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1 Ottobre 2026
10:30

Cosa succede al corpo sopra gli 8.000 m: perché nella “zona della morte” non riesce più a recuperare

A 8.000 metri la pressione atmosferica è circa un terzo di quella al livello del mare e l’ossigeno disponibile si riduce drasticamente. Il corpo aumenta la respirazione e produce più globuli rossi, ma le riserve energetiche si consumano rapidamente e aumenta il rischio di edema polmonare e cerebrale.

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Cosa succede al corpo sopra gli 8.000 m: perché nella “zona della morte” non riesce più a recuperare
alpinismo
Generata con AI

Nell’alpinismo d’alta quota la “zona della morte” indica convenzionalmente la fascia oltre gli 8.000 metri, dove l’organismo umano non riesce più ad adattarsi completamente all’ambiente. L’aria contiene ancora circa il 21% di ossigeno, ma la pressione atmosferica è così bassa che diminuisce drasticamente la quantità di ossigeno disponibile a ogni respiro. Il corpo reagisce aumentando la ventilazione e producendo più globuli rossi, ma questi meccanismi di compensazione hanno un limite e non possono sostenere l’organismo indefinitamente. La permanenza prolungata a queste quote porta quindi a un progressivo esaurimento delle riserve fisiche e della capacità di recupero, aumentando il rischio di gravi complicazioni come l’edema polmonare e quello cerebrale.

Dalla spedizione svizzera del 1952 alla “Death Zone”

Il termine “zona della morte” fu coniato nel 1952 dal medico e alpinista svizzero Edouard Wyss-Dunant, capo della spedizione svizzera sull’Everest. Oggi il nome viene usato per indicare convenzionalmente le quote estreme, generalmente da circa 8.000 metri in su. Non è però un confine biologico netto: dopo un’adeguata acclimatazione il corpo può resistere per un periodo limitato, ma non riesce più a compensare indefinitamente lo stress.

Il problema maggiore di queste quote è la pressione: a livello del mare è circa 101 kilopascal, mentre sulla cima dell’Everest, a 8.848 metri, scende a circa un terzo. La percentuale di ossigeno resta intorno al 21%, ma diminuisce la pressione parziale dell’O₂, cioè la “spinta” che favorisce il passaggio del gas dagli alveoli al sangue. È come respirare la stessa miscela, ma con molte meno molecole disponibili a ogni inspirazione.

Il corpo non è progettato per funzionare per più di poche ore o pochi giorni a quelle quote.
David Breashears, alpinista americano

Il corpo aumenta il ritmo per inseguire l’ossigeno

La prima risposta del corpo alla diminuzione dell’ossigeno è aumentare la ventilazione: respirare più velocemente e più profondamente permette di portare una maggiore quantità di aria negli alveoli e di compensare, almeno in parte, la riduzione della pressione dell’ossigeno. Durante sforzi estremi sull’Everest sono state osservate frequenze respiratorie fino a circa 80 atti al minuto, un dato che dà un’idea di quanto possa diventare intenso il lavoro necessario anche solo per respirare a quelle quote.

Nel frattempo anche il sangue si adatta. I reni aumentano la produzione di eritropoietina, un ormone che stimola il midollo osseo a produrre più globuli rossi. In questo modo aumenta la quantità di emoglobina disponibile per trasportare ossigeno, ma c’è anche un costo: aumentando la massa dei globuli rossi, il sangue diventa più viscoso. È quindi una risposta utile per compensare la carenza di ossigeno, ma che comporta a sua volta un maggiore impegno per la circolazione.

Quanto sia estrema questa situazione è emerso anche dal progetto Caudwell Xtreme Everest. In uno studio pubblicato nel 2009, i ricercatori analizzarono direttamente il sangue arterioso di dieci alpinisti durante la scalata all’Everest. A 8.400 metri, in quattro campioni prelevati mentre i soggetti respiravano l’aria ambiente, la pressione parziale arteriosa dell’ossigeno era in media di appena 24,6 mmHg. A livello del mare, in una persona sana è normalmente intorno a 95–100 mmHg: significa che a 8.400 metri questi alpinisti avevano nel sangue arterioso una pressione parziale dell’ossigeno pari a circa un quarto di quella normalmente osservata al livello del mare.

