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19 Giugno 2026
16:00

Accordo Usa-Iran, il Memorandum di Islamabad è davvero una vittoria strategica? Cosa prevede il testo

A Versailles, USA e Iran hanno firmato lo storico MOU che riapre Hormuz e che per molti è probabilmente una semplice tregua pre-elettorale.. L'accordo è un trionfo strategico per Teheran, che ottiene enormi concessioni e 300 miliardi di danni, e una sconfitta per Trump e Netanyahu, che consegna uno uno scenario geopolitico completamente nuovo nell'area mediorientale.

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Accordo Usa-Iran, il Memorandum di Islamabad è davvero una vittoria strategica? Cosa prevede il testo
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Immagine realizzata a puro scopo esemplificativo con AI. A sinistra il Presidente USA Donald Trump, a destra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

È arrivata la firma ufficiale del cosiddetto Memorandum of Understanding (MOU) tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica dell'Iran che ha posto fine, almeno per il momento, alle ostilità tra i due Paesi.

Per molti, si tratta solo di una tregua temporanea, volta a riaprire lo stretto di Hormuz. Se questo MOU dovesse effettivamente essere il documento di partenza di un vero e proprio trattato di pace, esso si configurerebbe come una vittoria strategica in piena regola per l'Iran, consegnandoci una realtà mediorientale fatta di scenari geopolitici nuovi e radicalmente diversi da tutto ciò che siamo stati abituati a vedere sino ad ora.

Il momento della firma è avvenuto in Francia, nella suggestiva cornice della reggia di Versailles, il 18 giugno, dopo quasi quattro mesi di ostilità  inaugurate il 28 febbraio 2026 con l'aggressione militare americana e israeliana ai danni dell'Iran e della sua rete di alleati/proxy nell'area mediorientale.

Il testo integrale dell'accordo: i 14 punti della discordia

Nel complesso il documento controfirmato dalle parti, rappresentate dal presidente americano Donald J. Trump da un lato e dal suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian, si articola in 14 punti che dovrebbero andare a disciplinare, seppure per sommi capi, tutte le aree di scontro esistenti a oggi tra gli USA e l'Iran.

Diversi analisti hanno cercato di creare un parallelismo tra questi e i 14 punti enunciati da Thomas Woodrow Wilson al termine della Prima Guerra Mondiale, ma si tratta quasi certamente di una curiosa coincidenza. Il nodo gordiano di tutta la vicenda ruota attorno allo sblocco dello Stretto di Hormuz, bloccato dagli iraniani sin dai primi giorni della guerra con conseguenti serie ripercussioni per l'economia mondiale.

Gli altri punti del Memorandum rappresentano essenzialmente dei corollari che Washington ha dovuto concedere a Teheran per ottenere nuovamente la libertà di navigazione attraverso questa strategica arteria navale. Ecco la sintesi dei 14 punti concordati da Washington e Teheran:

  1. Cessate il fuoco: Fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti (incluso esplicitamente il Libano) e impegno a non avviare nuove ostilità.
  2. Sovranità: Rispetto reciproco dell'integrità territoriale e della sovranità, con l'impegno alla non ingerenza negli affari interni.
  3. Tempistiche: Impegno a negoziare e raggiungere un accordo di pace definitivo entro un massimo di 60 giorni (prorogabili di comune accordo).
  4. Fine del blocco navale USA: Gli Stati Uniti inizieranno a rimuovere immediatamente il blocco navale contro l'Iran (da completare entro 30 giorni) e si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalla prossimità dell'Iran 30 giorni dopo la firma dell'accordo finale.
  5. Riapertura dello Stretto di Hormuz: L'Iran si impegna a garantire il passaggio sicuro e gratuito (senza pedaggi) alle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz per la durata dei 60 giorni di negoziato.
  6. Gestione futura di Hormuz: L'Iran condurrà dialoghi con il Sultanato dell'Oman e gli altri stati del Golfo Persico per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto, nel rispetto del diritto internazionale.
  7. Fondi per la ricostruzione: Gli Stati Uniti e i partner regionali creeranno un piano di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell'Iran.
  8. Revoca delle sanzioni: Gli Stati Uniti si impegnano a terminare tutte le sanzioni contro l'Iran (incluse quelle del Consiglio di Sicurezza ONU, dell'AIEA e quelle unilaterali americane) secondo scadenze che verranno definite nell'accordo finale.
  9. Impegno sul nucleare: L'Iran riafferma di non avere alcuna intenzione di produrre o acquisire armi nucleari.
  10. Materiale arricchito: USA e Iran concordano di risolvere la questione del materiale nucleare arricchito tramite meccanismi concordati nel trattato finale (ad esempio tramite il down-blending supervisionato dall'AIEA).
  11. Mantenimento dello status quo: Durante le negoziazioni l'Iran manterrà fermo il suo programma nucleare, e in cambio gli USA non imporranno nuove sanzioni né aumenteranno le proprie truppe nella regione.
  12. Deroghe per l'export di petrolio: Il Dipartimento del Tesoro USA emetterà immediatamente esenzioni (waiver) per permettere all'Iran di riprendere l'esportazione di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e di utilizzare i relativi servizi bancari internazionali.
  13. Sblocco degli asset congelati: Gli Stati Uniti renderanno pienamente disponibili e utilizzabili tutti i fondi e gli asset iraniani precedentemente congelati o soggetti a restrizioni.
  14. Avvio dei negoziati: Non appena le due parti avranno iniziato a implementare i punti chiave del memorandum (come lo sblocco navale, l'apertura di Hormuz e le deroghe sul petrolio), inizieranno formalmente i negoziati per il trattato definitivo.

