La storia del denaro

Soldi, soldi, soldi… Non vi siete mai chiesti come sia possibile che possiamo acquistare o vendere qualsiasi bene o servizio grazie all'uso di pezzi di carta o di metallo (e ormai addirittura in forma di bit digitali) che in sé e per sé non valgono praticamente nulla? Come siamo arrivati ad accettare a livello mondiale un simile sistema di scambio? In questo articolo ripercorriamo la storia dei principali metodi di pagamento sviluppati dalle nostre società, dal più antico baratto allo sviluppo di monete e banconote.

Dal baratto alla moneta-merce

La prima forma di scambio, esistente sin dalla notte dei tempi, è il baratto: si cede un bene per averne in cambio un altro. Il sistema, però, presenta molti inconvenienti. Perché un baratto possa realizzarsi, infatti, è necessario che due persone abbiano bisogno di fare uno scambio di beni nello stesso momento: io posso avere bisogno del tuo capo di bestiame, ma a te in questo momento non servono le travi di legno che io ti darei in cambio. Inoltre, bisogna che entrambe le parti abbiano un bene da scambiare che considerano dello stesso valore.

In sostituzione del baratto, già in epoca preistorica si affermò il principio della "moneta-merce": per poter pagare la maggior parte dei beni, svincolandosi dal baratto, si scelsero delle merci con un loro valore intrinseco o, in altre parole, dei prodotti utili indipendente dal fatto di poter essere usati come strumento di pagamento. I beni utilizzati come “moneta” in origine erano vari, per esempio il sale, le conchiglie o determinati tipi di sassi.

Sale come moneta

È impossibile determinare quando, dove e come questo sistema sia stato introdotto, visto che è precedente la nascita della scrittura. Presto, però, ci si rese conto che, per far funzionare adeguatamente il sistema, la moneta-merce doveva avere determinate caratteristiche tra le quali la non deperibilità, in modo tale che chi l'avesse ricevuta avrebbe potuto utilizzarla a piacere (si introdusse così anche il principio del risparmio), e la frazionabilità, cioè la possibilità di dividere la moneta-merce in pezzi o parti, in maniera tale da pagare il valore preciso dei beni acquistati.

In Mesopotamia e nel Bacino del Mediterraneo si diffuse così la prassi di usare come moneta-merce i metalli preziosi, in primis oro e argento, visto che erano accettati da tutti. Oro e argento non venivano coniati: per pagare si usavano semplici pezzi di metallo grezzo, non ancora trasformati in moneta.

La nascita della moneta

L’uso dei metalli preziosi come moneta-merce comportava che in occasione di ogni scambio bisognasse pesarli e controllare che non fossero alterati. Chi riceveva un pezzo d’oro in pagamento doveva cioè accertarsi che fosse composto veramente di oro puro e non fosse mischiato con metalli più "vili".

Per evitare questo inconveniente, nel VII secolo a.C. nel regno di Lidia (in Asia minore, nell'attuale Turchia) cominciarono a essere usati i sigilli. L'autorità amministrativa cominciò ad apporre un sigillo, cioè a incidere un simbolo (spesso l’immagine di un animale) sui pezzi di metallo, in maniera da certificarne il peso e la qualità. Nel caso specifico, chi riceveva un pezzo d'oro con il sigillo del re di Lidia aveva la garanzia che esso fosse composto veramente del metallo e del peso dichiarato; e se anche così non fosse stato a causa di qualche truffa, avrebbe comunque potuto scambiarlo per il valore dichiarato. In altre parole, esisteva un’autorità che garantiva il valore del metodo di pagamento.

Monete del Regno di Lidia (credit: Classical Numismatic Group)
in foto: Monete del Regno di Lidia (credit: Classical Numismatic Group)

Questo passaggio rappresentò la nascita della moneta e l’inizio della coniazione, cioè della “fabbricazione” delle monete. In origine essa consisteva solo nell’apporre un sigillo sui pezzi di metallo, ma presto si passò a coniare monete vere e proprie: dischetti di metallo con immagini su entrambi i lati. Dalla Lidia, l’uso della moneta si diffuse in Grecia e poi in tutto il Bacino del Mediterraneo.

A quei tempi la moneta aveva ancora un valore intrinseco, cioè il valore del metallo prezioso che conteneva (ovviamente in base alla valutazione del valore di quel metallo in quel preciso momento). Tuttavia, il principio non era applicato perfettamente. Le autorità preposte, infatti, trattenevano una parte del metallo prezioso per coprire le spese di conio; inoltre, quando avevano poca disponibilità di oro e argento, li mescolavano a metalli meno nobili, senza che la moneta, almeno teoricamente, perdesse di valore. Il valore nominale (teorico), quindi, non equivaleva perfettamente al valore intrinseco e talvolta ne divergeva in misura significativa.

