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Cosa c’entra l’omicidio di Pasolini con il furto delle “pizze” del film Salò: la trappola che lo portò alla morte

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Nell’estate del 1975 le bobine originali dell’ultimo capolavoro di Pasolini vennero rubate: non era un semplice furto, ma l’inizio della fine per Pasolini. A più di cinquant’anni dalla sua morte, le indagini sul suo omicidio sono state riaperte nella speranza di dare finalmente un nome e un volto agli altri presunti colpevoli.

Quando si parla del furto delle "pizze" di Salò, non si intende il furto di cibo, ma delle bobine del film più noto e controverso dello scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Proprio questo furto, secondo la Commissione parlamentare Antimafia, fu l'inizio della fine, e lo condusse alla morte.

Era il 2 novembre del 1975, e sebbene siano ormai passati ben 51 anni dall'assassinio del regista bolognese, la Procura di Roma ha appena aperto un nuovo fascicolo di indagine sul suo omicidio. Il procedimento è stato aperto a seguito di un esposto depositato le scorse settimane a Piazzale Clodio dall'avvocato Stefano Maccioni, che in passato aveva già assistito uno dei cugini dello scrittore, Guido Mazzon.

I familiari, infatti, sostengono che Giuseppe Pelosi, l'unico condannato in via definitiva per l'omicidio dello scrittore, non avesse agito da solo. La loro richiesta punta a riaprire il caso sfruttando le potenzialità della genetica forense moderna per dare un nome ai tre profili di DNA ignoti isolati dal RIS sulla scena del delitto, depositati tra il 2014 e il 2015 e allora archiviati solo per l'impossibilità di confrontarli con le banche dati dell'epoca.

Cosa sono e perché rubarono le “pizze” del film Salò

Oggi un intero film in 4K viaggia su una chiavetta USB o su un server cloud. Ma nel 1975, le cose erano alquanto diverse: il cinema era pura chimica e meccanica, e viaggiava su pellicola.

Nello specifico, parliamo di una pellicola da 35 mm che era una striscia di triacetato di cellulosa perforata ai lati, spessa pochi decimi di millimetro e lunga chilometri. Per proteggerla da polvere, graffi e luce, veniva avvolta intorno a un nucleo plastico (detto "la flangia") e sigillata in contenitori metallici rotondi.

Nel gergo cinematografico, queste scatole cilindriche venivano chiamate "pizze". Ma perché rubarle?

Rubare delle pellicole significava tenere in pugno una produzione: non c'era un backup delle riprese, e se il negativo originale veniva bruciato, smarrito o rubato prima del montaggio, c'era da richiamare attori, troupe, maestranze e rigirare tutto, spendendo miliardi di lire.

La malavita sapeva bene che rigirare un film daccapo non era fattibile, e rubare le pellicole e chiederne il riscatto diventava una prospettiva allettante.

Il colpo di Ferragosto del 1975 e la richiesta di riscatto delle bobine

La notte tra il 14 e il 15 agosto 1975 una banda di malviventi fece irruzione negli stabilimenti della Technicolor in via Tiburtina, a Roma.

La banda non rubò soldi, ma le bobine dei progetti più costosi e attesi della stagione: oltre a "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pasolini, infatti, portò via anche i rulli di "Il Casanova" di Federico Fellini e del western parodistico di Damiano Damiani "Un genio, due compari, un pollo".

L'obiettivo fu chiaro fin da subito: non fu un dispetto artistico, ma un'operazione industriale di racket.

Infatti, proprio poche ore dopo il colpo arrivò la richiesta di riscatto. I malavitosi chiamarono la produzione di Alberto Grimaldi pretendendo delle cifre astronomiche (centinaia di milioni di lire, sebbene al tempo si parlò addirittura di due miliardi), altrimenti sarebbero state distrutte. Grimaldi, però, si rifiutò di pagare.

Per Pasolini, però, Salò era il suo film più radicale e importante, e il solo pensiero di sapere quelle bobine al macero era insostenibile. Secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, il regista sarebbe stato contattato da un uomo delle borgate con la promessa di riottenere il tesoro perduto (questa pista fu inizialmente sostenuta dall'amico di Pasolini, il regista Sergio Citti), e recandosi all'incontro cadde in una trappola senza via d'uscita.

L'esca dell'Idroscalo: l’omicidio di Pasolini del 2 novembre

La sera del 1° novembre, il diciassettenne Giuseppe Pelosi (noto come "Pino la rana") fece da esca: agganciò il regista alla Stazione Termini, cenarono insieme e poi si diressero verso l'Idroscalo di Ostia — che all'epoca non era altro che uno spiazzo sterrato, buio e isolato — per appartarsi, ufficialmente.

