
Un team di ricercatori italiani, coordinato dall’Università di Padova, ha realizzato il primo atlante geografico completo delle infrastrutture petrolifere e del gas nell’Artico. Lo studio, pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista Plos One, rivela che circa 512.000 km2 di territorio, un’area di estensione paragonabile a quella della Spagna, sono già sfruttati e vincolati da licenze estrattive. Inoltre, mostra come i territori sfruttati spesso coincidano con aree sensibili dal punto di vista ecologico e che ospitano le popolazioni indigene. Questa ricerca avvalora la recente proposta dell’Unione Europea di dichiarare l’Artico una “zona di non proliferazione dei combustibili fossili”, per arrestarne l’estrazione e avvicinarsi così agli obiettivi climatici.
Lo sfruttamento degli idrocarburi nell’Artico
Il sottosuolo dell’Artico contiene grandi quantità di idrocarburi, pari a circa il 20% delle risorse globali di petrolio e gas naturale. Estrarle è molto complesso, a causa delle sue condizioni climatiche e della sua posizione geografica remota. Nonostante questi fattori rendano l’esplorazione e l’estrazione estremamente costose, le quantità di idrocarburi presenti sono così ingenti che diverse compagnie hanno cominciato a sfruttarle. I ricercatori hanno utilizzato database open-access provenienti da Alaska, Canada, Groenlandia, Norvegia e Russia per realizzare l’atlante della distribuzione delle infrastrutture petrolifere e del gas in territorio artico. Hanno così identificato più di 44.000 pozzi di estrazione e quasi 40.000 km di oleodotti.
Lo scopo di questa mappatura è soprattutto evidenziare come i territori sfruttati per l’estrazione corrispondano ad aree sensibili. Oltre il 7% del territorio sfruttato coincide con aree protette dal punto di vista ecologico; oltre il 13% si sovrappone agli areali di distribuzione delle principali specie artiche come l’orso polare e il caribù; circa il 73% è abitato dalle popolazioni indigene. Le aree più a rischio sono quelle più sfruttate, come il North Slope dell’Alaska e la penisola di Yamal in Russia.

Perché la realizzazione dell’atlante è importante
Uno dei meriti dei ricercatori è stato riuscire a raccogliere le informazioni sullo sfruttamento degli idrocarburi nell’Artico, che sono molto frammentate, e a raggrupparle in un unico strumento che possa essere consultato anche in futuro. Questa ricerca sostiene la proposta dell’Unione Europea di eliminare le estrazioni di petrolio, gas e carbone nell’Artico, rendendo quest’ultimo una “zona di non proliferazione dei combustibili fossili”. Le riserve di combustibili fossili immagazzinate nel sottosuolo di questo territorio devono restare dove si trovano prima di tutto per evitare un ulteriore rilascio di gas serra in atmosfera, incompatibile con il raggiungimento degli obiettivi climatici. Inoltre, l’Artico è un’area già estremamente vulnerabile, che per effetto del cambiamento climatico si sta riscaldando a un ritmo quasi quattro volte superiore alla media globale. La fusione dei suoi ghiacci compromette gli ecosistemi e la sussistenza delle popolazioni locali, rendendoli particolarmente fragili nei confronti dello sfruttamento del suo sottosuolo.