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31 Agosto 2025
13:00

Perché in Giappone vanno così di moda le capsule abitative e com’è dormirci

Tra necessità di spazio, costi ridotti e cultura pop, le capsule abitative (o capsule hotel) rappresentano una soluzione tipicamente giapponese: minuscole unità di alloggio pensate per sfruttare ogni centimetro, offrendo un rifugio essenziale nella giungla urbana.

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Perché in Giappone vanno così di moda le capsule abitative e com’è dormirci
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Il panorama urbano del Giappone, in particolare di città iper-dense come Tokyo e Osaka, ha spinto a soluzioni abitative estreme e innovative. Le capsule abitative (o capsule hotel) sono una risposta diretta alla carenza di spazio e ai ritmi di vita frenetici: si tratta di alloggi grandi poco più di un letto, impilati a decine in strutture alveari. Queste capsule offrono l’indispensabile – un posto dove dormire e poco altro – a costi contenuti e con un’efficienza spaziale senza pari. Nate alla fine degli anni ‘70 per venire incontro alle esigenze dei lavoratori pendolari (come la Nakagin Capsule Tower di Tokyo), le capsule abitative hanno trovato terreno fertile in un contesto in cui ogni metro quadrato vale oro. Oggi sono diventate simbolo dello stile di vita e dell'immaginario pop giapponese: un connubio tra minimalismo funzionale e pragmatismo urbano.

Storia e origini delle capsule abitative

Le radici delle capsule abitative affondano nella particolare traiettoria economica e sociale del Giappone del dopoguerra. Negli anni del boom economico (’60-’70), le città giapponesi crebbero a ritmi vertiginosi, con una pressione enorme sul mercato immobiliare e sulla disponibilità di alloggi. In questo contesto emerse l’idea di ridurre all’osso lo spazio domestico, guardando a soluzioni economiche, rapide da costruire e adattabili ai centri urbani iper-affollati. Alcuni architetti nipponici, in particolare quelli appartenenti al Movimento Metabolista, iniziarono a immaginare strutture fatte di unità sostituibili: moduli abitativi prefabbricati agganciati a un’infrastruttura centrale. Edifici, dunque, in grado di rispondere ai bisogni del momento, proprio come organismi viventi. In un Paese dalla superficie ridotta e fortemente urbanizzato, queste soluzioni, per quanto utopiche, esercitavano un fascino particolare … fu così accolta la sfida di intrecciare tradizione e avanguardia, aprendo la strada a sperimentazioni architettoniche audaci.

La Nakagin Capsule Tower di Tokyo

Raro esempio di architettura metabolista fu la Nakagin Capsule Tower di Tokyo, inaugurata nel 1972. Progettata dall’architetto Kishō Kurokawa, fra i fondatori del movimento omonimo, si trattava di un edificio di 13 piani nel quartiere di Ginza, costituito da due torri portanti in calcestruzzo armato alle quali erano agganciate 140 capsule abitative prefabbricate in acciaio. Ciascun modulo ospitava un micro-appartamento autonomo di circa 10 metri quadrati, completo di arredi ed elettrodomestici integrati, aria condizionata, letto futon, bagno e un’ampia finestra a oblò. Secondo Kurokawa, le capsule avrebbero dovuto essere sostituite periodicamente con nuove unità, così da mantenere l’edificio “vivo” e costantemente aggiornato: un’applicazione concreta dei principi metabolisti. Progettate con un ciclo di vita di circa 25 anni e pensate come alloggi temporanei per working nomads, le unità si rivelarono però tutt’altro che facilmente rimpiazzabili: per rimuoverne una era infatti necessario sganciare anche quelle sovrastanti, un’operazione di fatto mai attuata. Così, con il passare del tempo, l’inevitabile degrado e gli altri problemi sopraggiunti, la torre è stata demolita.

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Capsule Hotel.

Cosa sono i capsule hotel giapponesi e com'è dormirci

Se l’idea di una struttura ad alveare “resiliente” alla base della Nakagin Capsule Tower si rivelò presto un fallimento, fu ancora Kurokawa a rilanciare il concetto in una versione semplificata e, per certi versi, più radicale. Già dagli anni Settanta, infatti, migliaia di pendolari affollavano ogni giorno i treni giapponesi, mentre gli orari di lavoro si prolungavano fino a tarda sera, rendendo impossibile a moltissimi il rientro a casa. Per rispondere a questa esigenza nacquero i capsule hotel, di cui il primo, il Capsule Inn Osaka, venne progettato dallo stesso architetto nel 1979. L’idea di fondo era semplice: allestire dormitori composti da capsule-letto individuali, offrendo un posto dove dormire a basso costo a chi non necessitava o non poteva permettersi una stanza d’albergo tradizionale.

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Esempio di capsula abitativa.

In queste strutture al posto delle camere si trovano appunto delle capsule dalle dimensioni ridottissime (circa 2 metri di profondità, 1 di larghezza e poco più di 1 di altezza), disposte in file sovrapposte. Ogni unità è chiusa da un pannello o da una tendina e offre l’essenziale: un materasso, una luce da lettura, prese elettriche, spesso una piccola TV e un sistema di ventilazione. Bagni, docce, armadietti e altri servizi sono invece a uso condiviso e organizzati in aree comuni. I costi di pernottamento sono contenuti – tipicamente tra 2.000 e 5.000 yen a notte (10-30 euro circa) – risultando nettamente inferiori agli hotel tradizionali nelle stesse zone. Ciò rende i capsule hotel un’opzione attraente sia per i salarymen locali, sia per i viaggiatori low cost. Negli anni, infatti, il target si è ampliato: oggi molte strutture accolgono turisti curiosi di provare l’esperienza e arricchiscono l’offerta con capsule a tema pop-futuristico, LED colorati e design ricercati. In sostanza, dal bisogno di un alloggio economico si è passati alla moda, il che spiega l'utilità e la popolarità delle capsule in Giappone.

Aspetti culturali e psicologici

Per alcuni i capsule hotel sono il simbolo della solitudine urbana – file di loculi dove si dorme vicini ma isolati – per altri rappresentano invece un rifugio intimo, un piccolo bozzolo rassicurante in mezzo al caos della quotidianità e della metropoli. Da un lato, dunque, la praticità e la modernità, dall’altro il segno di una società che tende a chiudersi in sé stessa. Nate dall’ingegno architettonico e dalla necessità, le capsule riflettono lo spirito pragmatico del Giappone, capace di trasformare problemi come la scarsità di spazio, i ritmi di lavoro estenuanti e l’isolamento metropolitano in un modello abitativo su misura. Dormire in due metri quadrati può sembrare estremo, ma per molti è la normalità di una notte in città, talvolta persino una soluzione temporanea di vita.

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