La tragedia del Vajont, avvenuta la sera del 9 ottobre del 1963, nell'omonima valle al confine tra il Friuli Venezia Giulia e il Veneto, fu un evento così eclatante che le Nazioni Unite, nel corso di una conferenza sulla comprensione delle Scienze della Terra tenutasi nel 2008, lo definirono come:

"Un caso esemplare di disastro evitabile causato dal fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare".

Ma che vuol dire? Vuol dire che quando la montagna ha cominciato a dare segnali di cedimento, nessuno è stato in grado di portare delle prove certe della fragilità geologica di quel territorio, prove che avrebbero potuto evitare la catastrofe.

Le ragioni geologiche della frana del Vajont

Era il 9 ottobre di cinquantotto anni fa. Alle ore 22:49 di quella tragica notte 270 milioni di m³ di roccia si staccarono dal versante nord del monte Toc, precipitando alla velocità di 100 km/h nel bacino sottostante che conteneva 115 milioni di m³ di acqua. L’enorme forza della frana generò un’onda alta 250 metri che si diramò in tre direzioni: verso Casso (che subì i danni minori) ed Erto (la più danneggiata tra le due). La terza onda carica di 50 milioni di m³ d'acqua e detriti, rase al suolo Longarone e altre frazioni minori nella Valle del Piave provocando quasi 2.000 morti. All’epoca nessuno prese in seria considerazione che la valle del Vajont fosse già stata interessata da una paleofrana, ovvero una frana antica. Questo significava che se c'era stata una frana lì in passato, poteva succedere nuovamente. Per capire bene il meccanismo di innesco di questa gigantesca frana dobbiamo tenere presenti due elementi: una massa enorme di roccia calcarea sovrapposta a un sottile strato argilloso. Come vedete nell'immagine sottostante, lo strato di roccia era già rivolto verso il bacino come se fosse predisposto a cadere.

Quando la diga è entrata in funzione è stato proprio il bacino artificiale a rompere gli equilibri di quel territorio, riattivando la paleofrana. L’acqua del bacino, infatti, ha raggiunto lo strato di argilla che, essendo impermeabile, si è rigonfiato e deformato comportandosi come un lubrificante: immaginate questo enorme blocco di roccia solida che scivola alla velocità di 100km/h in un bacino contenente milioni di metri cubi di acqua. Tutto questo chiaramente è il risultato di studi fatti dopo il disastro, ma prima gli ingegneri e i geologi non si preoccuparono proprio di andare ad approfondire come era fatta la montagna e si concentrarono solo sull’area dove è poi stata installata la diga. La diga del Vajont, progettata dall’ingegnere Carlo Semenza, venne costruita tra il 1956 e il 1960. Con le sue misure di 261,6m di altezza e 190 m in lunghezza, era la diga (a doppio arco) più alta del mondo e il suo bacino artificiale poteva contenere fino a 170 milioni di m³ di acqua (mai raggiunti). La diga del Vajont rientrava nel mega-progetto del “Grande Vajont”, un sistema di 6 bacini idroelettrici artificiali necessaria a soddisfare tutta la richiesta di energia elettrica nel periodo del boom economico. A volere questa mega struttura fu la Società Adriatica di Elettricità, conosciuta come SADE. 

Ma perché è stata costruita la diga del Vajont?

