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15 Agosto 2026
13:00

Circa sei detriti spaziali cadono sulla Terra ogni settimana, oltre 1 tonnellata: che fine fanno e dati ESA

Tetti sfondati e abitazioni colpite dai detriti spaziali sono scenari la cui possibilità di un reale avvenimento è sempre più elevata. Con oltre 300 lanci l'anno e megacostellazioni da un milione di satelliti in programma, monitorare e mitigare la crescita esponenziale di rifiuti potenzialmente pericolosi per gli abitanti della Terra sta diventando sempre più difficile.

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Circa sei detriti spaziali cadono sulla Terra ogni settimana, oltre 1 tonnellata: che fine fanno e dati ESA
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Rappresentazione artistica dei numerosi detriti spaziali in orbita bassa terrestre. Credit: Immagine generata con IA Gemini

Stadi di razzo esauriti, satelliti a fine vita e frammenti di collisioni passate compongono una popolazione orbitale di detriti ormai enorme e in crescita esponenziale. È un problema diverso da quello della caduta di oggetti meteorici e di entrata in atmosfera di grandi asteroidi, ma i sistemi di rilevamento e monitoraggio sono simili: tracciamento continuo, modelli previsionali, soglie di rischio accettabile e, sempre più spesso, missioni dedicate a intercettare e rimuovere fisicamente il detrito prima che sia troppo tardi e rientri in atmosfera in maniera incontrollata, cadendo potenzialmente su città e abitazioni.

Quanti detriti spaziali orbitano intorno alla Terra, che fine fanno e quanti cadono

Il report annuale dello Space Debris Office dell'ESA, l'Agenzia Spaziale Europea, pubblicato a maggio 2026, fotografa una situazione che gli scienziati definiscono ormai insostenibile nel lungo periodo. In orbita attorno alla Terra ci sono circa 46.000 oggetti abbastanza grandi da essere tracciati individualmente dalle reti di sorveglianza spaziale (cioè con una dimensione superiore a 10 cm) e di questi solo circa 16.000 sono satelliti operativi. Tutto il resto è spazzatura composta da satelliti defunti, pezzi di lanciatori rimasti in orbita e detriti di passate collisioni. A questi si sommano circa 1,2 milioni di frammenti tra 1 e 10 centimetri, troppo piccoli comunque per essere monitorati costantemente.

Di tutto questo traffico, una parte consistente rientra prima o poi in atmosfera: secondo le elaborazioni dell'ESA nel periodo 2019-2024, in media 290 oggetti di dimensioni superiori ai 10 cm sono rientrati ogni anno, cioè in media cinque o sei alla settimana. Gli oggetti sopra i 500 kg precipitano senza controllo circa ogni otto giorni, quelli sopra le 5 tonnellate tre volte l'anno. I rientri in atmosfera sono passati da appena 100 all'anno di circa un decennio fa a circa 800 nell'ultimo anno censito.

Esempi di detriti spaziali caduti sulla Terra

Negli ultimi anni le segnalazioni di detriti spaziali ritrovati a Terra si sono moltiplicate. Ecco alcuni esempi dei casi più eclatanti e documentati:

  • Luglio 2022, Dalgety, Nuovo Galles del Sud (Australia): un frammento carbonizzato del trunk (modulo di servizio) di una capsula Crew Dragon, relativo alla missione Crew-1 rientrata nel 2021, viene ritrovato incastrato in un pascolo di pecore. Confermato sia da SpaceX sia dall'Australian Space Agency.
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Il pezzo di Crew Dragon ritrovato da Mick Miners nei suoi terreni di pascolo. Credit: Mick Miners
  • Maggio 2023, distretti di Kyegegwa, Sembabule e Kyenjojo (Uganda): detriti riconducibili a un lancio SpaceX si disperdono su un'area di circa 40 km. Nel villaggio di Nakawala un grosso frammento perfora il tetto di un'abitazione, provocando un forte boato e una nuvola di polvere.
  • 26 febbraio 2024, Regina, Saskatchewan (Canada): un pezzo carbonizzato di circa 40 kg e 2 metri, dal trunk della missione privata Axiom-3, viene trovato da un agricoltore nel proprio campo durante la semina.
  • 30 dicembre 2024, Mukuku, contea di Makueni (Kenya): un anello metallico di separazione di circa 500 kg e 2,5 metri di diametro precipita in un terreno cespuglioso ai margini del villaggio.
  • 19 febbraio 2025, Poznan, Polonia: detriti del secondo stadio di un Falcon 9, rientrato senza controllo dopo aver sorvolato Inghilterra e Scandinavia, ritrovati nel giardino di un'abitazione privata (senza provocare però nessun danno a persone).
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Il detrito del razzo Falcon 9 ritrovato vicino a un magazzino. Credit: Adam Borucki da X

