
La conquista del potere da parte del fascismo, nell’Italia del Novecento, ebbe diverse conseguenze, a partire dall'educazione dei giovani e delle giovani, attraverso un sistema di pedagogia totalitaria volto alla formazione del "cittadino nuovo" secondo il motto della dittatura di Mussolini: "Credere, obbedire, combattere".
Il tentativo di vincolare gli individui all’autorità centrale dello Stato, inteso come “Stato etico”, con lo scopo di costruire una nuova e grande Italia, cioè un’Italia fascistizzata, epurata dal dissenso e priva di difformità, lanciata nel vortice violento dello storia, doveva quindi partire dalle giovani generazioni.
Con metodi d’ispirazione paramilitare, durante il Ventennio furono create differenti organizzazioni giovanili – sia per i maschi, sia per le femmine – finalizzate alla diffusione, alla promozione e al rafforzamento dell’ideologia fascista, per annullare il pensiero critico e l'individualità.
La scuola e l’istruzione durante il fascismo
Durante il fascismo la scuola si trasformò in un articolato laboratorio di indottrinamento. Già riforma del 1923, varata sotto il coordinamento del filosofo Giovanni Gentile, riorganizzò il sistema gerarchicamente con lo scopo di aumentare il tasso di alfabetizzazione della penisola, privilegiando però formazione classica rispetto a quella tecnica e rendendo ancora più selettivo l’ingresso nei gradi d’istruzione superiore.
Con gli anni, poi, l’evoluzione del regime propiziò una sorta di torsione militaresca alla pedagogia scolastica. Nel 1928 una commissione formalmente tecnica, ma in realtà presieduta da esponenti del Gran Consiglio del fascismo, sottopose a un rigido esame circa 400 dei testi scolastici e aprì la strada per provvedimenti mirati ad avere una maggiore aderenza tra i percorsi scolastici e l’ideologica politica dominante. Da lì, si arrivò gradualmente a un forte centralismo amministrativo e alla fascistizzazione della scuola.
Nel 1929, l’introduzione del “testo unico di Stato” annullò ogni residua autonomia didattica, saturando l’immaginario degli scolari con il culto del Duce e la mitizzazione delle imprese belliche. Il mercato dell’editoria venne riorientato in base alle esigenze del regime, ad esempio con libri come l’abecedario fascista per le classi elementari. Nelle aule, dove il crocifisso era posto tra i ritratti del Re e di Mussolini, la quotidianità veniva scandita da rituali collettivi come il saluto romano. L’educazione fisica fu elevata al rango di materia fondamentale per temprare i corpi dei giovani fascisti.
Il regime impose il giuramento di fedeltà agli insegnanti (un obbligo esteso nel 1931 anche ai docenti universitari) e all’interno delle strutture scolastiche iniziò ad operare un efficace dispostivo di autocensura che faceva leva sugli obblighi del personale nei confronti delle direttive dello Stato.
Col tempo, l’osmosi tra scuola e caserma si fece sempre più marcata: presidi e insegnanti vennero indotti a indossare le divise, a sorvegliare gli alunni e a improntare le proprie attività verso uno scopo preciso: esaltazione degli orizzonti del nazionalismo fascista.
Tradizionalista, sportivo, guerriero: il maschio nei Balilla e GIL
Le organizzazioni giovanili furono quasi subito al centro dell’impegno profuso dal Partito nazionale fascista (PNF), sempre più incapsulato dello Stato. Scontrandosi anche con la Chiesa e le sue associazioni collaterali, come l’Azione Cattolica, il regime provò in tutti i modi a prendere possesso del tempo, delle menti, dei corpi e dei desideri dei giovani maschi italiani.

Nel 1922 furono creati i gruppi Balilla, per ragazzi dagli 8 ai 14 anni; nel 1926 venne istituita l’Opera Nazionale Balilla (ONB) per occuparsi degli individui tra gli 8 e i 18 anni (limite poi abbassato a 6 anni). A partire dal 1929, l’ONB passò sotto il coordinamento del Ministero dell’educazione nazionale, si occupò stabilmente di adunate, eventi ginnici e parate dimostrative e assorbì una parte delle strutture dei Fasci Giovanili di Combattimento (F.G.C.), che raccoglievano i ragazzi tra i 18 e 21 anni sotto la direzione del PNF.

