19 Luglio 2022
7:30

Quanto costa produrre monete e banconote? E vale la pena usare i centesimi di euro?

Le monete e le banconote che utilizziamo tutti i giorni hanno un costo di produzione piuttosto elevato. Scopriamo quanto costa “fabbricare” gli euro e se varrebbe la pena eliminare i centesimi.

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A cura di Erminio Fonzo
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Quanto costa produrre monete e banconote? E vale la pena usare i centesimi di euro?
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Quanto valgono davvero i soldi? Per capirci, le monete e le banconote hanno un loro valore teorico, cioè la cifra che c'è scritta sopra (detta valore nominale) e che a noi serve per comprare le cose. Tuttavia ogni banconota e ogni moneta hanno anche un altro valore: quello concreto del singolo pezzo di carta o di metallo. Questo valore dipende da quanto è costato produrre, per l'appunto, la singola banconota o la singola moneta e quindi, tra gli altri fattori, dai materiali che le compongono. In questo articolo vedremo esattamente questo: quanto valgono, più o meno, i soldi che utilizziamo ogni giorno. Spoiler: scopriremo che le spese di produzione di alcune monete superano il loro valore teorico. E allora perché si utilizzano?

I costi di produzione

Per produrre i soldi, bisogna, anzitutto, procurarsi i materiali. Le banconote sono stampate su carta speciale, in genere fibra di cotone, che è resistente all’usura e più difficile da falsificare. Per le monete, invece, si usano metalli e leghe come ottone, nichel, rame, “oro nordico” (una lega che in realtà non contiene oro, ma è composta da rame, zinco, alluminio e stagno, a noi familiare per le monete da 10 a 50 centesimi) e altre.

Inoltre, per produrre i soldi, e in particolare le banconote, si usano complessi sistemi per rendere più difficili le contraffazioni: anzitutto la filigrana (cioè un filo inserito nello spessore del foglio), che è il sistema più antico, ma anche ologrammi, elementi in rilievo, inchiostri cangianti, ecc. Bisogna coprire, infine, le spese per i macchinari, per il personale addetto alla stampa, per i magazzini, per il trasporto, per la sicurezza delle stamperie. Insomma, produrre denaro è tutt’altro che gratis.

Il celebre film "La banda degli onesti"
Il celebre film "La banda degli onesti"

Il caso degli euro

Le banconote in euro sono stampate dalle banche nazionali dei singoli Paesi, come la nostra Banca d’Italia, sulla base delle direttive della Banca centrale europea (BCE). Anche le monete lo sono, ma gli Stati hanno una maggiore autonomia produttiva. Lo testimonia il fatto che una delle due facce delle monete in euro è diversa a seconda del Paese che la emette (mentre le banconote sono tutte uguali).

Nel caso dell’Italia, la stampa delle banconote avviene presso lo stabilimento della Banca d’Italia situato a Roma in via Tuscolana. Le monete, invece, sono coniate dall’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, dipendente dal Ministero dell’economia e delle finanze.

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Gli euro in circolazione

Quanti sono gli euro in circolazione? Secondo i dati forniti dalla BCE, alla fine di maggio circolavano più di 28,8 miliardi di banconote, per un valore complessivo di quasi 1.600 miliardi di euro. I tagli, come sappiamo, sono compresi tra 5 e 500 euro. La banconota più diffusa è quella da 50 euro, della quale esistono circa 14 miliardi di pezzi, per un valore di quasi 700 miliardi. La banconota da 500 euro, invece, non è più stampata dal 2014 e nel 2019 ne è stato disposto il ritiro graduale dalla circolazione. Attualmente ne circolano ancora 361 milioni, per un valore complessivo di quasi 182 miliardi di euro.

Per quanto riguarda le monete, oggi ne circolano più di 142 miliardi, per un valore complessivo di oltre 31 miliardi di euro. Il taglio più diffuso è quello da 1 centesimo, del quale circolano 38 miliardi di esemplari.

