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14 Gennaio 2026
6:00

L’insolita storia di Madame M. che scambiava i suoi cari per dei sosia a causa della sindrome di Capgras

La storia di Madame M. rappresenta il primo caso registrato di sindrome di Capgras, un disturbo psichiatrico che porta i pazienti a credere che le persone attorno a loro siano sostituite con dei sosia identici. Alla base, sembra esserci una mancata comunicazione tra le aree del cervello che riconoscono i volti e quelle che gli attribuiscono significati emotivi.

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L’insolita storia di Madame M. che scambiava i suoi cari per dei sosia a causa della sindrome di Capgras
sindrome di capgras

Nel 1923 lo psichiatra francese Joseph Capgras descrisse il caso di Madame M., una paziente affetta da una forma di psicosi convinta che i suoi familiari, insieme a numerosi abitanti di Parigi, fossero stati sostituiti con dei sosia dallo stesso aspetto e imprigionati nel sottosuolo della capitale francese. Da allora, con il termine sindrome di Capgras si indica un disturbo psichiatrico in cui i pazienti sviluppano la convinzione che le persone a loro care siano state rimpiazzate con dei sosia identici. La causa di questa sindrome potrebbe risiedere in un “cortocircuito” del cervello, che perde la capacità di integrare le informazioni visive legate alla fisionomia dei volti con i ricordi affettivi a essi associati, imprigionando i pazienti in un continuo jamais vu, letteralmente "mai visto", ossia la sensazione di estraneità dinnanzi a persone, cose e luoghi familiari.

Il segreto nei sotterranei di Parigi: la denuncia di Madame M.

Il 3 giugno del 1918, a Parigi, una notizia sconcertante tuonò nell’ufficio denunce di un commissariato di polizia: nel sottosuolo della città risiedevano imprigionate numerose persone, soprattutto bambini, la maggior parte delle quali erano concentrate nel seminterrato della casa di Madame M.

A rivelarlo era Madame M. in persona, una sarta di circa 50 anni che si descriveva come una benefattrice dall’animo nobile. D’altronde, a suo dire, Madame M. godeva di origini illustri: nipote della regina delle Indie e discendente del re Enrico IV, all’età di 15 mesi era stata rapita e scambiata con una bambina da un tale, il signor M., che da allora finse di essere suo padre, privandola dei titoli nobiliari e di un’eredità superiore a 125 miliardi.

Una vita di inganni

Da allora, come raccontava Madame M. (o Madame de Rio-Branco, come preferiva essere chiamata), la sua vita era stata un susseguirsi di complotti orditi a suo sfavore per sottrarle la sua fortuna, tutti con una simile trama. A 29 anni aveva sposato il signor G., assassinato segretamente qualche anno dopo e sostituito con alcuni sosia “impostori” (circa 80 in poco più di 20 anni) perfettamente identici. Un destino simile era toccato anche ai figli: il primogenito, morto all’età di 22 mesi, sarebbe stato in realtà sostituito dalla balia con un sosia, a sua volta avvelenato e rianimato dopo il funerale per essere portato in una nuova famiglia. Una delle figlie, invece, le era stata rubata e sostituita numerose volte:

“Per sostituire la mia vera figlioletta rubata ne mettevano sempre un’altra, che a sua volta veniva portata via e immediatamente rimpiazzata… […]. Ne ho avute più di duemila in cinque anni: sono dei sosia… Ogni giorno arrivavano bambine a casa mia che, ogni giorno, venivano portate via.”

Non solo i parenti: il portinaio, i vicini, i domestici, i medici, il prefetto, i commissari di polizia e altre 28 mila persone in tutta Parigi erano stati sequestrati, sostituiti con dei sosia e rinchiusi in un fitto labirinto fatto di cunicoli e stanze segrete nel sottosuolo di Parigi.

La diagnosi di sindrome di Capgras

Alla polizia apparve evidente che le storie di Madame M., nonostante l’impressionante lucidità e pacatezza nel racconto, fossero il risultato di un delirio che nascondeva un disturbo psichico. Sottoposta a una perizia psichiatrica, la donna venne internata due giorni dopo all’ospedale di Sainte-Anne, dove le fu diagnosticata una psicosi allucinatoria, interpretativa e immaginativa cronica a tema fantastico.

Qualche anno dopo, il caso della signora M. attirò l’attenzione dello psichiatra francese Joseph Capgras, che ne documentò accuratamente la storia nell’articolo L’illusion des « sosies » dans un délire systématisé chronique (L'illusione dei "sosia" in un delirio cronico sistematizzato). In seguito, si scoprì che i sintomi manifestati dalla signora M. erano presenti anche in altri pazienti psichiatrici, ai quali venne diagnosticata la sindrome di Capgras, così denominata in onore dello psichiatra francese.

Cosa accade nel cervello dei pazienti con sindrome di Capgras

In tutti i casi di sindrome di Capgras, i pazienti condividono la stessa convinzione: credere fermamente che le persone care siano state sostituite da sosia dall’aspetto perfettamente identico.

Ma com’è possibile che il nostro cervello possa cadere in un inganno simile? Sebbene non esista ancora una risposta definitiva, lo studio di pazienti con lesioni cerebrali ha consentito di formulare un’affascinante ipotesi. Per comprenderla, immaginiamo di dover individuare il volto di una persona a noi cara all’interno di una fotografia che ritrae anche volti sconosciuti. Con ogni probabilità, il nostro cervello riconoscerà rapidamente e in modo istintivo la persona familiare, associando al suo volto un immediato valore affettivo.

Anche se non ne siamo consapevoli, ogni volta che osserviamo un volto familiare il nostro cervello compie esattamente questa operazione: alcune aree della corteccia temporale identificano ciò che stiamo osservando come un volto, mentre altre regioni, appartenenti al sistema limbico, gli attribuiscono un significato emotivo. Grazie a specifiche connessioni neuronali (delle vere e proprie “strade del cervello”), le informazioni relative alle caratteristiche fisionomiche vengono integrate con quelle affettive, permettendoci di riconoscere che il volto che abbiamo davanti non appartiene a una persona qualunque.

cervello riconoscimento volti
L’area fusiforme facciale, indicata in rosso nell’immagine, è una zona della corteccia temporale specializzata nel riconoscimento dei volti. Credit: NIH, Public domain, via Wikimedia Commons

Nei pazienti affetti da sindrome di Capgras, queste connessioni tra le regioni temporali e quelle limbiche potrebbero essere compromesse, per esempio in seguito a un ictus cerebrale o a una patologia neurodegenerativa, causando l'incapacità di associare il volto di una persona conosciuta al suo valore affettivo. Insomma, chi soffre della sindrome di Capgras è in grado di vedere un amico o un familiare, ma non riesce più a sentirlo come tale, scambiandolo erroneamente per un sosia.

È difficile da immaginare, vero? Eppure, una sensazione in parte analoga (sebbene si tratti di fenomeni distinti) si manifesta quando viviamo un jamais vu, l'opposto del déjà vu: un’esperienza o un elemento familiare, come una parola ripetuta più volte, un luogo o un volto osservato a lungo, improvvisamente appare nuovo o estraneo, lasciandoci per qualche istante in uno stato di disorientamento.

Fortunatamente, nel caso del jamais vu queste sensazioni durano pochi secondi. Nella sindrome di Capgras, invece, questo “senso di inganno” diventa una sensazione ricorrente, ricordandoci quanto la realtà che viviamo e percepiamo sia il risultato di un delicato e armonioso equilibrio chimico e fisiologico nel nostro cervello.

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