Il trionfo di Teheran e la gioia di Islamabad

Ad oggi l'accordo si configura come una vittoria strategica iraniana. Non solo i Pasdaran e le Forze Armate regolari (Artesh) sono riusciti a impedire sul campo qualsiasi tentativo americano di riaprire Hormuz con la forza, ma sono riusciti a esercitare una sufficiente pressione a livello politico tale da spingere Trump a rinunciare ai suoi obiettivi (per il momento) e venire a patti.

L'Iran vede confermato il suo ruolo di potenza egemone nell'area del Golfo Persico con buona pace di tutti i paesi arabi della regione che sono stati completamente marginalizzati. Non solo, se analizzati con la lente di ingrandimento, i punti dell'intesa rivolti specificatamente all'Iran (come la questione del divieto di sviluppo di armi nucleari) rappresentano poco più di promesse formali ampiamente gestibili o ignorabili dalla diplomazia persiana. Viceversa le parti dell'accordo rivolte a Washington rappresentano una sfilza di concessioni che nessuna amministrazione presidenziale, nemmeno quella di Obama, aveva mai neppure contemplato.

Anche lo status internazionale della Repubblica Islamica del Pakistan ne è uscito rafforzato. Grazie alla sua abile capacità di mediazione, Islamabad è riuscita ad accreditarsi sia verso le cancellerie occidentali sia verso i palazzi del potere della ragione mediorientale, laddove sino ad oggi svolgeva un ruolo di secondo piano.

Non è chiaro se il “Paese dei Puri” abbia ambizioni egemoniche sulle lande del Medio Oriente, tuttavia le “sponde geopolitiche” che è riuscito a guadagnare in loco gli torneranno molto utili in vista di una assai probabile nuova guerra contro l'India dopo la sconfitta sofferta nel maggio del 2025 nel corso della cosiddetta “Guerra delle 88 ore”.

L'imbarazzo di Washington e Gerusalemme

Tanto per Washington quanto per Gerusalemme (quest'ultima ha comunque già annunciato di non sentirsi vincolata da alcun accordo), rappresenta una smacco totale, se paragonato ai trionfalistici proclami con i quali tanto il presidente Trump quanto il primo ministro israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu avevano inaugurato la campagna militare.

Nonostante le forze armate americane ed israeliane abbiano senza dubbio arrecato gravi danni materiali al “sistema-paese Iran”, all'atto pratico esse hanno completamente fallito nell'applicare quella pressione necessaria a ottenere un cambio politico nella leadership di Teheran, che era l'obiettivo che avevano all'atto di scendere sul sentiero di guerra.

Probabilmente il punto più umiliante da digerire per Washington è stata l'accettazione dell'impegno a pagare all'Iran 300 miliardi di dollari, inquadrati come un "piano di ricostruzione e sviluppo economico" per l'Iran, finanziato dagli Stati Uniti e dai partner regionali. All'atto pratico si tratta di "danni di guerra", ma a livello diplomatico Washington ha evitato questa dicitura che sarebbe risultata politicamente disastrosa. “Non siamo noi ad aver chiesto l’incontro per disperazione: è stato l’Iran”, ha scritto oggi pomeriggio Trump sul suo social, Truth. "Sono finiti! Faremo scorrere tutti i 60 giorni. Non avranno un soldo, neanche un centesimo”, ha aggiunto.

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Pace vera o semplice tregua?

È opinione comune nel mondo degli analisti che il MOU non rappresenti il primo passo per l'instaurazione di un regime di pacificazione stabile e duraturo ma, anzi rappresenti solamente una mera tregua in previsione del ritorno delle ostilità.

Da parte americana vi è la necessità impellente di riaprire Hormuz e schivare gli effetti più immediati della crisi economica, specialmente in un contesto nel quale gli Stati Uniti hanno tutti gli occhi puntati addosso per via dei Mondiali di Calcio e per le celebrazioni del 250esimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Niente affatto trascurabile è anche la questione elettorale. Il 3 di novembre si svolgeranno infatti negli USA le elezioni di medio termine mentre il 27 ottobre dovrebbero svolgersi in Israele le elezioni parlamentari per il rinnovo della Knesset (Parlamento) e tenere questi appuntamenti elettorali in una situazione di “stato di guerra” potrebbe costare caro tanto a Trump quanto a Netanyahu.

Fatto sta che per gli “apparati” che dominano la vita politica e gli orizzonti strategici di entità quali gli USA, Israele e gli stessi Paesi Arabi del Golfo, la prospettiva che l'Iran, mendiante la progressiva implementazione dei 14 punti del MOU possa candidarsi a diventare il paese egemone del Medio Oriente e la quinta superpotenza (grazie al dominio dei flussi petroliferi) assieme ad USA, Russia, Cina ed India, pare ad oggi una prospettiva assai remota e troppo amara per essere contemplata alla leggera.

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