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3 Agosto 2026
17:00

Amare il true crime è una red flag? Cosa dice la scienza sulla fascinazione per i casi irrisolti

Chi ama il true crime è davvero una "red flag"? La ricerca scientifica, per ora, dice di no: dietro la fascinazione per i serial killer e casi irrisolti potrebbero esserci curiosità morbosa, interesse per il comportamento umano e strategie di preparazione al rischio.

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Amare il true crime è una red flag? Cosa dice la scienza sulla fascinazione per i casi irrisolti
true crime

Negli ultimi anni il true crime è diventato un fenomeno culturale globale, ma i suo successo ha portato con sé un dubbio: appassionarsi a queste storie è una red flag? La risposta della scienza, almeno per ora, sembra essere negativa. Dietro il fascino del true crime potrebbero nascondersi meccanismi psicologici molto comuni, come la curiosità verso ciò che ci spaventa, il desiderio di comprendere il male e la ricerca di strategie per affrontare il rischio.

C’è chi li guarda mentre cena, chi li ascolta durante il tragitto verso il lavoro e chi li usa addirittura per addormentarsi. Negli ultimi anni, il true crime è diventato uno dei generi più popolari al mondo: storie di omicidi, serial killer e casi irrisolti vengono raccontate in formato podcast, serie TV, documentari e video YouTube o anche brevi contenuti sui social.

Proprio questo da questo successo nasce la domanda: come mai milioni di persone scelgono di intrattenersi con racconti che parlano di violenza, morte e sofferenza? Sui social la risposta sembra essere già stata trovata. Da tempo circolano post secondo cui chi ama il true crime sarebbe una red flag, cioè una persona con tratti psicologici problematici, se non addirittura psicopatici. Ad oggi però non esistono prove scientifiche solide che colleghino il consumo di contenuti true crime a psicopatologie o comportamenti devianti. Alla luce di questi dati, la domanda giusta non sembra essere “cosa c’è che non va in chi guarda il true crime?”, ma “quale bisogno psicologico soddisfa?

Il boom del true crime: il miliardo di ore visualizzate

Il successo del true crime oggi è enorme. Secondo il Pew Research Center, è uno dei generi podcast più ascoltati negli Stati Uniti (stiamo parlando di circa un terzo dei consumatori!). Le piattaforme streaming hanno trasformato casi criminali reali in autentici fenomeni globali. Un esempio è la serie Netflix Dahmer – Monster: The Jeffrey Dahmer Story, dedicata all’omonimo serial killer. Nei primi mesi dall’uscita ha superato il miliardo di ore visualizzate, diventando una delle serie in lingua inglese più viste nella storia della piattaforma.

Esiste addirittura una convention interamente dedicata al true crime, chiamata CrimeCon, che ogni anno riunisce migliaia di fan, criminologi, giornalisti investigativi e podcaster.

Negli ultimi anni il genere si è evoluto così tanto, che sono nati persino podcast sleepy true crime: contenuti costruiti con toni rilassanti e voci calmanti per accompagnare il sonno degli ascoltatori. Uno degli aspetti più interessanti del fenomeno è che il pubblico del true crime è prevalentemente femminile, in particolare nel formato podcast.

Perché ci affascinano i serial killer?

Ma perché una serie dedicata a un serial killer che conservava resti umani e mutilava le proprie vittime riesce a conquistare milioni di spettatori? E perché qualcuno trova addirittura rilassante ascoltare storie di omicidi prima di dormire? A prima vista sembra un controsenso. D’altronde, la violenza dovrebbe respingerci, non intrattenerci. Nonostante la ricerca sul true crime sia relativamente recente e molti studi siano ancora in fase embrionale, negli ultimi anni stanno emergendo alcune teorie condivise.

Il pericolo ci attira fisiologicamente: la morbid Curiosity

La spiegazione più immediata è la cosiddetta morbid curiosity, ovvero la curiosità morbosa. Si tratta della tendenza umana a interessarsi a eventi negativi, scioccanti o pericolosi. Può sembrare insolito, ma in realtà è una caratteristica molto diffusa negli esseri umani, derivante da una funzione adattiva: osservare il pericolo permetterebbe di raccogliere informazioni utili senza dover affrontare direttamente la minaccia. In altre parole, il cervello sarebbe naturalmente portato a prestare attenzione e valutare ciò che potrebbe rappresentare un rischio.

Un’altra spiegazione molto gettonata è quella della vigilanza difensiva. Per molte persone, in particolare per le donne, il true crime rappresenta una sorta di simulazione mentale del rischio. Guardare casi reali significa osservare come agiscono gli aggressori, i truffatori e i manipolatori; in aggiunta, permette loro di imparare qualcosa: riconoscere comportamenti sospetti, capire come funzionano determinati raggiri, individuare segnali d’allarme o comprendere meglio le dinamiche della vittimizzazione. Si chiama preparazione al rischio e l’obiettivo non è necessariamente quello di provare paura, piuttosto quello di ridurre l’incertezza: non è un caso che molte spettatrici descrivano questi contenuti come un modo per sentirsi più preparate ad affrontare il mondo reale.

