
A quasi 10 km di profondità nelle fosse oceaniche di Ryūkyū e di Izu-Ogasawara al largo del Giappone è stato avvistato un piccolo animale marino biancastro che si muoveva lentamente nell'oscurità. La forma ricorda una lumaca o un cetriolo di mare ma non corrisponde a nessuna specie nota. Gli esperti di tutto il mondo lo hanno osservato e sono arrivati alla stessa conclusione: non sanno cosa sia. La scienza lo ha catalogato provvisoriamente come Animalia incerta sedis – letteralmente, "animale di posizione incerta" – la formula con cui la biologia ammette di non avere una risposta. La scoperta è uno degli elementi più sorprendenti di un ampio studio pubblicato sul Biodiversity Data Journal, che ha documentato per la prima volta in modo sistematico e visivo la biodiversità delle zone abissali delle fosse del Giappone nell'oceano Pacifico nordoccidentale, tra i 4.534 e i 9.775 metri di profondità. La ricerca ha documentato in totale almeno 108 gruppi distinti di organismi (morfotaxa).
L’animale marino non classificato dalla scienza scoperto negli abissi in Giappone
Al centro dello studio di AJ Jamieson c'è la creatura ripresa per due volte a profondità fino a 9.137 metri. Come è possibile vedere nel video, si tratta di un organismo dal movimento lento, con un corpo biancastro, appendici che ricordano delle antenne e una simmetria bilaterale. Inizialmente ha fatto pensare che si trattasse di un nudibranchio, uno dei molluschi marini più diffusi dell'oceano come la Dirona albolineata. Tuttavia, esemplari di questa specie sono stati registrati ad una profondità massima di circa 4.000 metri, questa creatura si trovava a più del doppio di quella profondità.
Come riportano i ricercatori sullo studio, altri esperti consultati notarono che le appendici apparivano troppo rigide per appartenere a un nudibranchio, mentre alcuni ipotizzarono che avessero caratteristiche di molluschi senza però riuscire a spingersi oltre. Dopo consultazioni con tassonomici di tutto il mondo, l'animale è rimasto, per ora, senza nome e senza famiglia. La designazione Animalia incerta sedis è riservata agli organismi che non possono essere assegnati nemmeno a un Phylum noto.
Lo studio sulla biodiversità nelle fosse oceaniche del Pacifico
Oltre all'incontro con la creatura misteriosa, la spedizione ha mappato una grande biodiversità nelle zone più profonde del Pacifico. A 9.137 metri di profondità sono state scoperti "prati di crinoidi" composte da oltre 1.500 "gigli di mare" ancorati alle rocce.

Tra i 9.568 e i 9.744 metri sono state filmate per la prima volta delle spugne carnivore (famiglia Cladorhizidae), capaci di catturare attivamente piccoli crostacei con strutture adesive o uncinate. I lander hanno ripreso un pesce osseo (Pseudoliparis sp.) con corpo gelatinoso e senza occhi funzionali mentre si nutriva a ben 8.336 metri, un record per i vertebrati.

Infine, in tutte le fosse studiate è stata confermata la presenza dell'Alicella gigantea, un crostaceo "spazzino" che si nutre di carcasse molto diffuso su tutto il pianeta. È l'anfipode più grande del mondo con alcuni individui che raggiungono fino a 34 centimetri di lunghezza.

Una spedizione di due mesi negli abissi
L'esplorazione si è svolta nel 2022, nell'arco di circa due mesi, a bordo del DSSV Pressure Drop, una nave attrezzata per le immersioni in acque molto profonde. Il team era composto da ricercatori del Minderoo-UWA Deep-Sea Research Centre dell'Università dell'Australia Occidentale e della Tokyo University of Marine Science and Technology.
Le fosse abissali sono state esplorate per decenni con reti a strascico e campionamenti fisici, che raccolgono organismi ma li danneggiano irrimediabilmente e non restituiscono nessuna informazione sul comportamento o sul contesto ecologico. In questa spedizione si è invece scelto di utilizzare sommergibili con equipaggio e lander con esca in caduta libera per attirare e riprendere le specie che si nutrono di carcasse. «Questa combinazione ci ha permesso di realizzare la base di riferimento visiva più completa finora disponibile per la megafauna abissale e adale del Pacifico nord-occidentale» hanno notificato gli autori dello studio.
Tra le immagini del fondale, i ricercatori hanno documentato anche la presenza di detriti di origine umana, probabilmente trasportati verso il basso da processi di scivolamento lungo i versanti della fossa.