Lì, però, non ci fu alcuno scambio: Pasolini venne pestato a sangue e infine travolto dalla sua stessa Alfa Romeo GT.

Sebbene le indagini trascurarono inizialmente diversi dettagli — pezzi insanguinati del bastone abbandonati vicino al campo da calcio e un testimone ignorato dall'inchiesta ufficiale che aveva visto cinque uomini trascinare Pasolini fuori dall'auto — si capì presto che questo omicidio così efferato, feroce e brutale, era stato operato da più uomini. Ma quali potevano essere le motivazioni? Sebbene Pelosi non le abbia mai spiegate, secondo alcuni esperti i motivi di questo omicidio hanno origini in un contesto più profondo rispetto alla violenza da effetto branco.

La prima è nell'omofobia dilagante nella cultura criminale e sottoproletaria. Pasolini era dichiaratamente omosessuale, e una persona del genere era fortemente disprezzata negli ambienti della malavita dell'epoca. Sebbene Pelosi non lo abbia ammesso, quell'aggressione sembrò a tutti gli effetti una spedizione punitiva, che prima di uccidere voleva innanzitutto umiliare. La distruzione del corpo – e, in particolare, del volto di una figura così influente, erano un atto di cancellazione della dignità della persona, che trovava un motivo così spiegato in un odio identitario profondo.

Ma l'odio omofobico, per quanto viscerale, non bastava: Pasolini era una voce scomoda, che più volte aveva condannato il fascismo stragista e la criminalità organizzata. Per giovani reazionari, neofascisti e malavitosi, non era altro che un nemico che andava "rimesso al suo posto". Non dimentichiamo, inoltre, che questo delitto avveniva in un'epoca, quella degli Anni di Piombo, in cui la vita umana valeva pochissimo, le armi e i pestaggi erano all'ordine del giorno e l'estremismo politico aveva portato a una serie di recrudescenze incresciose.

Il movente del delitto passionale finì quindi per fare da schermo a un agguato in piena regola, di cui solo Pino la rana venne condannato in via definitiva (sebbene scontò all'effettivo solo sette anni di carcere).

Il ritrovamento delle pellicole e l'uscita del film

Dopo il massacro di Ostia, il ricatto perse ogni valore contrattuale per la banda: tenere quelle bobine significava infatti conservare la prova materiale di un omicidio che aveva scosso l'Italia intera.

I malviventi, però, non le bruciarono, ma le abbandonarono nella primavera del 1976 in un deposito nella zona di Cinecittà, senza aver incassato alcun riscatto.

Nonostante ciò, secondo le ricostruzioni storiche queste bobine non sarebbero state usate per il montaggio del film.

Il montatore Nino Baragli e la produzione, infatti, già nei mesi precedenti erano riusciti a ricostruire e completare il film utilizzando i "doppi" delle scene (le stesse scene delle bobine, ma girate da una inquadratura diversa), che erano gli scarti di lavorazione del regista, e le pellicole "intermediate", che furono utilizzate per ricostruire i negativi a contatto utilizzando una tecnica innovativa.

Il film, sebbene non con le inquadrature scelte dal regista, fu presentato in anteprima mondiale a Parigi il 22 novembre 1975 e giunse nelle sale cinematografiche italiane il 10 gennaio del 1976, per poi essere sequestrato dalla magistratura pochi giorni dopo per oscenità (ma questa è un'altra storia).

Perché il caso Pasolini non è mai chiuso

A cinquant'anni dal delitto dell'Idroscalo, la nuova inchiesta della Procura di Roma rimette tutto in discussione.

L'obiettivo è dare finalmente un nome e un volto ai tre profili di DNA ignoti (isolati dal RIS tra il 2014 e il 2015) presenti sui reperti dell'omicidio: tracce finora rimaste senza colpevoli, ma che oggi, grazie all'evoluzione della genetica forense e all'accesso alle banche dati moderne, possono essere comparate con maggiore precisione rispetto al passato.

Perché se il cinema ha trovato il modo di ricostruire la sua opera, la storia italiana aspetta ancora di conoscere tutti i colpevoli di uno dei delitti più efferati dell'Italia repubblicana.

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Veronica Miglio
Storyteller
Laureata in Lingue Straniere, qui a Geopop lavoro come autrice editoriale, raccontando storie e curiosità. Alle spalle ho un background lavorativo diviso tra insegnamento, uffici stampa e giornalismo locale, anche se il mio percorso nel mondo della comunicazione è partito tra i microfoni della radio universitaria, dove mi occupavo di politiche europee. Fuori dall'ufficio mi divido tra fotografia e scrittura, ma quando posso ritaglio un angolo di tempo per dipingere con i pastelli a cera.
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