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16 Ottobre 2026
15:30

La NASA ha fotografato Spider Crater, un cratere a forma di ragno in Australia: ha un diametro di 4 km

Dallo spazio sembra un ragno, in realtà è lo Spider Crater, un cratere largo circa 13 km per 11, nel Kimberley australiano, nato dall’impatto di un asteroide milioni di anni fa e ripreso dal satellite Landsat.

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La NASA ha fotografato Spider Crater, un cratere a forma di ragno in Australia: ha un diametro di 4 km
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Credit: NASA Earth Observatory

Dall’orbita lo Spider Crater sembra un ragno dalle zampe chiare, acquattato sul suolo del Kimberley, in Australia Occidentale. Invece è una struttura rocciosa, un cratere antichissimo modellato dall’impatto di un meteorite e scolpito da centinaia di milioni di anni di erosione. A riprenderne la struttura è stato, il 20 settembre 2026, OLI (Operational Land Imager), strumento avanzato di osservazione della Terra, montato sul satellite Landsat 9, gestito da NASA e USGS. Dell’impatto resta oggi una cicatrice ovale di circa 13 km per 11, mentre il ragno vero e proprio, al centro, ha un diametro di circa 4 km. La struttura si trova nell’entroterra della regione, lungo la Gibb River Road, 18 km a est del Mount Barnett Roadhouse.

Quella figura aracnoide, secondo gli geologi, è ciò che resta del sollevamento centrale del cratere, chiamato central uplift, l’insieme delle rocce che, al centro della struttura, l’urto ha spinto più in alto rispetto alla loro posizione originaria. Col tempo l’erosione ha portato via gli strati di roccia più fragili e ha risparmiato le creste di arenaria, più resistenti. Sono proprio queste creste, più chiare del terreno circostante, a disegnare le zampe lunghe e articolate.

Il primo ad accorgersi della struttura fu J. E. Harms, geologo australiano, intorno al 1960. Per molto tempo nessuno la collegò a un impatto e ancora vent’anni dopo l’ipotesi più accreditata era quella di un’origine criptovulcanica. A chiudere il caso sono state le ricognizioni sul campo, che hanno portato alla luce gli shatter cones, struttura geologica a forma di cono impressa nella roccia, che si producono soltanto quando onde d'urto molto intense attraversano la roccia. Nella cupola centrale dello Spider Crater, di circa 500 metri di diametro, se ne trovano ovunque ed è questo il segno rivelatore di un impatto avvenuto in passato.

In seguito le indagini si sono spostate in laboratorio con uno studio condotto da un gruppo guidato da Morgan A. Cox e Aaron J. Cavosie dello Space Science and Technology Centre della Curtin University di Perth, pubblicato nel 2021, che ha cercato nei minerali le tracce di un impatto obliquo. Dall'arenaria sono stati prelevati cristalli di quarzo e di zircone deformati dallo shock, nello specifico sono stati analizzati al microscopio 453 granuli di zircone e diversi cristalli di quarzo raccolti lungo una linea di 1,6 km, cercando le tracce lasciate dall'onda d’urto. Ciò che è emerso è che gli zirconi più deformati non si trovavano al centro del cratere ma circa 400 metri più in là, nella direzione in cui viaggiava l’asteroide.

Inoltre, come si legge nello studio, l'età del cratere non è nota con precisione e, in base alla geologia della zona, si stima che si sia formato tra 900 e 610 milioni di anni fa. Un’età che è stata ricavata per esclusione, confrontando il cratere con due elementi geologici vicini di cui si conosce l’età, ovvero la sinclinale di Mount Barnett, una piega delle rocce che si è formata circa 900 milioni di anni fa e che l’impatto ha deformato, e i depositi glaciali, risalenti a circa 610 milioni di anni fa, che si trovano a 25 km di distanza.

L’impatto, secondo la stima, risalirebbe al tardo Proterozoico, durante il quale il nostro pianeta sarebbe stato avvolto a più riprese da glaciazioni planetarie, passate alla storia con il nome di Snowball Earth. A delineare questo scenario, nella prima metà del ‘900, fu Douglas Mawson, esploratore e geologo australiano che ipotizzò la glaciazione più radicale che la Terra abbia mai attraversato, con una coltre di ghiaccio ininterrotta, distesa da un polo all’altro fino ad avvolgere l’intero globo, e un termometro planetario precipitato a una media di –50 °C.

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