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23 Settembre 2026
12:00

Perché la stagione degli uragani è così calma? Cosa succede nell’Atlantico e cosa c’entra El Niño

Siamo a fine settembre e nell'Atlantico non si è ancora formato un uragano. Non era mai successo da quando i satelliti tengono d'occhio gli oceani, cioè dal 1966. Nel Pacifico, intanto, è successo l'esatto contrario.

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Perché la stagione degli uragani è così calma? Cosa succede nell’Atlantico e cosa c’entra El Niño
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Una calma insolita e una stagione senza uragani stanno interessando l’Atlantico, un fenomeno senza precedenti e che non ha eguali nell’archivio satellitare della NOAA, agenzia scientifica e di ricerca del governo degli Stati Uniti. La stagione si apre a giugno e in genere, con l'inizio di settembre, statisticamente la stagione degli uragani tocca il suo apice, mentre contrariamente alle aspettative, finora la stagione degli uragani atlantici è stata insolitamente tranquilla e l'attività ha appena toccato un minimo storico: non se n'è ancora formato nemmeno uno. Secondo i dati della National Oceanic and Atmospheric Administration, si tratta del vuoto più prolungato mai osservato almeno dal 1966, l'anno in cui l'agenzia fa iniziare l'era del tracciamento moderno grazie all'arrivo dei satelliti. I fattori sono tre, tra i quali c'è anche El Niño, che sta soffocando le tempeste sul nascere. Ma dall'altro lato il bacino del Pacifico centrale potrebbe vivere una stagione di tempeste oltre la media: la NOAA lo stima con un 70% di probabilità.

Atlantico senza uragani

Il National Hurricane Center, sulla base del trentennio 1991-2020, colloca la prima tempesta con nome intorno all'inizio di giugno e il primo uragano tra i primi giorni e la metà di agosto. Bisogna specificare che un sistema tropicale riceve un nome quando i venti toccano le 39 miglia orarie, circa 63 km/h, e diventa uragano al superamento delle 74 miglia orarie, cioè poco meno di 120 km/h. È pur vero che nel 2022, il primo uragano dell'anno, Danielle, comparve il 2 settembre e nel 2013 toccò a Humberto l'11 settembre, stessa data in cui nel 2002 si era formato Gustav.

Proprio l'11 settembre rappresentava, fino a oggi, l'esordio più ritardato dal 1966. Il bilancio della stagione attuale si ferma a cinque tempeste tropicali, che sono Arthur, Bertha, Cristobal, Dolly ed Edouard, che hanno scaricato piogge abbondanti e raffiche di vento sulle coste del Golfo del Messico ma nessuna ha trovato le condizioni per trasformarsi in uragano.

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In questa mappa i periodi classici di uragani, cicloni e tifoni.

Le tre cause della calma atlantica

Il Washington Post giudica improbabile che questa quiete si protragga fino al termine della stagione ma ne individua le cause in tre fattori concomitanti: El Niño, la presenza di masse d'aria secca e un'atmosfera insolitamente stabile, quest'ultima riconducibile al cambiamento climatico. "Nella sua forma più elementare, la stabilità atmosferica è la propensione dell'aria a salire o a scendere", ha spiegato al quotidiano lo specialista di uragani Michael Lowry, sottolineando che basta un solo elemento fuori equilibrio per spegnere la consueta impennata di attività concentrata tra agosto, settembre e ottobre, quando il ciclo raggiunge il suo culmine.

Per capire cosa sta succedendo bisogna spostarsi dall'altra parte del mondo e capire che il fenomeno El Niño, riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale, che si ripete ogni pochi anni e che quest'anno è particolarmente intenso, è uno dei fattori principali che ha guidato le proiezioni sulla stagione degli uragani atlantici in corso. E i fatti stanno confermando lo scenario tracciato dagli esperti. Il fenomeno scalda le acque del Pacifico e, a catena, rafforza i venti occidentali che corrono ad alta quota sopra l’Atlantico.

Il ruolo di El Niño

È proprio questa corrente in quota a fare la differenza, che modifica velocità e direzione dell'aria a seconda dell'altitudine, genera un taglio verticale che smembra i cicloni sul nascere, prima ancora che riescano a organizzarsi. Un esempio lo offre Fay, sesta tempesta della stagione, battezzata il 20 settembre al largo delle Azzorre. Arrivata a sfiorare l'intensità di un uragano, ha poi incontrato aria secca e un wind shear in aumento che ne hanno scomposto la struttura.

Parallelamente la stessa acqua calda che soffoca l'Atlantico fa da carburante ai cicloni del Pacifico. Il Pacifico orientale e centrale ha già prodotto diciotto tempeste con nome, sei uragani e quattro uragani maggiori. Due di questi, Genevieve a luglio e Lowell a inizio settembre, hanno raggiunto la categoria 5, il livello massimo, con venti a 260 km/h. Secondo la NOAA, a spingere verso l'alto questi numeri sarebbe stato un El Niño particolarmente intenso, destinato a restare attivo per tutta la stagione. La NOAA stima infatti un 70% di probabilità che il bacino del Pacifico centrale viva una stagione di tempeste al di sopra della media.

La correlazione con El Niño la troviamo andando indietro di 11 anni: nel settembre 2015 si verificò un evento meteorologico storico nel Pacifico centrale e orientale, con la presenza simultanea di tre uragani di categoria 4 (Kilo, Ignacio e Jimena). Proprio nel 2015 ci fu l'ultimo Super Niño.

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