Una pelle di capra risalente a circa 7.000 anni fa ha permesso di recuperare informazioni genetiche sulle prime popolazioni di animali domestici della Spagna. Si tratterebbe di uno dei genomi di animali da allevamento più antichi del mondo.
Il reperto proviene dalla Cueva de los Murciélagos, presso Albuñol, in provincia di Granada (Andalusia), ed è stato analizzato da un gruppo internazionale di ricercatori (i capofila dello studio, dell'University College di Dublino, sono Jolijn A. M. Erven e Zoé Robinet Guyet) in uno studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE.
La Cueva de los Murciélagos ("Grotta dei pipistrelli") è una grotta carsica situata nei pressi di Granada, nella Spagna meridionale, ed è un sito archeologico noto almeno dalla metà del XIX secolo. Gli studi hanno dimostrato che è stata usata come riparo o come luogo di sepoltura senza soluzione di continuità tra le fasi finali del Mesolitico e l'Età del Bronzo, circa tra il 7500 a.C. e il 1700 a.C.
La grotta ha restituito una grande quantità di reperti (qualche anno fa sono state rinvenute perfino delle frecce, le più antiche testimonianze di arceria in Europa), con quelli archeozoologici (l'archeozoologia è la disciplina che si occupa dello studio dei resti animali nei contesti archeologici) di particolare interesse. Il particolare microclima della grotta, come spesso accade, ha permesso la conservazione di molti reperti organici, che in altre condizioni si sarebbero deteriorati.

Il campione archeozoologico studiato, denominato secondo la prassi scientifica Murciélagos1, è costituito da due frammenti appartenenti probabilmente alla stessa pelle animale. La datazione al radiocarbonio ha restituito un'età compresa tra 7.246 e 7.008 anni calibrati prima del presente, collocandolo nel Neolitico antico (VI-V millennio a.C.). Le analisi archeozoologiche hanno inoltre individuato sul campione tracce di lavorazione: un lato conserva il pelo, mentre quello opposto presenta segni compatibili con la concia, quattro perforazioni realizzate intenzionalmente e tracce di ammorbidimento dovute all'utilizzo.
Oltre allo studio tracceologico del campione, uno dei contribuiti più importanti riguarda il DNA antico: la ricerca, infatti, ha permesso di estrarre e analizzare il DNA antico conservato nel materiale organico. I risultati hanno identificato l'animale di provenienza della pelle come una capra domestica (Capra hircus) di ascendenza europea, escludendo un'origine riconducibile alla capra selvatica iberica (Capra pyrenaica). Ciò suggerisce che le popolazioni di capre introdotte dai gruppi umani che nel Neolitico frequentavano Cueva de los Murciélagos non erano state domesticate a partire dalle specie selvatiche locali, ma probabilmente sono state portate da oriente, nel processo di espansione neolitica.
Il confronto del genoma con le popolazioni attuali ha evidenziato una particolare affinità genetica con la razza Bermeya, oggi allevata nell'area settentrionale della Spagna. Un risultato che suggerisce una continuità genetica tra le popolazioni caprine neolitiche e alcuni allevamenti iberici contemporanei, pur senza dimostrare una discendenza diretta.

Nello straordinario contesto conservativo della grotta, gli studiosi hanno inoltre recuperato sul campione frammenti di DNA umano e di canide. La componente umana potrebbe derivare dal contatto con la pelle durante la sua manipolazione o il suo utilizzo, mentre quella canina sarebbe legata a successive alterazioni del deposito archeologico (Un cane che rovistava nella spazzatura, magari). La quantità limitata di DNA umano, tuttavia, non ha consentito di ricavare informazioni affidabili sull'identità genetica della persona entrata in contatto con il reperto.
La Cueva de los Murciélagos era utilizzata soprattutto a scopo funerario durante il Neolitico. La pelle è stata rinvenuta nel settore F della cavità, incorporata in una struttura muraria costruita dai minatori nel XIX secolo: la sua posizione originaria era quindi stata alterata. Non sapremo mai dove fosse collocata originariamente, se fosse associata a una sepoltura o no.
Gli autori della scoperta hanno sottolineato il valore eccezionale del reperto, che dimostra come materiali organici diversi da ossa e denti possano conservare DNA nucleare per millenni. L'analisi genetica di manufatti in pelle apre così nuove possibilità per ricostruire la storia degli animali domestici e delle attività di lavorazione delle materie prime nelle comunità preistoriche.
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