Dopo essere stata il transatlantico più veloce al mondo, la SS United States è pronta a diventare la barriera corallina artificiale più grande al mondo. Varata nel 1952, "La grande U", verrà calata sul fondale del Golfo del Messico la seconda settimana di novembre 2026, a circa 22 miglia nautiche a sud ovest di Destin-Fort Walton Beach, in Florida. Ma perché mandare a fondo una nave storica dovrebbe fare bene al mare? La contea di Okaloosa che sta gestendo l'operazione, ha un duplice obiettivo: da un lato creare un ambiente favorevole allo sviluppo di flora e fauna marina e dall'altro attirare subacquei e pescatori portando benefici all'economia locale.
La SS United States, ormeggiata a Philadelphia da 30 anni, è lunga quasi 300 metri (30 metri più del Titanic) e pesa circa 47.000 tonnellate. Nel viaggio inaugurale del 1952 conquistò il Nastro Azzurro, il premio per la traversata atlantica più veloce, completata in soli 3 giorni, 10 ore e 40 minuti. Un primato che detiene ancora oggi mentre si prepara a scriverne un altro.

La contea di Okaloosa (Florida), infatti, sta portando a termine le operazioni di bonifica e pulizia dell'imbarcazione per la messa in mare. Durante queste operazioni vengono rimosse sostanze chimiche, cavi, plastiche e vetri che inquinerebbero le acque. Inoltre, vengono praticati dei fori nello scafo in modo da far scendere "l'ammiraglia d'America" verticale sul fondale e creare aperture per la fauna marina. Una volta in posizione, sarà posata a 55 metri di profondità offrendo possibilità di esplorazione da parte di subacquei di qualsiasi livello dato che il ponte superiore sarà a soli 17 metri. I due fumaioli (classici camini delle navi) di 20 metri e l'albero radar sono stati rimossi per evitare interferenze con la navigazione marittima.
La SS United States non è un caso isolato, nel mondo ci sono diversi esempi di barriere coralline artificiali. Come spiega la NOAA (l'agenzia oceanografica statunitense) si tratta di strutture costruite dall'uomo che imitano le caratteristiche di una scogliera naturale. Tra questi, i relitti sommersi rappresentano la forma più comune ma vengono usati anche ponti, piattaforme petrolifere e strutture offshore. Gran parte dei fondali costieri è sabbia piatta, un habitat sommerso quasi deserto perché non offre appigli. Un relitto introduce un substrato duro su cui parte una colonizzazione a catena: prima organismi come spugne, coralli e cirripedi, poi pesci che vi trovano riparo. Il risultato è un aumento della biodiversità locale in zone altrimenti prive di rilievi. Come bonus, un reef artificiale attira i subacquei lontano dalle fragili barriere naturali, riducendo la pressione umana su queste ultime.
Tra gli esempi più famosi ci sono: la USS Oriskany, una portaerei affondata nel 2006, l’attuale detentrice del record di barriera artificiale più grande (primato che passerà alla SS United States) e la USNS Vandenberg, ex nave spia della Guerra Fredda affondata nel 2009 al largo di Key West, a oggi la seconda barriera artificiale più grande del mondo.

Portando lo sguardo oltre le navi, tra il 2001 e il 2010 la metropolitana di New York ha calato in Atlantico oltre 2.500 vagoni dismessi, diventati rifugio per pesci e molluschi. In Messico, al largo di Cancún, il museo sottomarino MUSA ha immerso dal 2009 oltre 500 statue in cemento.

Non sempre questi progetti vanno a buon fine. Nel 1972, davanti a Fort Lauderdale, furono gettati in mare fino a due milioni di pneumatici per creare una barriera. Fu un disastro: le gomme, troppo leggere, rotolarono con le correnti uccidendo i coralli vicini. La bonifica va avanti ancora oggi da parte del Dipartimento per la protezione ambientale della Florida con il programma NOAA Marine Debris. Ecco perché oggi i materiali approvati devono essere pesanti, stabili e inerti, come cemento o navi accuratamente ripulite.

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