Quando il bilancio energetico va in rosso

La “zona della morte” non è pericolosa solo perché l’ossigeno scarseggia. A quelle quote, infatti, anche le attività più semplici diventano estremamente dispendiose: respirare richiede più lavoro, muoversi costa molta più energia e il freddo aumenta ulteriormente il consumo calorico. A questo si aggiunge la perdita di liquidi, favorita dalla respirazione rapida in un’aria molto fredda e secca. Mangiare, inoltre, può diventare difficile, con nausea, perdita dell’appetito e stanchezza che rendono complicato assumere abbastanza cibo per compensare tutta l’energia consumata.

Se per un periodo prolungato l’organismo consuma più energia di quanta ne riesca ad assumere, deve ricorrere alle proprie riserve. Vengono utilizzati glicogeno e grassi e, quando il deficit energetico diventa più marcato e prolungato, aumenta anche il ricorso alle proteine dei tessuti corporei. È in questo senso che si può dire che il corpo “consuma se stesso”: non perché a 8.000 metri si attivi un meccanismo speciale che distrugge improvvisamente i tessuti, ma perché il bilancio energetico può diventare negativo proprio mentre l’organismo è sottoposto a uno stress enorme e ha sempre meno possibilità di recuperare.

HAPE e HACE: quando l’ipossia colpisce polmoni e cervello

A queste quote l’ipossia può provocare due delle emergenze più gravi della montagna: l’edema polmonare d’alta quota, o HAPE, e l’edema cerebrale d’alta quota, o HACE. Nel primo caso, la carenza di ossigeno provoca una forte vasocostrizione dei vasi sanguigni polmonari che, negli individui predisposti, non avviene in modo uniforme. Il sangue viene così convogliato maggiormente verso alcune zone del polmone, facendo aumentare la pressione nei capillari e sottoponendo la loro parete a uno stress che può favorire la fuoriuscita di liquido negli spazi tra i tessuti e negli alveoli. La respirazione diventa progressivamente più difficile e, nei casi più gravi, possono comparire tosse con catarro schiumoso e tracce di sangue.

Nel cervello, invece, l’ipossia può alterare la regolazione del flusso sanguigno e favorire un aumento del contenuto di liquidi nel tessuto cerebrale. Uno dei segnali più caratteristici è l’atassia, cioè la perdita di coordinazione dei movimenti, che può far camminare una persona in modo instabile, come se fosse ubriaca. Possono comparire anche confusione, alterazioni dello stato di coscienza e, nei casi più gravi, il coma. HAPE e HACE sono entrambe emergenze mediche: quando compaiono, l’obiettivo è ridurre rapidamente l’ipossia, soprattutto attraverso la discesa a quote inferiori e, quando disponibile, la somministrazione di ossigeno.

Perché la discesa è il momento più pericoloso

Arrivare in cima non significa aver superato il pericolo. Dopo ore di sforzo a quote estreme, infatti, bisogna ancora affrontare la discesa, spesso quando le riserve fisiche sono già molto ridotte. Uno studio del Massachusetts General Hospital pubblicato nel 2008 ha analizzato i decessi avvenuti sull’Everest tra il 1921 e il 2006. Tra i 94 alpinisti morti dopo essere saliti oltre gli 8.000 metri, 53, cioè il 56%, morirono durante la discesa dalla vetta; altri 16, il 17%, morirono dopo aver rinunciato al tentativo. Inoltre, chi non sopravviveva tendeva a raggiungere la vetta più tardi (dopo le 14).

Raggiungere la cima è facoltativo, tornare indietro è obbligatorio
Ed Viesturs, primo americano a scalare tutti i 14 ottomila senza utilizzare ossigeno supplementare

Il dato aiuta a capire la logica della Death Zone. Non basta arrivare fisicamente sulla cima: bisogna avere ancora abbastanza riserve energetiche, capacità cognitive e coordinazione per tornare indietro. A quelle quote anche un errore banale può diventare decisivo, perché ipossia e fatica compromettono movimento e capacità decisionale.

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