Nel 1937, infine, venne fondata la Gioventù Italiana del Littorio (GIL), in cui confluirono tutte le precedenti organizzazioni, con ragazzi e ragazze dai 6 ai 21 anni. Di fatto, il tesseramento divenne una condizione quasi ineludibile per lil proseguimento della vita sociale e scolastica. Il motto dell’organizzazione era: “Credere – Obbedire – Combattere».” Tra i compiti che la GIL svolgeva “a favore dei giovani”, come leggeva nel Regio decreto istitutivo, all’art. 5, figurava questo: “la preparazione politica spirituale, sportiva, paramilitare”.
L’ambizione totalitaria del fascismo, che in altri ambiti incontrò diversi ostacoli, si concretizzò a pieno proprio in relazione ai giovani uomini, soprattutto se provenienti dai ceti medi e alti. Dalla scuola allo sport, dalla socialità alla cultura, la classe dirigente fascista provò a rimodulare il tempo libero dei ragazzi e temprare un modello unico per il nuovo italiano fascista.
L’insistenza sullo sport fu emblematica. Come ha sottolineato lo storico Pier Giorgio Zunino, l’esaltazione della «cultura fisica» – del corpo, della forza, della violenza – fu un aspetto specifico «dell’ideologia educativa». Con la martellante celebrazione delle discipline sportive si cercò di inculcare l’ossessione per la salute, per la virilità e per la disponibilità al sacrificio.

Moglie, madre e militante: il futuro della giovane fascista
Il regime, in un contesto storico nel quale la figura femminile era già penalizzata rispetto a quella maschile, strutturò un sistema per l’inquadramento delle giovani italiane fondato su una concezione regressiva della donna.
Nel corso degli anni Trenta, le bambine italiane venivano inserite tra le Figlie della Lupa, dai 6 agli 8 anni. Entravano poi nelle Piccole Italiane, dagli 8 ai 14 anni, per transitare, con l’adolescenza, nelle Giovani Italiane, dai 14 ai 18 anni. Con l’avvicinamento al Partito nazionale fascista (PNF), approdavano nelle Giovani Fasciste, create nel 1930 e riservate alla fascia d’età tra i 18 e i 21 anni. Questa architettura, in via di costante definizione, trovò la sua sintesi nel 1937, come anticipato, con la fondazione della Gioventù Italiana del Littorio.

Tutto l’universo femminile, a partire dalle organizzazioni giovanili, ebbe comunque un orientamento preciso. Se la propaganda esaltava il coinvolgimento femminile, nella vita culturale come in quella sociale, il fine ultimo per la donna rimase ben altro: la famiglia, la maternità e l’adesione ufficiale, anche se spesso forzata, alle pratiche del regime.
La donna italiana – moglie, madre e poi militante (ma con limiti precisi in quest’ultimo caso) – era considerata un “mezzo di incremento della popolazione e di prestigio nazionale”, come ha scritto la storica Francesca Tacchi, il cui valore andava commisurato alla capacità di fare figli per la Patria. Non per caso furono proibiti l’aborto, gli anticoncezionali o l’educazione sessuale.
Di conseguenza le giovani ragazze, escluse dalla politica, dalle cariche pubbliche o da carriere di rilievo, venivano formate per essere marginalizzate; politicamente, professionalmente e personalmente.

Nel Decalogo della Piccola Italiana, un documento del 1935 indirizzato alle giovani studentesse, i precetti guida erano di questo tenore: “Servire la Patria come la Mamma più grande, la Mamma di tutti i buoni italiani”. Oppure: “Obbedire con gioia ai superiori”. Come in altri ambiti, il regime batteva sempre sullo stesso tasto: la disciplina.
Questi dieci punti del “Decalogo”:
1. Prega e adoperati per la pace, ma prepara il tuo cuore alla guerra.
2. Ogni sciagura è mitigata dalla forza d’animo, dal lavoro e dalla carità.
3. La Patria si serve anche spazzando la propria casa.
4. La disciplina civile comincia dalla disciplina famigliare.
5. Il cittadino cresce per la difesa e la gloria della Patria accanto alla madre, alle sorelle, alla sposa.
6. Il soldato sostiene ogni fatica ed ogni vicenda per la difesa delle sue donne e della sua casa.
7. Durante la guerra la disciplina delle truppe riflette la resistenza morale delle famiglie a cui presiede la donna.
8. La donna è la prima responsabile del destino di un popolo.
9. Il Duce ha ricostruito la vera famiglia italiana: ricca di figli, parca nei bisogni, tenace nella fatica, ardente nella fede fascista e cristiana.
10. La donna italiana è mobilitata dal Duce al servizio della Patria.
La nazione fascista e la difesa dalla razza
L’antifemminismo del fascismo, codificato in numerose leggi, fu il riflesso di una questione più ampia e servì – a dispetto dei proclami rivoluzionari – per non alterare l’ordine esistente; nella convinzione che più libertà per le donne avrebbe finito per corrompere i costumi, dissolvere i nuclei familiari e scuotere la società patriarcale.
Le limitazioni poste all’emancipazione delle donne partivano infatti da un presupposto: l’aumento della natalità era una precondizione per la politica di potenza. Più figli, e in particolare più uomini, dovevano irrobustire la nazione sul piano militare e produttivo, economico e sociale. Dal “numero” , in prativa, sarebbe venuta forza nazionale da spendere in un futuro segnato da scontri, guerre e conquiste; nel quadro della trasformazione della civiltà occidentale.