Le monete di carta

Anche l’uso delle monete metalliche si scontrava con alcune difficoltà. Una delle più serie era quella del trasporto: quando si doveva pagare una cifra ingente, era necessario trasportare grandi quantità di monete, con tutti i disagi, i costi e i rischi che questo comportava. Per ovviare al problema fu introdotto l’uso della moneta di carta: un semplice foglietto, sul quale era riportato un valore nominale (cioè, vi era scritto quanto valeva), che poteva essere cambiato in metallo prezioso da chi lo possedeva.

Un primo caso di carta-moneta è stato identificato in Cina, mentre in Europa il suo uso prese avvio nel XIV secolo in Italia e nelle Fiandre (una regione del Belgio), dove banchieri e orefici introdussero la lettera di cambio (anche detta nota del banco, da cui la parola banconota). Accettavano, cioè, depositi di metalli preziosi e in cambio rilasciavano un pezzo di carta che attestava quanto era stato depositato. La lettera di carta consentiva di ritirare il metallo prezioso anche presso un altro banchiere, evitando così il problema del trasporto. In origine, solo il titolare di una lettera poteva cambiarla in oro o argento, ma presto si diffuse la possibilità di cederla a un’altra persona (la cosiddetta girata), che poteva incassare il suo valore.

Banchieri italiani del Trecento in un manoscritto d’epoca
in foto: Banchieri italiani del Trecento in un manoscritto d’epoca

L’introduzione delle banconote

Con il passare dei secoli, le lettere di cambio venivano convertite sempre più raramente: venditori e compratori si scambiavano solo le lettere, senza preoccuparsi di ritirare il corrispondente quantitativo di metallo prezioso. Di conseguenza le banche, per guadagnare attraverso gli interessi, emettevano più “pezzi di carta” di quanto oro e argento avessero a disposizione, nella certezza che non avrebbero mai dovuto cambiarli tutti.
Alla fine del Seicento, inoltre, si modificò il ruolo degli Stati, che costituirono banche centrali al fine di battere moneta (stampare banconote e coniare monete). Svezia e Regno Unito, seguiti presto da altri Paesi, iniziarono a stampare vere e proprie banconote: pezzi di carta di un valore predefinito.

Banconota svedese del 1666
in foto: Banconota svedese del 1666

Da allora, i progressi si susseguirono rapidamente: nel Settecento si passò alla produzione di banconote standardizzate, cioè tutte del medesimo valore, e gradualmente si migliorarono le tecniche di stampa (uso di carta speciale, filigrana, ecc.), al fine di rendere più resistenti le banconote e più difficile la contraffazione. Con il passare degli anni, moltissime banche centrali acquisirono il monopolio dell’emissione di moneta, sottraendo ai banchieri privati la possibilità di stampare banconote o coniare monete (in Italia avvenne solo nel 1926).

La Banca d’Italia (credit: Mister No)
in foto: La Banca d’Italia (credit: Mister No)

Siamo quindi arrivati a un "assurdo" che però è globalmente accettato; le banconote, infatti, hanno quasi esclusivamente un valore nominale. Di per sé, sono un semplice pezzo di carta che non vale quasi niente (sebbene stamparle abbia un costo): conta esclusivamente il valore dichiarato e non il valore intrinseco dei materiali che le compongono. Anche le monete gradualmente hanno acquisito un valore nominale, al posto di quello intrinseco, e oggi sono realizzate con metalli vili e non più con oro e argento.

La moneta legale

Per molto tempo, la quantità di denaro che ogni Stato poteva emettere era determinata dalle sue riserve di oro. I soldi, infatti, continuavano a essere convertibili e non a caso sulle vecchie lire italiane era ancora scritto “pagabili a vista al portatore”. Tuttavia, nel 1971 questo sistema, non adatto a un’economia sempre più complessa, fu abbandonato. Al suo posto fu introdotto il principio della moneta legale, che non ha alcuna contropartita in beni. Gli Stati in teoria possono produrre quanti soldi vogliono, senza tenere conto delle loro riserve di oro o altri beni. Concretamente questo però raramente accade perché la produzione eccessiva di denaro comporta l'impennarsi del fenomeno dell'inflazione (cioè l'aumento dei prezzi dei beni o, in altri termini, la diminuzione progressiva del potere di acquisto della moneta). Più un qualsiasi bene (soldi compresi) è disponibile, infatti, più il suo valore inevitabilmente cala.

Valore delle banconote

Ma allora perché, se non è garantita da nessuna ricchezza reale, una banconota da 5€ vale 5€? Alla base c’è un meccanismo fiduciario: chi riceve una certa quantità di denaro sa di poterla cedere, al medesimo valore, in cambio di beni e servizi.

Articolo a cura di
Erminio Fonzo