Affrontare la paura in ambiente sicuro

Può sembrare controintuitivo, ma alcune persone trovano il true crime rilassante, proprio perché permette di vivere emozioni intense, come paura, tensione e ansia, in un ambiente controllato e sicuro. È una sorta di regolazione emotiva molto simile a quella che accade durante la visione di film horror: il cervello sperimenta adrenalina e suspance sapendo però di non essere realmente in pericolo. In alcuni individui questo processo produce una sensazione di rassicurazione e controllo.

Capire come funziona la mente umana

Non tutti gli appassionati di true crime sono interessati al crimine in sé. Molti sono attratti soprattutto dalle domande psicologiche che queste storie sollevano. Perché alcune persone arrivano a compiere gesti così estremi? Cosa succede nella mente di chi commette un omicidio? In molti casi, l’interesse nasce proprio dal tentativo di dare un senso a comportamenti che a prima vista sembrano incomprensibili. Questo non significa giustificare il criminale, al contrario, significa cercare di capire quali fattori possono aver contribuito a trasformare una persona comune in qualcuno capace di compiere atti crudeli e inconcepibili. Per il cervello comprendere è spesso meno spaventoso che accettare l’idea di un male imprevedibile e privo si spiegazioni.

Cosa dice la ricerca

Prendiamo in esame un recente studio, che aveva come obiettivo quello di valutare la personalità di chi fosse appassionato al true crime. Ai partecipanti veniva chiesto di rispondere a domande sui contenuti true crime e sui tratti della loro personalità legati alla cosiddetta triade oscura, un insieme di caratteristiche che comprende narcisismo, machiavellismo e psicopatia.

I risultati hanno mostrato che gli spettatori di true crime presentano livelli leggermente più elevati di narcisismo e machiavellismo, ma non di psicopatia. Una correlazione statistica non equivale a una diagnosi. I dati non indicano che chi accede a questi contenuti sia psicopatico, violento o incline a comportamenti devianti (chi è appassionato di box, è necessariamente aggressivo?). Suggeriscono semplicemente che alcune caratteristiche di personalità possano influenzare il gradimento di contenuti emotivamente intensi.

Altri studiosi hanno inoltre osservato che la curiosità per la violenza, da sola, non era sufficiente a spiegare l’interesse per il true crime. Molto più significativi sembravano essere fattori come la paura per il crimine, la preparazione al rischio, la vigilanza difensiva, la comprensione del comportamento umano e la regolazione emotiva. In altre parole, le persone non sembrano essere attratte principalmente dalla violenza, ma dall’occasione di poter comprendere meglio il pericolo e il funzionamento della mente umana.

Ci sono anche dei rischi? L’ipervigilanza

Se da un lato la ricerca non supporta l’idea che gli appassionati di true crime abbiano deterministicamente tratti psicopatologici o comportamenti devianti, dall’altro alcuni professionisti della salute mentale hanno evidenziato criticità associate a un consumo intenso di questi contenuti.

Una delle più discusse riguarda l’ipervigilanza. Come abbiamo visto, molte persone seguono il true crime per sentirsi più preparate ad affrontare il pericolo. In alcuni casi, però, questa continua esposizione a storie di violenza, aggressioni e vittimizzazione potrebbe avere l’effetto opposto. Per alcune persone particolarmente sensibili, infatti, il bombardamento costante di racconti criminali può contribuire ad aumentare la percezione di minaccia e alimentare uno stato di allerta quasi permanente e ingiustificato.

Inoltre, si può arrivare a sovrastimare la probabilità di diventare vittime di un crimine. In altre parole, il mondo può apparire più pericoloso di quanto lo sia realmente. Si tratta di un fenomeno noto da tempo nella psicologia dei media e spesso associato a quella che viene definita mean world syndrome, ovvero la tendenza a percepire la realtà più minacciosa e violenta in seguito a una forte esposizione a contenuti negativi. Gli effetti osservati, tuttavia, non sembrano essere così ampi o generalizzati come ipotizzato in passato e dipendono da molte variabili individuali.

Esistono, infine, questioni più etiche che psicologiche. Alcuni critici del genere sottolineano il rischio di trasformare tragedie reali in intrattenimento, spettacolarizzando la sofferenza delle vittime e delle loro famiglie. Allo stesso modo, alcune produzioni particolarmente popolari possono contribuire a trasformare serial killer e criminali in figure quasi mitologiche, alimentando una forma di fascinazione che rischia di spostare l’attenzione dalle vittime ai carnefici.

Cosa possiamo concludere?

La risposta alla domanda iniziale è quindi piuttosto chiara: allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, appassionarsi a podcast, documentari e serie true crime non è una red flag e non rappresenta un indicatore di psicopatologia.

Gli studi disponibili suggeriscono piuttosto che dietro questo interesse si nascondano motivazioni profondamente umane. Allo stesso tempo, la letteratura sul tema è ancora relativamente giovane. Molti degli studi disponibili sono esplorativi, utilizzano campioni limitati e spesso non permettono di stabilire relazioni causa-effetto. Gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di approfondire il ruolo di fattori come il genere, la personalità, l’ansia, la storia di vittimizzazione e le modalità di consumo dei contenuti.

Insomma, la scienza non ha ancora tutte le risposte. Ma una cosa sembra ormai certa: il successo del true crime racconta probabilmente molto meno di una presunta attrazione per la violenza e molto più del nostro bisogno di comprendere il pericolo e il male.

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