È un ottimo antiaderente perché non fa attaccare i grassi delle cotture alle padelle, ma le sue caratteristiche ci sono utili anche per creare tessuti impermeabili e traspiranti per abbigliamento o vernici antimacchia, nonché come materiale da laboratorio per la sua capacità di resistere ad acidi, basi e sostanze organiche.

Lo scandalo DuPont, la class action Harwick e i casi Italiani

Nonostante i composti fluorurati siano stati usati sin dagli anni '40, i PFAS sono diventati materia di discussione soprattutto a fine anni '90, con una prima causa intentata contro DuPont da William Tennant, un cittadino di Parkersburg (West Virginia, USA) e dal suo avvocato Robert Billot.
Proprio Billot, dedicando decenni di sforzi al caso e ad una delle più grandi class action della storia USA, ha portato alla luce l'avvelenamento delle falde acquifere e degli ambienti di lavoro causato dall'acido perfluoroottanico (PFOA), una sostanza utilizzata nella produzione del Teflon.

Gli effetti dannosi del PFOA erano già stati scoperti negli anni '70 e '80 da studi su animali e evidenze cliniche raccolte da aziende come 3M o la stessa DuPont, che però omisero di avvisare le autorità statali o di diffondere i dati alla comunità scientifica. Tra le più gravi conseguenze possiamo elencare diversi tipi di cancro, infertilità e malformazioni fetali.

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Fonte: European Environment Agency

La polemica sull'inquinamento da PFOA , raccontata in un libro scritto dallo stesso avvocato e con la trasposizione cinematografica di Cattive acque (2019), ha contribuito a generare attenzione sull'intera famiglia delle PFAS e spingendo verso la regolamentazione di queste sostanze, precedentemente utilizzate senza particolari indicazioni dall'industria.

In Italia, la situazione più preoccupante è quella del Veneto: decenni di attività industriale in questo settore hanno portato all'inquinamento delle falde in un'area tra le province di Verona, Vicenza e Padova. Uno studio del 2013 a cura dell'IRSA (Istituto di ricerca sulle acque) ha individuato concentrazioni di PFAS superiori ai valori all'epoca suggeriti dall'EPA, in assenza di livelli di riferimento o limiti di legge. In seguito a queste vicende, una ordinanza regionale ha vietato l'uso dell'acqua di falda se non a seguito di trattamenti con carboni attivi per abbattere gli inquinanti; a livello nazionale, sono state introdotte concentrazioni di riferimento per i composti fluorurati.

I nostri oggetti in Teflon sono pericolosi?

È il caso quindi di disfarsi di tutti gli oggetti in Teflon? Le indicazioni dell'AIRC, l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, sono rassicuranti sulla sicurezza degli oggetti di uso comune. Negli anni i processi produttivi sono cambiati, per cui anche durante la produzione della nostra pentola probabilmente non è stato utilizzato PFOA, che costituirebbe il pericolo maggiore.

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Dobbiamo buttare le nostre padelle antiaderenti? (Rob Wicks | Unsplash)

Il PTFE non risulta infatti un prodotto cancerogeno e non contamina i cibi, per cui possiamo utilizzare tranquillamente le moderne stoviglie. Gli unici accorgimenti suggeriti sono di evitare di riscaldarle eccessivamente prima della cottura e soprattutto di non utilizzarle quando lo strato antiaderente è rigato o danneggiato, per evitare più che altro del rilascio di metalli dal fondo sottostante.

Lo stesso discorso può valere per altri oggetti come indumenti o guarnizioni e filtri usate nelle nostre case. In base ad uno studio pubblicato su Chemosphere, anche il "fine vita" dei prodotti in PTFE, qualora destinati ad inceneritori, non dovrebbe preoccupare, visto che le alte temperature di questi impianti causano la completa combustione dei prodotti ad anidride carbonica e acido idrofluoridrico.

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