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2 Agosto 2026
18:30

Perché alcune culture indigene temevano le fotografie: il mito del “furto dell’anima” ricorda l’AI

Dalle credenze indigene sul "furto dell'anima" ai social network e al riconoscimento facciale: come la fotografia influenza identità, memoria e privacy.

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Perché alcune culture indigene temevano le fotografie: il mito del “furto dell’anima” ricorda l’AI
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Fin dalla sua invenzione nel XIX secolo, la fotografia è stata percepita come molto più di una semplice tecnologia di riproduzione della realtà. In numerose culture del mondo, l'atto di fotografare è stato associato all'idea di catturare una parte dell'identità, dell'anima o dell'essenza di una persona.

Ancora oggi, nonostante la diffusione globale degli smartphone e dei social network, la fotografia continua a sollevare interrogativi profondi legati alla rappresentazione del sé, alla memoria e al controllo della propria immagine. Tra psicologia, sociologia, cinema e diritto, il rapporto con le fotografie racconta molto delle società contemporanee e delle loro paure.

La fotografia come "furto dell'anima"

In diverse società indigene, la fotografia è stata inizialmente accolta con diffidenza. Alcune comunità native delle Americhe, gruppi aborigeni australiani e popolazioni dell'Africa subsaharaiana interpretavano (in alcuni casi interpretano ancora oggi) l'immagine fotografica come una sottrazione della forza vitale della persona ritratta.

L'idea che l'immagine possegga un legame diretto con il corpo e con lo spirito non è irrazionale all'interno di quelle culture: in molte cosmologie, infatti, rappresentare qualcuno significa entrare in relazione con la sua essenza.

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Credits: Palacio do Planalto.

Gli studiosi hanno osservato come queste paure fossero spesso aggravate dal contesto coloniale: a scattare le fotografie erano gli europei durante le spedizioni etnografiche. Non si trattava, dunque, di semplici documentazioni scientifiche, ma di strumenti di classificazione e controllo.

I corpi fotografati diventavano oggetti di studio, catalogazione e, talvolta, spettacolarizzazione. La macchina fotografica assumeva così un valore duplice: tecnologia moderna e simbolo di dominio politico e culturale.

Psicologia dell'immagine: come la fotografia cambia la percezione di sé

Oggi la paura della fotografia non è scomparsa: si è trasformata ed è arrivata anche in società come la nostra. Il timore non riguarda la perdita dell'anima, ma il controllo della propria identità pubblica. La psicologia contemporanea mostra come l'esposizione continua alle immagini influenzi profondamente la percezione del sé.

Fotografarsi e vedersi costantemente attraverso gli schermi e postati sui social media modifica il rapproto con il corpo, l'autostima e la costruzione dell'identità personale.

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Sentinelese population. Credits: Palacio do Planalto.

Gli studiosi parlano di "auto-oggettivazione". Ovvero, l'individuo interiorizza uno sguardo esterno e inizia a percepirsi come immagine da osservare e valutare. I selfie, ad esempio, sono una pratica sociale di conferma identitaria.

In questo senso, la fotografia agisce come uno specchio permanente, che ridefinisce il confine tra esperienza vissuta e rappresentazione.

Questo comporta molte paure legate alla propria rappresentazione fotografica, che emergono sottoforma di ansia di perdere di controllo sulla propria immagine. Una foto pubblicata online, infatti, può essere condivisa, manipolata, archiviata o utilizzata fuori dal consenso della persona.

Cinema, immagine e paura della "cattura"

Il cinema e la letteratura hanno spesso rappresentato la fotografia come uno strumento inquitante. In molte narrazioni horror o fantascientifiche, la macchina fotografica assume il potere di imprigionare identità, prevedere il futuro, svelare presenze occulte o alterare la realtà. Film come Shutter, Polaroid e One Hour Photo giocano proprio sul rapporto ambiguo tra immagine e realtà.

Anche la teoria del cinema ha riflettuto sul carattere "spettrale" della fotografia. Il filosofo Roland Barthes definiva ogni fotografia come testimonianza di qualcosa che "è stato", ma che non esiste più nello stesso modo. Ogni immagine contiene quindi una dimensione di perdita e di morte.

Fotografare significa congelare un istante e separarlo dal flusso della vita.

Questa idea della "cattura" dell'immagine è presente anche nel linguaggio quotidiano: si parla di "scattare", "rubare" o "prendere" una foto. La terminologia stessa suggerisce un'azione di appropriazione.

Fotografie, social media e nuove forme di sorveglianza

Nel XXI secolo, la fotografia è diventata uno strumento centrale dell'economia digitale. Ogni giorno miliardi di immagini vengono condivise online, alimentando sistemi di riconoscimento facciale, profilazione algoritmica e raccolta dati. La fotografia non serve più soltanto a ricordare, ma anche a tracciare comportamenti, consumi e relazioni sociali. Come nel caso dei coloni europei che fotografavano gli indigeni, anche le foto sui social hanno a che fare col potere e col controllo politico.

Questa trasformazione ha modificato il significato stesso dell'immagine. Se in passato la fotografia era associato alla memoria familiare o alla documentazione storica, oggi è spesso legata alla performance sociale. Infatti, sono le persone stesse a riversare online moltissime fotografie, esponendo la propria vita e quotidianità ad un pubblico più o meno vasto.

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Credits: Palacio do Planalto.

Parallelamente cresce anche la sensibilità verso il diritto alla privacy. Molte persone rifiutano di essere fotografate in contesti pubblici per timore di esposizione online, cyberbullismo o utilizzo commerciale non autorizzato delle immagini.

Le paura contemporanee, quindi, non sono cos' distanti da quelle degli aborigeni australiani e dei popoli subsahriani: in entrambi i casi, il problema centrale riguarda chi possiede e controlla l'immagine della persona e cosa ne fa.

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