
Nella routine quotidiana delle scimmie cappuccine dal ciuffo (Sapajus libidinosus), osservate per quasi quattro anni in Brasile da un team internazionale di ricercatori che comprende Cnr-Istc e la Sapienza Università di Roma, c'è il consumo di carne di rettili, mammiferi e uccelli. Il lavoro, pubblicato su PLOS One, è il registro più esteso mai raccolto sulla predazione di piccoli vertebrati in questa specie e usa proprio queste scimmie come una finestra su una domanda molto più grande: come è nata, nella nostra linea evolutiva, l'abitudine di mangiare carne? I cappuccini sono onnivori opportunisti: mangiano frutta, semi e insetti.
Quello che si sapeva meno bene è quanto, e come, cacciassero vertebrati come lucertole, uccelli, roditori e piccoli serpenti. Per colmare questa lacuna, il gruppo di ricerca guidato da Susana Carvalho e Noemi Spagnoletti ha seguito due gruppi selvatici di cappuccini a Fazenda Boa Vista, un'area nel nord-est del Brasile, in una zona di transizione tra i biomi Cerrado e Caatinga. Per 45 mesi gli osservatori hanno annotato ogni evento di caccia e consumo di prede vertebrate, per un totale di 5.093 ore di osservazione. Il risultato di questo sforzo è un dataset che conta 446 eventi di predazione, per un tasso complessivo di 6,34 catture ogni 100 ore di osservazione.
Cosa e come mangiano i cebi cappuccini
I ricercatori hanno classificato le prede in tre grandi categorie: rettili come lucertole, gechi, serpenti e iguane (136 eventi), mammiferi come roditori, opossum e pipistrelli (97 eventi) e uccelli, soprattutto uova e nidiacei (34 eventi). L'ordine in cui i cappuccini divorano la preda è quasi macabro. Gli uccelli vengono spesso mangiati interi ma, quando non succede, le scimmie preferiscono consumare per prime il cervello e le viscere. Il motivo, come spiega la co-autrice Noemi Spagnoletti a PLOS One, potrebbe essere che si tratti delle parti più ricche di grassi e calorie facilmente assimilabili. Lo stesso vale per lucertole e mammiferi, mentre i serpenti vengono aperti scartando la testa e mangiando prima gli organi interni.

Maschi cacciatori, femmine più caute: c'è un pattern anche tra i sessi
Uno dei dati più solidi emersi dal modello statistico degli autori è la differenza tra sessi: i maschi adulti cacciano vertebrati a un tasso 1,4 volte superiore rispetto alle femmine. Un dato che si allinea con quanto osservato in altri siti di studio sulle scimmie cappuccine, ma anche in babbuini e scimpanzé. La spiegazione più immediata chiama in causa la taglia corporea: a Fazenda Boa Vista i maschi adulti pesano in media 3,5 kg contro i 2,1 kg delle femmine, con conseguenti maggiori esigenze caloriche. Ma gli autori propongono anche un'ipotesi comportamentale più affascinante: le femmine adotterebbero una strategia di foraggiamento più prudente, orientata verso cibi meno rischiosi (come gli insetti) invece che verso prede vertebrate potenzialmente pericolose.
Confrontando due gruppi sympatric (che vivono nella stessa area), uno dei quali riceveva un piccolo apporto giornaliero di cibo extra da parte dei ricercatori, è stato visto che il gruppo "foraggiato" cacciava vertebrati 1,88 volte meno del gruppo che non riceveva nulla. Quando il cibo abbonda e costa poca fatica procurarselo, cacciare un serpente o una lucertola diventa un'opzione meno conveniente. Coerentemente, la disponibilità di frutta nell'ambiente è risultata inversamente proporzionale al tasso di predazione.
Per quanto riguarda le modalità di caccia, la maggioranza degli eventi di caccia e consumo è avvenuta da soli (oltre l'80% dei casi), non in gruppo. Tuttavia, quando la preda veniva catturata da più individui insieme, nel 64% dei casi si è osservato un vero e proprio trasferimento di cibo tra membri del gruppo.

Come racconta Spagnoletti, proprio questa complessità comportamentale è stata la sorpresa più grande della ricerca:
"Quello che mi ha sorpreso di più è stata la misura in cui la predazione di vertebrati fosse integrata nella vita quotidiana dei cappuccini […] Non mi aspettavo certo che diventasse una parte così importante di ciò che stavamo documentando".
Cosa significa per l'evoluzione umana
Lo stesso comportamento è stato osservato negli scimpanzé di Gombe, in Tanzania e gli studiosi lo collegano a una possibile tappa evolutiva verso quello che in antropologia viene chiamato "human predatory pattern", cioè la capacità (unica tra i primati viventi) dell'essere umano di cacciare abitualmente animali grandi quanto o più di sé stesso. Prima di arrivare a quello, secondo l'ipotesi discussa nello studio, i nostri antenati potrebbero essere passati per una fase in cui la "carne facile" da piccoli vertebrati costituiva un trampolino di lancio nutrizionale, prima e più economico da procurarsi rispetto alla grande caccia.
Come sottolinea la stessa Spagnoletti, le scimmie cappuccine non sono un modello diretto dei nostri antenati. Sono primati del Nuovo Mondo, evolutivamente molto più distanti da noi rispetto a scimpanzé e bonobo.
Ma proprio per questo, il fatto che comportamenti così sofisticati (caccia mirata, gestione differenziata delle parti della preda, condivisione sociale del cibo) siano emersi in modo del tutto indipendente in un ramo lontano dell'albero dei primati è una prova potente che questi tratti non sono "esclusivi" della linea umana o delle grandi scimmie. Per gli autori, il prossimo passo è ri-analizzare gli i fossili di fauna alla ricerca di segni di predazione su piccoli vertebrati, per capire se le stesse "firme" di consumo osservate in queste scimmie si ritrovano anche nei reperti lasciati dai primi ominidi.