I truffatori fingono spesso di essere qualcun altro per ottenere denaro o informazioni personali, ma possono essere ingannati a loro volta: alcuni sistemi di intelligenza artificiale riescono a sostenere conversazioni facendo credere all'interlocutore di parlare con una persona reale. Un utilizzo piuttosto curioso per una tecnologia che può essere sfruttata anche per clonare le voci e rendere più credibili le truffe telefoniche.
Un esempio arriva dall'Australia, dove la startup Apate sostiene che i propri bot abbiano già gestito milioni di conversazioni. L'obiettivo non è soltanto tenere occupati i malintenzionati, ma soprattutto raccogliere informazioni utili a individuare le frodi.
Come funziona l'AI che si finge una vittima delle truffe
Fingersi interessati alle richieste di un truffatore è una strategia che esisteva già prima dell'arrivo dell'intelligenza artificiale. È conosciuta come scam-baiting e viene praticata da persone che rispondono volontariamente a telefonate o messaggi sospetti, con l'intento di prolungare la conversazione senza cadere nell'inganno.
Oggi questa attività può essere svolta anche da agenti AI, capaci di sostenere autonomamente una conversazione e adattare le proprie risposte a quelle dell'interlocutore. Anziché seguire un copione prestabilito, possono fare domande, fingere di non capire e cambiare argomento, mantenendo una personalità coerente.
Nelle telefonate il processo può avvenire in tre passaggi. Il sistema trascrive le parole di chi chiama, un modello linguistico elabora la risposta e un sintetizzatore vocale la trasforma in una voce che l'interlocutore sente quasi in tempo reale. Il risultato è un dialogo nel quale il truffatore può non accorgersi di parlare con una macchina. Nelle chat basta invece elaborare le risposte scritte.
Per ricevere le chiamate, alcuni sistemi sfruttano la collaborazione con gli operatori telefonici, che possono indirizzare i contatti sospetti verso gli agenti AI. Altri progetti utilizzano invece numeri “esca”, predisposti appositamente per attirare le telefonate fraudolente.
Il caso australiano: come l’intelligenza artificiale raccoglie informazioni sulle frodi
Una delle applicazioni più articolate di questo approccio è quella di Apate, startup australiana nata nel 2024 da un progetto di ricerca della Macquarie University di Sydney. Durante un pranzo in famiglia, il ricercatore Dali Kaafar ricevette una telefonata fraudolenta e decise di intrattenere il chiamante per circa 40 minuti. Riuscì così a tenerlo occupato, impedendogli di cercare altre possibili vittime, ma perse a sua volta del tempo. Fu allora che pensò di automatizzare questo compito.
Il gruppo di ricerca analizzò registrazioni telefoniche e scambi di messaggi per studiare le tecniche dei truffatori e sviluppò bot con identità, età, voci e accenti differenti, capaci di conversare in più lingue.
Il loro impiego non si limita alle telefonate. Gli agenti di Apate possono rispondere pure a SMS ed e-mail, interagire su piattaforme come WhatsApp e Telegram e inserirsi in gruppi online nei quali vengono promossi, per esempio, investimenti sospetti.
Per portare a termine un raggiro, chi lo organizza potrebbe comunicare le coordinate di un conto bancario, l'indirizzo di un portafoglio di criptovalute, oppure un collegamento a un sito fraudolento. I bot cercano di far emergere questi dettagli, insieme ai numeri di telefono utilizzati e ai nomi delle aziende imitate. I dati raccolti vengono poi messi a disposizione dei clienti per identificare nuove campagne e migliorare le misure di sicurezza.
Secondo quanto diffuso dalla startup nell'ottobre 2026, i suoi agenti hanno già gestito 2,5 milioni di conversazioni, impegnando complessivamente i truffatori per l'equivalente di 17 anni. Quest'ultimo dato rappresenta la somma della durata dei singoli scambi. L'azienda sostiene inoltre di aver raccolto oltre 250.000 elementi informativi sulle attività fraudolente.
Nel rapporto pubblicato a marzo 2026, il National Anti-Scam Centre australiano riporta che Commonwealth Bank utilizza migliaia di bot per ottenere indicazioni sulle frodi e rafforzare i sistemi di rilevamento. Il documento descrive anche una sperimentazione di TPG Telecom, durante la quale i bot avevano tenuto occupati i truffatori per un totale equivalente a sette mesi. La tecnologia di Apate è destinata principalmente alle organizzazioni, non ai singoli utenti.
Quanto sono efficaci i bot anti-truffa e quali sono i limiti
Quello australiano non è l'unico esempio di utilizzo dell'intelligenza artificiale contro i truffatori. Nel novembre 2024, l'operatore britannico O2 ha presentato Daisy, una “nonna” virtuale capace di intrattenere gli interlocutori raccontando storie sulla famiglia, parlando di lavoro a maglia e divagando quando qualcuno le chiedeva denaro o informazioni personali. Secondo l'azienda, Daisy è riuscita a prolungare alcune telefonate fino a circa 40 minuti. In un successivo aggiornamento, O2 ha riferito che il bot aveva risposto a oltre 1.000 chiamate, permettendo anche di individuare alcune delle strategie utilizzate dai malintenzionati.
I numeri comunicati dalle aziende aiutano a capire la portata di queste iniziative, ma richiedono una precisazione. Due milioni e mezzo di conversazioni non corrispondono ad altrettante truffe sventate, così come il tempo perso dai criminali non permette di calcolare automaticamente quanti soldi siano stati salvati. Per valutare l'efficacia reale servirebbero dati indipendenti su frodi evitate e perdite economiche ridotte.
Un malintenzionato può accorgersi dell'inganno, interrompere il contatto o servirsi di più numeri e account. Questi sistemi raggiungono soltanto i tentativi di frode che vengono individuati e indirizzati verso gli agenti, oppure quelli intercettati negli spazi online in cui operano.
Per questo, i bot rappresentano uno strumento complementare ad altre forme di protezione, come i filtri che bloccano le chiamate con numeri falsificati, introdotti in Italia dall'AGCOM.
Il tentativo di intrattenere i truffatori non va però imitato quando si riceve una telefonata sospetta. Farlo volontariamente può esporre a ulteriori manipolazioni o alla raccolta di dati personali. È quindi più prudente interrompere la comunicazione e verificare eventuali richieste attraverso i canali ufficiali.
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