
La guerra di Etiopia, combattuta tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936, fu un conflitto scatenato dall’Italia fascista per conquistare il Paese africano e trasformarlo in una colonia. Iniziata con l'invasione del Paese per ordine di Benito Mussolini per rifarsi della sconfitta di Adua del 1896 e dimostrare la potenza del fascismo, la guerra terminò con la vittoria italiana, l’occupazione della capitale Addis Abeba e la proclamazione dell’impero, sebbene le truppe italiane non avessero assunto il controllo dell’intero territorio. Durante e dopo la guerra, gli italiani si macchiarono di gravi crimini contro la popolazione locale e si servirono di armi illegali, come gli aggressivi chimici (i gas). Il conflitto etiopico, inoltre, ebbe conseguenze profonde sul regime fascista, dando avvio alla fase di “accelerazione totalitaria” e spingendolo verso l’alleanza con la Germania nazista.
Il contesto storico e geografico della guerra di Etiopia
La decisione dell’Italia fascista di attaccare l’Etiopia scaturì dal fatto che il Paese africano si trovava, geograficamente, tra due colonie conquistate dall’Italia nell’Ottocento: la Somalia a sud e l’Eritrea a nord. L’Etiopia, non a caso, costituiva una vecchia rivendicazione italiana: già nel 1895 le truppe della Penisola avevano cercato di occupare il Paese, subendo però una umiliante sconfitta ad Adua. Per tale ragione, l’Etiopia – che era sede di una antica civiltà ed era per molti aspetti diverso da altri territori africani – era l’unico Paese del continente, insieme alla Liberia, ad aver conservato l’indipendenza e a non essere stato colonizzato da potenze europee.

Dopo Adua, le relazioni italo-etiopiche furono relativamente distese e negli anni ’20 l’Italia agevolò l’ingresso del Paese africano nella Società delle nazioni. L’Etiopia era sottoposto alla monarchia del negus (imperatore), Haile Selassié, che governava con il supporto dell’aristocrazia locale.
Le ragioni dell’attacco del Regno d'Italia e l’incidente di Ual Ual
Le ragioni per le quali, nel 1935, Mussolini decise di attaccare l’Etiopia non sono mai state chiarite fino in fondo. Probabilmente, le motivazioni del dittatore furono più di una. Anzitutto, pensava che il regime fascista, ottenuto vasto consenso interno, fosse ormai pronto per l’espansione internazionale, che avrebbe garantito anche prestigio personale al dittatore. Riteneva, inoltre, che avrebbe potuto dirottare verso i territori africani i flussi migratori che, prima del fascismo, si indirizzavano verso continente americano.
La tensione tra Italia ed Etiopia aumentò nel 1934. In dicembre, ebbe luogo un incidente nella località di Ual Ual, contesa tra Etiopia e Somalia italiana. Tra i soldati italiani che controllavano il territorio e le truppe etiopi si sviluppò un violento conflitto a fuoco. Gli italiani respinsero l’attacco, ma le tensioni aumentarono e il regime fascista, ingigantendo l’incidente, diede avvio a una vasta campagna di stampa contro l’Etiopia.
Le operazioni militari volute da Mussolini
Le truppe italiane invasero il territorio etiope il 3 ottobre 1935. L’esercito attaccò il Paese africano sia da nord, partendo dall’Eritrea, al comando del generale Emilio De Bono, sia da sud, partendo dalla Somalia, con un contingente agli ordini del generale Rodolfo Graziani. Il regime fascista schierò un esercito molto potente, composto da diverse centinaia di migliaia di effettivi, rinforzati da reparti di ascari (soldati indigeni delle altre colonie italiane) e dotato di mezzi avanzati, in primis l’aviazione.

In nessuna guerra coloniale precedente era stato schierato un esercito tanto potente. L’Etiopia non disponeva di mezzi militari moderni, se non in minima quantità, e, sul piano militare era molto più debole. Ciò nonostante, le truppe italiane avanzarono con lentezza e difficoltà. In dicembre Mussolini sostituì De Bono con Pietro Badoglio, capo di stato maggiore generale. In Italia, la propaganda presentava la guerra come una marcia trionfale contro un Paese barbaro. Per ragioni propagandistiche, Mussolini fece partecipare alla guerra importanti esponenti del regime, tra i quali due suoi figli, il genero e futuro ministro degli esteri Galeazzo Ciano, il segretario del Partito nazionale fascista Achille Starace.

Sul piano internazionale, l’attacco provocò una reazione della Società delle nazioni. L’Italia aveva attaccato senza valide ragioni un altro Stato membro e la Società, su impulso soprattutto della Francia e del Regno Unito, impose all’aggressore delle sanzioni economiche. Le sanzioni, presentate in Italia come “un assedio” e una ingiustizia, in realtà erano piuttosto blande e non includevano né il divieto di vendita di petrolio né il blocco del canale di Suez alle navi italiane.
L’uso dei gas e gli altri crimini di guerra
Nel corso delle operazioni, gli italiani si macchiarono di gravi crimini di guerra contro la popolazione etiope. Anzitutto, usarono su larga scala i gas, vietati da una convenzione internazionale e non usati dagli eserciti nemmeno durante la seconda guerra mondiale. Inoltre, trattarono gli etiopi con la massima crudeltà, ordinando numerose esecuzioni sommarie. In alcuni casi, quando dovevano uccidere i nemici catturati, sparavano ai testicoli, invece che al petto, per far sì che non morissero subito ma prima subissero sofferenze atroci. I soldati italiani non ebbero scrupoli nemmeno nell’usare violenza sessuale su donne e bambine etiopi, talvolta istaurando relazioni asimmetriche nella forma del madamato.

Anche gli etiopi si macchiarono di crimini, come l’uso delle pallottole dum dum, proibite dagli accordi internazionali, ma a livelli assai più contenuti degli italiani.
La vittoria, la proclamazione dell’impero d'Etiopia e le conseguenze della conquista
Le truppe italiane entrarono in Addis Abeba il 5 maggio 1936. Il negus lasciò il Paese e quattro giorni più tardi Mussolini, affacciatosi al balcone di Palazzo Venezia, proclamò pomposamente “la rinascita dell’impero”. Vittorio Emanuele III assunse il titolo di imperatore d’Etiopia. In realtà, gli italiani non controllavano tutto il territorio del Paese africano: alcune regioni restarono sotto il controllo dei partigiani etiopi, gli arbegnuoc, che il fascismo non riuscì mai a sconfiggere del tutto.

Questa vittoria costò la vita a circa 275.000 soldati etiopi e a 4.350 italiani, tra soldati e civili. In Italia, la conquista ebbe conseguenze profonde e diede avvio alla fase di “accelerazione totalitaria”, nel corso della quale il fascismo accrebbe la mobilitazione dei cittadini, centralizzò ulteriormente il potere e cercò di imporre i propri modelli di comportamento e stili di vita in misura maggiore del passato. Sul piano internazionale, le sanzioni furono sospese già nel luglio del 1936, ma l’allontanamento diplomatico dalla Francia e dall’Inghilterra spinse il regime ad avvicinarsi sempre di più alla Germania nazista.
In Etiopia, il governo italiano nominò un viceré, prima nella persona di Rodolfo Graziani e poi in quella di Amedeo d’Aosta, e governò l’Etiopia fino al 1941, continuando a macchiarsi di gravi crimini. Nel corso della Seconda guerra mondiale, le truppe della Penisola stanziate in Etiopia furono sconfitte dagli inglesi, che ripristinarono la monarchia di Selassié. L’Etiopia aveva riguadagnato la sua indipendenza.