Il progetto di per sé era pazzesco, un vero portento per l’economia dell’epoca, perché l’acqua era una delle principali fonti di energia in Italia e il sistema del Grande Vajont avrebbe contribuito ad alimentare praticamente tutto il Triveneto. La diga del Vajont avrebbe dovuto essere il cuore pulsante del progetto, perché solo il suo bacino poteva contenere una volta e mezzo la somma dell’acqua contenuta negli altri 5 bacini di questo mega sistema. Ma gli ingegneri fecero i conti senza l’oste e cioè che quella vallata era inadatta alla costruzione di un bacino artificiale, proprio per l’instabilità dei versanti dell’invaso. Ma quando nel 1957 partirono i lavori nessuno lo aveva calcolato. Nel marzo del 1959 avvenne un primo episodio strano nella zona: 3 milioni di di roccia franarono nel bacino di Pontesei, uno dei bacini del sistema del Grande Vajont, senza provocare danni, ma accendendo il primo campanello d’allarme. Il geologo Leopold Muller (amico fidato di Carlo Semenza che gli aveva affidato il sopralluogo della zona prima di avviare i lavori) volle vederci chiaro e delegò i sopralluoghi al figlio di Carlo Semenza, Edoardo Semenza, che si era appena abilitato alla professione di geologo. Quello che ipotizzò Edoardo Semenza fu una verità sconcertante che avrebbe potuto (anzi, col senno di poi avrebbe dovuto) cambiare tutti i piani: ovvero la presenza di una paleofrana che si sarebbe potuta staccare se sollecitata dal riempimento del bacino. Ma per bloccare la costruzione di un’opera di questa portata, un’ipotesi non bastava. Il 4 novembre del 1960 ci fu un secondo campanello d’allarme, il più forte: 700.000 di roccia si staccarono dal monte Toc provocando un’onda alta 2 metri. La diga era stata completata per 2/3 e il bacino era stato riempito fino a 650m (s.l.m). Con l’invaso quasi al massimo della sua portata si creò un'enorme spaccatura nella montagna, a conferma di ciò che era stato ipotizzato dal figlio del capo ingegnere: lì sotto c’era qualcosa che non andava. Alla luce di questo episodio Carlo Semenza, in costante contatto anche con Leopold Muller, fece subito abbassare il livello dell’invaso. Leopold Muller però non credeva nell’ipotesi di una paleofrana e all’esistenza di uno strato di argilla che avrebbe potuto causare lo scivolamento di una grossa massa rocciosa. Secondo lui i crolli erano da attribuire alla creazione di una nuova frana, che si poteva facilmente controllare senza la necessità di sospendere i lavori. Così propose diverse soluzioni, tra cui cementificare o addirittura demolire la frana con l’uso di mine. Alla fine però Muller ebbe un’intuizione per controllare la velocità di caduta della roccia: se il distacco era stato provocato dall’innalzamento del livello dell’acqua, ridurlo avrebbe potuto rallentare o addirittura arrestare il movimento della frana. Quando vennero aperti i portelloni di scolo della diga, in effetti, la frana rallentò e venne constatato che da un movimento di 3 cm al giorno, si passò a uno scivolamento di solo 1 mm. Erroneamente si insinuò la convinzione di avere la soluzione del problema in pugno: ovvero di poter utilizzare l’acqua come una specie di freno e acceleratore, per far così scivolare la frana nel lago senza creare troppi danni.

Una serie di sfortunati eventi però si incastrarono come peggio non poterono: nel 1961 Carlo Semenza, l’unico che aveva la capacità di gestire la situazione, morì e Leopold Muller di conseguenza venne rimpiazzato. Per due anni venne portato avanti questo processo di abbassare e alzare il livello del lago per cercare di controllare lo scivolamento della frana, ma nel giugno del 1963 il livello di piena del bacino raggiunse i 700m di altezza riportando la frana a uno scivolamento di 0,5 cm al giorno. Visto che era in atto in quel periodo un passaggio di consegne nella gestione dell’impianto dal privato al pubblico, il livello del bacino venne abbassato con ritardo quando l’acqua arrivò fino a 710m e il distacco roccioso raggiunse i 2cm al giorno. Solo il 26 settembre del 1963 il bacino venne riportato al livello di sicurezza, ma era ormai troppo tardi. Quando il 9 ottobre i 270 milioni di m3 di roccia si staccarono dal monte Toc (misura che nessuno era riuscita a prevedere prima dell’evento), il bacino era all’inizio dello svaso e l’acqua raggiungeva i 650m di altezza.

Cosa ci ha insegnato questa tragedia?

In conclusione, dire 60 anni dopo che il disastro del Vajont si poteva prevedere è troppo facile. Il paesaggio prima era visto come un qualcosa di statico nei tempi umani. Forse oggi cominciamo a capire che tutto è in evoluzione e molte cose variano e mutano più velocemente di quanto si immagini. Il Vajont è stato un esempio tragico purtroppo, ma che ci ha fatto capire che non si scherza con gli equilibri naturali.

Articolo a cura di
Videostorie