statistiche petrolio

Per quanto si parli continuamente di risorse non rinnovabili e di quanto velocemente queste possano esaurirsi, molte persone continuano in maniera inconscia a pensare che esse siano infinite. Ma non è affatto così, è quello che in gergo tecnico chiameremmo un bias, un'errata percezione del problema, una distorsione della realtà. Che lo vogliamo oppure no, le risorse prima o poi finiranno, compreso il petrolio.

petrolio finisce

Ma come si fa a calcolare nel complesso la quantità di risorsa ormai sfruttata e se ci troviamo ormai in una fase di declino? Come stimare il "giorno zero" in cui non ci sarà più niente da sfruttare?
Esistono numerosi modelli che possono aiutarci a comprendere e analizzare come evolve una risorsa nel tempo, ma noi ci soffermeremo su una teoria in particolare, quella del Picco di Hubbert che rivoluzionò il modo di vedere l'economia.

statistiche petrolio

Che cos'è il picco di Hubbert?

Quella del picco di Hubbert è una teoria proposta nel 1956 dal noto geofisico statunitense Marion King Hubbert che sviluppa e descrive l'andamento di una risorsa non rinnovabile nel tempo, stimandone il punto di produzione massima oltre il quale la risorsa può soltanto che diminuire.

Durante i suoi studi presso il reparto ricerche Shell a Huston (USA), Hubbert elaborò una teoria, presentata poi alla conferenza di San Antonio del 1956: cercò di prevedere il futuro della produzione petrolifera americana, modellandone l'evoluzione nel tempo.
La teoria si propone di prevedere il periodo di produzione massima della risorsa estratta e il punto oltre il quale la produzione non può più crescere ma soltanto diminuire a causa di limitazioni nella disponibilità della risorsa stessa. Questo punto è il cosiddetto picco di Hubbert, l'apice della curva (non necessariamente simmetrica) che mostra l'andamento della risorsa nel tempo.
Per ipotizzare il futuro tasso di estrazione del petrolio, Hubbert tenne conto principalmente di due fattori: l'andamento storico del petrolio e le riserve ancora disponibili. E, grossomodo, ci azzeccò.

Oggi questa teoria è applicabile non solo per modellare l'andamento del greggio, ma di qualsiasi risorsa minerale, fonte fossile esauribile o fisicamente limitata come gas naturale, carbone, terre rare e metalli preziosi. Non solo, il modello permette anche di avere in quadro generale dei prezzi associati alla risorsa, che si muovono di pari passo con la sua disponibilità.

Prendiamo come esempio la curva della produzione di petrolio statunitense (dati EIA), riportata qui sopra. L'andamento teorico, segnato dalla linea tratteggiata, è definito da 4 macrofasi:

  1. Espansione rapida (all'incirca dai primi del ‘900 fino agli anni '50) – Fase iniziale di crescita esponenziale della produzione, dovuta alla grande disponibilità della risorsa. L'investimento economico è modesto. 
  2. Inizio dell'esaurimento (all'incirca tra gli anni '50 e '70) – Si iniziano a sfruttare le riserve più accessibili e che richiedono meno investimenti ma, a seguito di un progressivo esaurimento, aumentano la difficoltà nell'estrazione e, di conseguenza, i costi. La produzione continua a crescere ma non più in maniera esponenziale.
  3. Picco e declino (all'incirca tra gli anni '70 e '80) – Avvicinandosi alla fase di esaurimento dei giacimenti, la produzione raggiunge il punto massimo (il picco) e comincia a scendere. L'investimento cresce con il diminuire della risorsa.
  4. Declino finale (all'incirca dagli anni '80 al 2008) – In questa ultima fase la produzione continua, ma senza grossi investimenti. Il declino procede finché la risorsa non cessa o finché non è più conveniente estrarla.

Se però guardiamo l'andamento della produzione reale di petrolio negli USA (linea continua), notiamo subito che il trend risale nel 2008. Perché?

Criticità del modello

Secondo Hubbert avremmo dovuto raggiungere il picco attorno agli anni '70: la produzione statunitense ha effettivamente raggiunto i 9,6 milioni di barili al giorno nel 1970, prima della diminuzione che è continuata fino al 2008. A quel punto però, invece di continuare a diminuire, questa ha iniziato a crescere costantemente grazie a nuove tecnologie nel campo dell'estrazione petrolifera e del gas naturale che hanno permesso di raggiungere risorse ritenute fino a poco tempo prima "inaccessibili".

produzione petrolio

Quello di Hubbert è quindi un modello statico e, se vogliamo, troppo semplicistico perché non considera diversi parametri tra cui il ruolo dei combustibili fossili non convenzionali (come l'heavy oil e altre forme meno utilizzate del petrolio) e il progresso tecnologico. Quando si scoprono nuovi giacimenti o le tecnologie avanzano, vengono sfruttati nuovi pozzi facendo risalire la produzione.

Quando finirà il petrolio?

È un tema blasonato, questo dell’oro nero. Quante volte abbiamo sentito dire che sta per finire, senza che finisse mai per davvero? Ora affrontiamo la questione da un punto di vista più concreto, con dati alla mano. Per effettuare questo calcolo dobbiamo sapere quanto petrolio c’è ancora sulla Terra e quanto petrolio consumiamo ogni anno.

Sommando le riserve provate di tutti i Paesi del mondo raggiungeremo un quantitativo stimato tra circa 1600 e 1700 miliardi di barili. Questa stima è basata sull’integrazione dei dati dell’OPEC, BP e US EIA Energy Information Administration, che pubblicano ogni anno in un bollettino aggiornato.
Non considerando il 2020, l’anno del Covid-19, negli ultimi tre o quattro anni siamo arrivati a consumare nel mondo circa 100 milioni di barili al giorno. Consumando 100 milioni di barili al giorno, in un anno la popolazione mondiale avrà utilizzato 36,5 miliardi di barili all’anno (100 milioni per 365 giorni). Se consideriamo 1650 miliardi di barili come quantità di petrolio rimanente e un consumo medio annuale di 36,5 miliardi di barili, impiegheremo circa quarantacinque anni per consumarlo tutto (1650/36.5=45.2). Sulla base di questo calcolo (volutamente semplificato), il petrolio terminerebbe intorno al 2065.
Attenzione però: la produzione subirà delle variazioni, come anche la quantità delle riserve, per cui non prendiamo questa data come assoluta ma piuttosto come una stima per avere una referenza. Ad ogni modo parliamo di variazioni di dieci anni o trent’anni in più rispetto al 2065, ma non mille.

Articolo a cura di
Nicole Pillepich