Chi paga i danni causati dai rifiuti orbitali

Sul piano giuridico, a disciplinare la responsabilità per i danni provocati a Terra resta la Convenzione sulla responsabilità internazionale per i danni causati da oggetti spaziali, approvata dall'Assemblea Generale dell'ONU nel 1972, che attribuisce alla nazione di lancio la responsabilità del danno causato da quell'oggetto.

Per una società privata come SpaceX questo significa che, formalmente, è lo stato che ha autorizzato il lancio (in questo caso gli Stati Uniti) a essere responsabile verso il paese danneggiato, non l'azienda stessa direttamente.

Il meccanismo però funziona solo tra stati, non tra privati: se un detrito buca il tetto di un'abitazione privata, il proprietario non può fare causa direttamente a NASA o SpaceX in sede internazionale. Deve essere il governo a presentare una richiesta diplomatica formale al governo dello stato di lancio, entro un anno dal danno.

In oltre cinquant'anni di vigore della Convenzione, esiste un solo caso di applicazione concreta, cioè quello del rientro del satellite sovietico Cosmos 954 nel 1978, che disperse detriti radioattivi su 124.000 km² dei Territori del Nord-Ovest canadesi. Il Canada chiese all'URSS un risarcimento di circa 6 milioni di dollari canadesi per le operazioni di bonifica.

Per i cittadini e i privati che subiscono danni da detriti spaziali non c’è insomma nessuna possibilità reale di ottenere un risarcimento.

Regolamentazione, monitoraggio e rimozioni dei detriti

La FCC (Federal Communications Commission) statunitense, l’organo che gestisce le frequenze e regolamenta le telecomunicazioni nazionali, ha introdotto dal 2022 l'obbligo per i satelliti in orbita bassa di rientrare in maniera controllata in atmosfera entro cinque anni dalla fine della missione operativa (contro i 25 anni previsti in precedenza), mentre l'ESA ha creato la Carta Zero Detriti, che punta ad azzerare la produzione netta di nuovi detriti da parte delle missioni europee entro il 2030 e impedire l’accumulo di oggetti che potrebbero generare detriti e collisioni incontrollate.

Cresce inoltre il ruolo delle reti di sorveglianza commerciali che integrano i dati dei network governativi per affinare le previsioni di collisione. Questo monitoraggio è necessario per stimare possibili collisioni e porterà lentamente a un vero e proprio codice della strada orbitale per i satelliti.

Si stanno inoltre attivando le prime missioni di rimozione attiva dei detriti. Per esempio il progetto ClearSpace-1 dell'ESA punta a testare l'aggancio e la deorbitazione controllata di uno stadio superiore di razzo abbandonato in orbita dal 2013.

La "spazzatura nello spazio" è una minaccia anche per gli astronauti in orbita

La Stazione Spaziale Internazionale deve compiere in media almeno una manovra evasiva all'anno per evitare un detrito in rotta di collisione, e quando non c'è tempo sufficiente per manovrare l'equipaggio si rifugia nelle capsule Soyuz o Dragon agganciate alla stazione, pronte a un distacco di emergenza.

Un evento simile è già accaduto nel novembre 2021, quando un test russo di arma antisatellite contro il satellite dismesso Cosmos 1408 generò oltre 1.500 nuovi frammenti tracciabili e costrinse per diverse ore l'equipaggio della ISS a rifugiarsi nelle proprie navicelle.

L'affollamento crescente delle orbite basse, spinto dalle costellazioni come Starlink e le future megacostellazioni di data center spaziali, sta trasformando la gestione del traffico spaziale in un'attività continua che necessita della cooperazione di molti operatori commerciali e internazionali.

Per esempio, secondo i dati che SpaceX comunica periodicamente alla FCC, la sola costellazione Starlink ha effettuato nel 2025 circa 300.000 manovre di evitamento di collisione, il 50% in più rispetto alle circa 200.000 del 2024, ovvero una media stimata di 800 manovre al giorno sull'intera flotta.

Fonti
ESA
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