
Nel 1961 lo psicologo canadese Albert Bandura dimostrò, con un esperimento diventato poi una pietra miliare della psicologia sociale, che i bambini possono apprendere comportamenti complessi, come l'aggressività, anche soltanto tramite la semplice osservazione di tali comportamenti negli adulti. Questo non era affatto scontato in un'epoca (gli anni '60) che era dominata dalle teorie comportamentiste (behaviorismo), secondo cui ogni comportamento umano veniva appreso attraverso ricompense e punizioni. Bandura però osservò che i bambini spesso imitavano gesti, atteggiamenti o frasi degli adulti senza che ci fosse alcun rinforzo positivo evidente. Questa ipotesi portò all'esperimento della bambola Bobo, da cui emerse quella forma di apprendimento che oggi chiamiamo social learning o apprendimento sociale.
Cosa ha dimostrato l’esperimento di Albert Bandura
Con l’esperimento della bambola Bobo, Bandura voleva testare in modo rigoroso se bambini in età prescolare, dopo aver osservato un adulto giocare in modo aggressivo con un oggetto giocattolo, avrebbero imitato quello stesso comportamento. Nel 1961 divise 72 bambini (36 maschi e 36 femmine) in età prescolare della scuola materna dell’Università di Stanford in 3 gruppi:
- Gruppo sperimentale: i bambini venivano esposti all’osservazione di comportamenti aggressivi verso la bambola gonfiabile Bobo da parte di un collaboratore, che fungeva da adulto di riferimento. In questo caso l’adulto picchiava il pupazzo con un martello giocattolo, lo calciava, o lo lanciava in aria, accompagnando questi gesti con frasi come: "Picchia Bobo sul naso!" e "Pum, pum!"
- Gruppo di confronto: i bambini osservavano l’adulto che giocava in modo pacifico con altri strumenti ludici e che mostrava disinteresse verso Bobo.
- Gruppo di controllo: i bambini venivano da subito lasciati liberi di giocare in modo spontaneo con gli oggetti messi a disposizione e non era prevista nessuna fase preliminare di osservazione di un modello adulto di riferimento.
Successivamente i bambini del gruppo sperimentale e del gruppo di confronti furono condotti in una stanza con diversi giocattoli, tra cui Bobo. I ricercatori registrarono i loro comportamenti, osservando quanto imitassero le azioni e le parole del modello adulto. I risultati furono molto chiari: i bambini che avevano assistito al modello aggressivo tendevano a riprodurre comportamenti fisici e verbali simili a quelli dell’adulto.
Anche la scelta dei giochi non risultò casuale, poiché essi tendevano a prediligere pistole giocattolo, martelli e altri oggetti che permettessero loro di simulare azioni violente, lasciando da parte giochi neutri come costruzioni, peluche, palle e macchinine. Il gruppo di confronto e il gruppo di controllo, che non avevano ricevuto stimolazioni aggressive, non mostrarono questo tipo di condotta ma giocarono in modo pacifico. L’esperimento mostrò chiaramente come la sola osservazione potesse essere sufficiente a insegnare e, di conseguenza, interiorizzare comportamenti aggressivi.

L’effetto dell'imitazione e i risultati
L’esperimento della bambola Bobo fece osservare anche una differenza di genere: i bambini tendevano a riprodurre maggiormente comportamenti fisici aggressivi, mentre le bambine mostravano maggiore imitazione verbale. Inoltre, l’imitazione era più evidente quando il piccolo partecipante osservava un adulto dello stesso sesso, a conferma dell’importanza dell’identificazione nel processo di apprendimento: l’imitazione. cioè, non avviene in modo meccanico ma è influenzata da quanto il soggetto si riconosce o si identifica nel modello che osserva. Tendiamo, cioè, a imitare di più coloro che percepiamo più simili a noi, che ammiriamo o che consideriamo autorevoli e rilevanti.
Bandura proseguì negli anni con una serie di varianti dell’esperimento, introducendo nuove condizioni. In alcune versioni il modello di riferimento adulto veniva premiato o punito per la sua aggressività; in altre, i bambini guardavano il comportamento aggressivo solo attraverso un filmato. I risultati confermarono che i bambini non solo osservano e imitano, ma apprendono anche dalle conseguenze delle azioni altrui: se il modello violento veniva punito l’imitazione diminuiva, se invece veniva premiato tendevano a riproporre maggiormente le condotte aggressive. Questo concetto, noto come rinforzo vicario, mostrò come le conseguenze delle azioni possano influenzare l’apprendimento di un determinato comportamento.
Apprendiamo anche da TV e videogiochi?
Le implicazioni dell’esperimento di Bandura andarono ben oltre il laboratorio. Negli anni successivi lo psicologo stesso sottolineò come i principi osservati con la bambola Bobo potessero estendersi anche ad altri contesti di osservazione indiretta, come la televisione, il cinema e, oggi, i videogiochi. Se un bambino può apprendere comportamenti aggressivi semplicemente guardando un adulto, cosa accade quando l’esposizione riguarda figure televisive o personaggi virtuali, spesso rappresentati come vincenti o impuniti dopo azioni violente?
Numerosi studi successivi hanno confermato che l’esposizione ripetuta a contenuti violenti nei media può aumentare nei bambini la probabilità di mettere in atto comportamenti aggressivi e considerare la violenza come un mezzo accettabile per risolvere conflitti. L’esposizione alla violenza, quindi, rimane un importante fattore di rischio, inoltre può predisporre a una mancanza di empatia e di comportamenti di aiuto verso gli altri. Tuttavia, come Bandura chiarì più volte, non si tratta di una relazione automatica o deterministica: non tutti i bambini che osservano la violenza diventano violenti. L’effetto infatti, dipende da molti fattori:
- dal grado di identificazione con il modello (quanto il bambino si riconosce nel personaggio osservato);
- dal contesto familiare e scolastico;
- dalla presenza o meno di discussioni educative sugli episodi osservati;
- dall’insieme di esperienze reali che contribuiscono a formare la visione morale del bambino.
Bandura stesso invitava alla cautela: la sua teoria dell’apprendimento sociale non proponeva un dogma, ma una tendenza. Osservare comportamenti aggressivi, soprattutto in assenza di conseguenze scoraggianti o associati a ricompense, aumenta la probabilità che quei comportamenti vengano imitati, ma non li determina inevitabilmente. In questo senso, diventa di fondamentale importanza la responsabilità degli adulti nel guidare lo sguardo dei più piccoli, aiutandoli a comprendere e a interpretare ciò che vedono.