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7 Maggio 2026
10:30

Un manoscritto medievale ritrovato a Roma contiene uno dei più antichi componimenti in inglese: ha 1200 anni

Un manoscritto del IX secolo creduto perduto, contiene l’Inno di Caedmon in inglese antico. Scoperto grazie alla digitalizzazione, è tra i più antichi testimoni del valore riconosciuto alla lingua inglese antica.

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Un manoscritto medievale ritrovato a Roma contiene uno dei più antichi componimenti in inglese: ha 1200 anni
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Dettaglio del foglio 122 del manoscritto Vitt. Em. 1452. Credit: Magnanti & Faulkner

Tra l'800 e l'830 d.C., nell'abbazia benedettina di Nonantola, in provincia di Modena, uno scriptorium copiò l'Historia ecclesiastica gentis Anglorum di Beda il Venerabile (672/673-735), una grande storia dell'Inghilterra cristiana scritta in lingua latina all'inizio dell'VIII secolo. In quel manoscritto, al foglio 122v, fu inserito anche un testo in inglese antico: i nove versi dell'Inno di Caedmon, il componimento poetico considerato il più antico della tradizione letteraria inglese, scritto in Old English, l'inglese antico, la lingua degli antichi anglosassoni.

Il manoscritto, oggi conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e identificato come Vitt. Em. 1452 secondo le convenzioni filologiche, era considerato perduto dagli studiosi di Beda il Venerabile dal 1975. Nessuno fino ad oggi si era accorto che contenesse il testo originale dell'Inno. A scoprirlo sono stati la dottoressa Elisabetta Magnanti e il dottor Mark Faulkner, medievisti della School of English del Trinity College di Dublino. I risultati della loro ricerca sono stati pubblicati nella rivista Early Medieval England and its Neighbours, edita da Cambridge University Press.

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Raffigurazione di Beda il Venerabile in un manoscritto di XII secolo. Credit: By http://www.e–codices.unifr.ch/de/bke/0047/1v – http://www.e–codices.unifr.ch/de/bke/0047/1v, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=135476553

L'Inno di Caedmon, composto nel VII secolo, è una preghiera poetica in lode a Dio come creatore del mondo. Secondo il racconto di Beda, fu composto da Caedmon, un pastore al servizio dell'abbazia di Whitby, nel North Yorkshire, nell'Inghilterra settentrionale, che la tradizione vuole privo di istruzione. Un giorno Caedmon si allontanò da un banchetto dei monaci per la vergogna di non saper cantare come gli altri convitati e si addormentò. In sogno gli apparve una figura che gli ordinò di cantare la Creazione: Caedmon obbedì, e al risveglio scoprì di ricordare tutto. Beda riportò l'Inno nella sua Historia, ma scelse di tradurlo in latino, inserendo solo la versione latina nel testo principale. Ciò non deve stupirci, poiché nella prima parte del Medioevo si riteneva che il latino fosse l'unica lingua che valesse la pena di riportare in forma scritta. Ecco il testo (Marsden, Richard, The Cambridge Old English Reader, Cambridge University Press, 2004) in Old English:

Nū scylun hergan hefaenrīcaes Uard,
metudæs maecti end his mōdgidanc,
uerc Uuldurfadur, suē hē uundra gihuaes,
ēci dryctin ōr āstelidæ
hē ǣrist scōp aelda barnum
heben til hrōfe, hāleg scepen.
Thā middungeard moncynnæs Uard,
eci Dryctin, æfter tīadæ
fīrum foldu, Frēa allmectig.

E la sua traduzione (traduzione dell'autore dall'inglese moderno) in italiano:

Ora onoreremo il guardiano del regno dei cieli

la potenza del misuratore, e il piano della sua mente

il lavoro del padre della gloria, siccome lui di ogni creatura

Signore eterno, ne ha stabilito l'origine

Per prima cosa ha creato per i figli degli uomini,

il cielo come soffitto, santo creatore

E poi la terra, guardiano del genere umano

Signore eterno, e dopo donò

le terre agli uomini, Signore onnipotente.

La versione originale in inglese antico è sopravvissuta grazie ad alcuni copisti che la aggiunsero ai margini o in appendice ad altre copie manoscritte della Historia di Beda. Ed è in ciò che il manoscritto Vitt. Em. 1452 riserva nuove sorprese per i filologi. Il manoscritto di Roma si data al primo terzo del IX secolo ed è il terzo più antico tra quelli che conservano l'Inno. I due più antichi si trovano rispettivamente a Cambridge (il cosiddetto Moore Bede, prodotto poco dopo il 737) e a San Pietroburgo (il Leningrad Bede). In entrambi, la versione in inglese antico del testo è collocata in modo secondario: aggiunta in margine oppure al termine del testo.

Il manoscritto romano si distingue perché l'Inno in inglese antico è inserito direttamente nel corpo principale del testo latino, come parte integrante della narrazione, non come aggiunta successiva o a margine. Per i ricercatori questo è il dato più significativo dal punto di vista storico e filologico: indica che chi ha trascritto il testo di Beda, già entro cent'anni dal completamento della Historia, attribuiva un valore autonomo alla poesia in inglese antico e riteneva opportuno restituirla nella sua forma originale, non solo nella traduzione latina dell'autore.

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Memoriale di Caedmon a Whitby, in Inghilterra. Credit: By Rich Tea, CC BY–SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1298320

Questo importante elemento è sfuggito ai ricercatori per decenni perché la storia del manoscritto è stata travagliata. Prodotto a Nonantola, una delle abbazie più importanti dell'Italia medievale, vicino a Modena, giunse a Roma e fu conservato nella chiesa di San Bernardo alle Terme. Durante le guerre napoleoniche, molti manoscritti provenienti da istituzioni religiose romane furono spostati per sicurezza, e in quel contesto il codice fu trafugato. Passò poi di mano più volte attraverso diversi acquisti privati, fino a essere acquisito dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove fu catalogato nella collezione Vittorio Emanuele (da qui il codice identificativo!). La sua storia così frammentata ha fatto sì che gli studiosi della Historia ecclesiastica lo considerassero disperso dal 1975, e nessuno avesse mai riconosciuto in esso un testimone dell'Inno di Caedmon.

A rendere possibile la scoperta è stata la digitalizzazione. La dott. ssa Elisabetta Magnanti stava lavorando su riferimenti bibliografici contraddittori relativi a un manoscritto bedano romano, alcuni dei quali ne attestavano l'esistenza, mentre altri la negavano. Quando la Biblioteca Nazionale Centrale confermò che il codice esisteva e ne produsse una copia digitale, venne identificato immediatamente il testo dell'Inno. L'intera collezione nonantolana della biblioteca, che comprende 45 manoscritti databili tra il VI e il XII secolo, è oggi integralmente digitalizzata e accessibile gratuitamente online. Il manoscritto romano è inoltre il più antico testimone della cosiddetta recension eordu, una delle varianti del testo dell'Inno, identificata dalla parola iniziale del quinto verso (eordu anziché aelda). La pubblicazione include una nuova edizione critica di questa recension, costruita su un numero di manoscritti più ampio rispetto a qualsiasi edizione precedente.

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