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in foto: Statua di Caligola con e senza colori. Credits: a sinistra Caligula, Roman emperor 37–41, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen CC BY 2.0, a destra Photograph by Marsyas, CC BY–SA 2.5

Per quasi tutti noi oggi le sculture dell’antica Grecia e dell’antica Roma rimandano a immagini di corpi umani perfetti e totalmente bianchi – grazie al marmo di cui sono fatte. Eppure gli archeologi già dal XVII secolo affermano che quelle sculture erano in realtà policromatiche, ovvero dipinte con tanti colori diversi. In questo articolo scopriamo come erano colorate perché si sono persi i colori e come mai nel tempo si è continuato a immaginarle sempre bianche.

Le nostre aspettative sulle statue

Quando pensiamo al Discobolo, la Venere di Milo o il Lacoonte e i suoi figli, riusciamo a immaginarli solo di bianco perlato. È così che possiamo osservare queste opere d’arte presso i Musei Vaticani o al Louvre di Parigi. La loro bellezza è sempre stata pensata sulla base dell’armonia delle proporzioni e delle forme, sulla quantità di dettagli scolpiti nel marmo, ma mai sulla colorazione.

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in foto: Lacoonte e i suoi figli a sinistra, Venere di Milo a destra. Credits: Vatican Museums, CC BY–SA 4.0 e Bradley Weber, CC BY 2.0

Nel passare dei secoli, grandissimi scultori come Michelangelo vollero riprodurre la bellezza di quelle statue e anche nelle loro opere preservarono il bianco che pensavano fosse originale. Uno degli esempi di questo processo è sicuramente il David, capolavoro che troviamo a Firenze. Eppure, già dai tempi dei primi scavi a Pompei a metà del 1700, gli archeologi capirono che era prassi dipingere le sculture con colori vividi.
L’archeologo tedesco Vinzenz Brinkmann, in un’intervista realizzata per il Metropolitan Museum of Art di New York ha dichiarato:

“Se una persona dall’antichità entrasse in un museo moderno dove c’è una collezione di sculture di marmo, si sentirebbe come se stesse entrando in un mondo di fantasmi”.

Infatti è proprio di Brinkmann e della sua collega Ulrike Koch-Brinkmann uno studio relativo alla natura policromatica delle sculture antiche.

La ricostruzione dei colori

Secondo gli studi dei Brinkmann sia le statue di marmo che quelle di bronzo erano totalmente colorate. I due studiosi hanno impiegato ben 30 anni di ricostruzione: il colore utilizzato sulle statue non ha la stessa stabilità del materiale sottostante, per questo motivo marmo e bronzo si sono conservati, ma i colori no.
Eppure esistono numerose tracce di colori sulle statue, alcune visibili anche ad occhio nudo, altre rintracciabili tramite tecnologie di vario tipo come:
– l’imaging multispettrale, tecnica che ha permesso di acquisire i dati sul colore della statua attraverso lo spettro elettromagnetico;
metodi fisici e chimici che hanno permesso di misurare una certa tinta di colore.

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in foto: Sarcofago di Alessandro ritoccato a colori.
Credits: Marsyas, CC BY–SA 3.0

A sottolineare il fatto che fossero colorate, ci sono anche opere di autori (come Euripide, Platone e Plinio) contemporanei al momento della produzione delle opere che hanno descritto ripetutamente che le statue fossero dipinte. In realtà già durante il Rinascimento i ritrovamenti delle statue in marmo presentavano delle tracce di colore ed erano a disposizione i testi degli autori sopracitati, dunque non è chiaro il motivo per cui si sia continuato a propendere per la mancanza di pigmenti.

Come erano fatte

Dal momento dei primi scavi a Pompei, dove la lava dell'eruzione del Vesuvio aveva permesso la conservazione dei colori, è iniziata a cambiare la percezione degli studiosi.

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in foto: Dalla mostra Gods in Color, a sinistra statua e ricostruzione di Augusto, a destra di Artemis.
Credits: Enrique Íñiguez Rodríguez CC BY–SA 4.0

Ora sappiamo che i Greci dipingevano non solo le statue, ma anche i rilievi (basso e alto rilievi), le case, i templi e gli edifici pubblici.
Il colore maggiormente usato era il rosso, quelli usati di rado erano il nero, il bianco e il marrone e in assoluto i meno frequenti il verde e il giallo. La maggior parte dei pigmenti derivavano da minerali, alcuni dei quali erano tossici, tra questi troviamo ad esempio il cinabro naturale per il colore rosso, contenente mercurio.

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in foto: I bronzi di Riace e una loro ricostruzione a colori.
Credits: a sinistra Effems, CC BY–SA 4.0, al centro Luca Galli from Torino, Italy, CC BY 2.0, a destra Aquaplaning, CC BY–SA 4.0.

Per creare il composto per la pittura, i pigmenti venivano mescolati con leganti ricavati da oggetti comuni come uova, cera d'api e gomma arabica. Le differenti colorazioni rimandano anche a periodi diversi dello sviluppo artistico interno alla stessa storia greca. Perfino gli occhi dei personaggi rappresentati, che a noi appaiono privi di iride e in questo senso “ciechi”, in realtà venivano colorati e talvolta realizzati con la pasta vitrea.

Articolo a cura di
Camilla Ferrario