Eurozona (in blu i Paesi che usano l'euro, in azzurro più chiaro gli altri Paesi UE)
Eurozona (in blu i Paesi che usano l’euro, in azzurro più chiaro gli altri Paesi UE)

I costi di produzione

La produzione degli euro ha un costo relativamente elevato. Secondo uno studio della Banca d’Italia, nell’intera Eurozona, cioè l’insieme dei Paesi che adottano l’euro, le spese dovute all’utilizzo del contante (che includono la “fabbricazione” dei soldi) sono pari allo 0,4% del Prodotto interno lordo (Pil). In Italia questa percentuale è leggermente più alta e raggiunge lo 0,52% del Pil, perché nel nostro Paese ci sono maggiori resistenze alla sostituzione dei contanti con altri strumenti di pagamento. In assoluto, ogni anno in Italia spendiamo circa 8 miliardi di euro per costi dovuti all’utilizzo del contante.

Ma quanto costa produrre i singoli pezzi? La BCE e le banche nazionali non rilasciano informazioni precise e le informazioni che circolano sono contrastanti. Inoltre, i costi variano a seconda dei Paesi e dei costi dei materiali. Perciò è possibile fornire solo dati approssimativi.

Stampare le banconote ha un costo relativamente contenuto: a seconda dei tagli, la spesa approssimativa dovrebbe oscillare tra 6 e 18 centesimi per ogni esemplare. Il costo è simile a quello del dollaro americano, sul quale disponiamo di informazioni ufficiali della Federal Reserve. Nel caso delle monete in euro, invece, il costo approssimativo dovrebbe oscillare tra i 4 e i 25 centesimi a pezzo, a seconda delle monete.

C'è però un problema per i pezzi di minore valore, quelle da 1, 2 e 5 centesimi. Il costo medio, stando a dati distribuiti dal Ministero dell'economia francese nel 2005 (e riportati più di recente in alcune discussioni del Parlamento italiano), è il seguente:

  • Moneta da 5 centesimi: 5,7 cent.
  • Moneta da 2 centesimi: 5,2 cent.
  • Moneta da 1 centesimo: 4,2-4,5 cent.

Queste monete, dunque, hanno un costo di produzione superiore al loro valore teorico (valore nominale), cioè coniarle costa più di quanto esse valgano. È un problema comune a molte valute. Nel caso del dollaro americano, per esempio, “fabbricare” una moneta da un centesimo, il cosiddetto penny, ha un costo di circa due centesimi (di dollaro).

Vale la pena coniare i centesimi?

Perché si coniano monete che hanno un valore inferiore al costo di fabbricazione? È banale: per dare il resto in maniera precisa. È necessario, cioè, avere delle monete che consentano di fissare i prezzi nel modo più esatto possibile.

Nel caso dell’euro, inoltre, quando la valuta fu introdotta l’Unione Europea decise di far coniare le monete da 1 e 2 centesimi anche per evitare che i commercianti, nella conversione dalle valute precedenti, arrotondassero i prezzi al rialzo. Tuttavia, dopo alcuni anni dall’introduzione della nuova valuta, diversi Paesi dell’Eurozona hanno smesso di coniare i pezzi da 1 centesimo e l’Italia, dal primo gennaio 2018, ha cessato anche di produrre le monete da 2. Quelle che ancora circolano (e che spesso i cassieri del supermercato ci danno senza che noi sappiamo che farcene) sono state coniate in precedenza o vengono dall’estero.

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Da diversi anni la Commissione europea sta valutando l’ipotesi di sospendere la coniazione dei pezzi da 1 e 2 centesimi in tutta l’Eurozona, una decisione alla quale sarebbero favorevoli, secondo informazioni raccolte dalla Commissione stessa, la maggior parte dei cittadini. Al momento, però, le monete da 1 e 2 centesimi continuano a essere coniate in numerosi Paesi.

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