L’enfasi sulla maternità, anche se non portò a risultati brillanti in termini di aumento delle nascite, dipese dunque in larga parte da questa visione (e previsione). Già nel maggio del 1927 Mussolini aveva affermato, in Parlamento, di voler “vigilare seriamente sul destino della razza”. Il 4 settembre del 1934 pubblicò poi un articolo su Il Popolo d’Italia con il titolo: “La razza bianca muore?”. Nel testo sostenne di aver lanciato, anni prima, “il primo grido d’allarme sulla decadenza demografica della razza bianca”; per poi discutere di natalità, di invecchiamento della popolazione, di avvenire nazionale e continentale. Scrisse Mussolini:
“La potenza militare dello Stato, l’avvenire e la sicurezza della Nazione sono legati al problema demografico, assillante in tutti i paesi di razza bianca e anche nel nostro. Bisogna riaffermare ancora una volta e nella maniera più perentoria e non sarà l’ultima, che condizione insostituibile del primato è il numero. Senza di questo tutto decade e crolla e muore. La giornata della madre e del fanciullo, la tassa sul celibato e la sua condanna morale, salvo i casi nei quali è giustificato, lo sfollamento delle città, la bonifica rurale, l’Opera della maternità e infanzia, le colonie marine e montane, l’educazione fisica, le organizzazioni giovanili, le leggi sull’igiene, tutto concorre alla difesa della razza.”

Il nesso tra politiche giovanili e preoccupazioni di questo tipo era dunque esplicito. Nell’Italia fascista, lo sfondo di gran parte delle frenetiche attività che coinvolgevano i giovani e le giovani, mentre si proclamava l’inevitabilità della guerra come principio ordinatore del mondo, era proprio questo: la “difesa della razza”. La sterzata razzista, prima nelle colonie africane e poi nella penisola, specie con i provvedimenti antisemiti, ne fu un’ulteriore conseguenza.
L’eredità delle organizzazioni giovanili del Ventennio
In linea generale, la gestione delle organizzazioni giovanili durante il Ventennio non fu impeccabile: fu anzi caotica, spesso inefficiente dal punto di vista della pianificazione e scarsamente attrattiva per ragazzi e ragazze. La mobilitazione dall’alto per sollecitare o imporre le adesioni non venne mai meno.

Tuttavia, è difficile considerare l’insieme delle politiche giovanili fasciste un totale fallimento. La Gioventù Italiana del Littorio (GIL), tra maschi e femmine, nel 1937 arrivò a contare circa 7.542.000 iscrizioni e nel 1942 addirittura 8.830.000 – su una popolazione totale di 46 milioni di persone.
Nonostante le novità introdotte, in realtà il regime si inserì in un solco già tracciato e ribadì la centralità di una serie di elementi che già connotavano la società italiana; una società di forte impronta tradizionalista. Basti pensare all’approccio paternalistico dello Stato, all’accento posto sulla gerarchia o alla subordinazione delle donne vista come elemento di stabilità e sviluppo.

Per questo, anche dopo il crollo del regime e la morte di Mussolini, gli effetti di medio-lungo periodo dell’educazione fascista non sparirono. Anzi, esercitarono un’influenza duratura.
Allo stesso tempo, l’eredità della Resistenza (in gran parte portata avanti da giovani nati tra il 1922 e il 1926; a volte nemmeno ventenni), il nuovo corso democratico-repubblicano e la diffusione movimenti femministi portarono, nel corso dei decenni postbellici, a una progressiva inversione di tendenza. E di lì a grandi cambiamenti.