
A partire da oggi 15 aprile 2026 verrà applicato un ulteriore rincaro ai prezzi del tabacco. Un rincaro che varia a seconda dei marchi e può arrivare anche a un massimo di 30 centesimi a pacchetto. L'aumento odierno fa parte in realtà di un piano triennale partito lo scorso 13 febbraio e che prevede aumenti fino a 40 centesimi in tre anni, in accordo alle misure contenute nella nuova legge di Bilancio in vigore dall’inizio del 2026. L’incremento del prezzo avverrà in fasi: 15 centesimi a pacchetto di media in quest’anno, 25 centesimi nel 2027 e circa 40 centesimi a pacchetto a decorrere dal 2028. Secondo Assoutenti, associazione no-profit specializzatala in tutela dei consumatori, l’aumento dei prezzi dovrebbe generare un’entrata di 1,47 miliardi di euro nel triennio per le casse dell’erario.
La misura, inoltre, rafforza l’uso dell’accisa come strumento di politica fiscale e di disincentivo al consumo, puntando su aumenti graduali nel tempo. Le imposte su sigarette, sigaretti e tabacco trinciato vengono innalzate passo dopo passo tra il 2026 e il 2028, sia nella componente fissa sia nei livelli minimi, con l’obiettivo di rendere progressivamente più costosi i prodotti.
Come viene stabilito il prezzo dei prodotti del tabacco
Il prezzo dei prodotti del tabacco non è deciso liberamente dal rivenditore, ma nasce da una struttura fissa stabilita per legge. È composto da più parti: una quota che va al produttore, il margine riconosciuto al rivenditore e una componente fiscale che pesa in modo determinante. Questa parte fiscale include sia l’imposta sul valore aggiunto sia, soprattutto, l’accisa, cioè una tassa specifica applicata al tabacco come bene soggetto a imposte speciali.
Ad esempio, se si prende come riferimento il chilogrammo convenzionale di sigarette, che è la base usata nei tabellari ufficiali, su 100 euro medio di prezzo finale su tutti i marchi di sigarette, circa 60 euro sono di accise, 18-19 euro sono di IVA (Imposta valore aggiunto), mentre a produttore e rivenditore insieme restano poco più di 20 euro. Il prezzo del pacchetto che si compra in tabaccheria deriva poi da questa base, per proporzione, ma le quote non cambiano.
Questo meccanismo vale non solo per le sigarette ma per tutte le categorie di tabacchi lavorati ed è pensato per rendere i prezzi omogenei, controllabili e facilmente influenzabili dalla politica fiscale, soprattutto quando si decide di aumentarli per aumentare il gettito o ridurre i consumi.
Quante persone fumano in Italia? Un calo costante dal 2008
Secondo i dati dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) che registra i dati sul fumo in Italia, la quota di fumatori sta scendendo nel tempo. Nel 2008 – primo dato disponibile – fumava circa il 30% della popolazione, mentre nel 2024 la quota è scesa a circa il 23%.
Il calo c’è, quindi, ma non è continuo: tra il 2019 e il 2020, ad esempio, la percentuale è leggermente risalita prima di tornare a scendere. Questo andamento a gradini indica che smettere di fumare non è un processo lineare: il numero di fumatori diminuisce nel lungo periodo, ma risente di fattori esterni, come crisi economiche o cambiamenti nelle abitudini, che possono rallentare o interrompere temporaneamente la discesa.
In quale regione si fuma di più
Le differenze territoriali sono marcate. A livello regionale, le quote più alte di fumatori si trovano in diverse aree del Sud e del Centro: Molise (31,4%), Campania (28,4%), Umbria (28,2%) e Valle d’Aosta (27,2%) superano nettamente la media nazionale, che è 23,8%.
Al contrario, regioni come Veneto (19,7%) e Toscana (20,5%) si collocano sotto la media. Ma il divario più netto emerge sul piano sociale: tra le persone che dichiarano molte difficoltà economiche, fuma circa il 35–38%, mentre la quota scende a circa il 21% tra chi non ha difficoltà.
Il fumo, quindi, è più diffuso proprio dove le condizioni di vita sono più instabili e gli aumenti del prezzo hanno le conseguenze maggiori.
Quote di mercato: meno sigarette, più dispositivi elettronici
Un altro elemento da sottolineare guardando i dati dell’ISS è che il mercato del tabacco si sta trasformando nel tempo: se prima a fare da padrone erano le sigarette, oggi i dispositivi elettronici si stanno prendendo una quota di mercato sempre più ampia.
Nel 2008 quasi tutta la quota era fatta da sole sigarette tradizionali (circa 30%). Nel 2024, invece, chi fuma solo sigarette scende a circa il 18% della popolazione, mentre crescono le alternative: dispositivi elettronici arrivano a circa il 5% e l’uso combinato di sigarette e dispositivi a circa il 4%.