
Il 31 luglio del 1954 due alpinisti italiani, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, raggiunsero per primi al mondo la cima – a 8611 metri – del K2, abbreviazione di "Karakorum 2", la seconda cima della catena del Karakorum, seconda più alta del mondo dopo l’Everest. I due alpinisti facevano parte della spedizione guidata dal geologo Ardito Desio, impresa fortemente voluta sia dalle istituzioni italiane che dalla comunità scientifica, per risollevare l’Italia e gli italiani dopo le due Guerre Mondiali.
La spedizione fu sì un successo, ma in seguito si aprirono importanti polemiche per le testimonianze – poi confermate nel 2008 – di altri membri della spedizione: l'italiano Walter Bonatti e il pakistano Amir Mahdi, incaricati di trasportare le bombole d'ossigeno per Compagnoni e Lacedelli.
La storia della salita al K2 è ben rappresentata in un documentario uscito nel 1955 "Italia K2″ con regia di Marcello Baldi, che si basa sui numerosi documenti storici che testimoniano l'impresa.
Come nasce l’idea di scalare il K2: tentativi precedenti e orgoglio nazionale
Il progresso economico e industriale a cavallo tra il XIX e il XX secolo porta una grande attenzione verso le esplorazioni: questi sono gli anni delle prime grandi avventure alla scoperta dei luoghi ancora inesplorati del globo. Si pensi all’epica spedizione Endurance ai poli del 1914 e ai primi tentativi di scalare le vette più alte del mondo. Non a caso, in questo periodo di grandi imprese geografiche hanno grande successo i romanzi d’avventura, come quelli di Robert Louis Stevenson, Jules Verne ed Emilio Salgari.
Per quanto riguarda l’esplorazione delle cime, l’obiettivo è ovviamente raggiungere quelle più alte della catena dell'Himalaya, in particolare l’Everest – che sarà scalato fino alla cima degli 8.848 metri per la prima volta nel 1953 dal neozelandese Edmund Hillary e dallo sherpa nepalese Tenzing Norgay – e il K2, considerati metaforicamente il “terzo polo”.
Il primo a tentare la scalata del K2 fu proprio un italiano, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta – duca degli Abruzzi, alpinista di grande preparazione ed esperienza – che nel 1909 tentò l’ascesa, ma si dovette fermare alla quota dei 6666 metri. Riuscì comunque ad aprire una via lungo il versante pakistano del colosso sulla cresta sud-est, denominato successivamente proprio “Sperone Abruzzi” in suo onore.

La straordinaria spedizione del 1954: premesse e sostegno del governo
Per i successivi decenni, la conquista del K2 fu per l’Italia un dichiarato obiettivo sia per l'alpinismo sia per la ricerca scientifica, fino a diventare un vero e proprio manifesto politico: riuscire a scalare la vetta sarebbe stato un riscatto per un Paese provato dalla Prima e dalla Seconda Guerra Mondiale, un segno di superiorità rispetto ad altri Stati che miravano allo stesso obiettivo.
Proprio per questo, dal 1948 al 1950 Ardito Desio, professore universitario, geologo ed esploratore di lunga esperienza, studiò la possibilità di arrivare alla vetta del K2 tramite lo Sperone Abruzzi. Fu sostenuto dal governo De Gasperi prima e da Pella e Fanfani poi, favorevoli a imprese come questa, che potessero ridare prestigio all’Italia a livello internazionale. Desio ebbe a disposizione il sostegno economico, organizzativo e diplomatico del governo per poter organizzare l'impresa con l'aiuto di consulenti scientifici di alto livello, dialogare con il governo del Pakistan e avere tutte le forniture di materiali. Anche il CAI – Club Alpino Italiano e il CNR – Consiglio Nazionale della Ricerche sostennero l’iniziativa, contribuendo alla formazione della squadra e agli approfondimenti tecnici e scientifici necessari.
La partenza della spedizione sul K2: Ardito Desio e la sua squadra
Fu così che il 26 aprile 1954 la spedizione partì dall’Italia: insieme ad Ardito Desio ci sono gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, che arriveranno in cima, il giovanissimo Walter Bonatti che avrà un ruolo cruciale nella vicenda, Erich Abram, Ugo Angelino, Cirillo Floreanini, Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto, il medico Guido Pagani, l’ingegnere Pino Gallotti, Mario Fantin che era anche fotografo e regista, e Mario Puchoz, che purtroppo morirà per edema polmonare nelle prime fasi dell’impresa. Oltre agli alpinisti, insieme a Desio, c’erano anche altri ricercatori – l’archeologo Paolo Graziosi, il geofisico Antonio Marussi, il petrografo Bruno Zanettin e il topografo Francesco Lombardi – e dieci guide e portatori locali, presenti per sostenere la spedizione e aiutare negli allestimenti. Il governo pakistano inviò poi due partecipanti, per osservare e collaborare: Muhammad Ata-Ullah e Amir Mahdi.

La conquista della vetta: successi e controversie
Alla fine di maggio, dopo circa un mese dall'inizio della spedizione, il gruppo arrivò al campo base dei 5000 metri: Ardito Desio, capo della spedizione, si fermò qui e continuò a comunicare con i compagni tramite documenti dattiloscritti. La decisione di Desio fu dettata dal grande significato politico e nazionalistico che venne dato alla spedizione, motivo per cui decise di restare “in basso”, curandosi unicamente della responsabilità gestionale.

Alla fine di giugno furono aperti cinque campi man mano che si saliva in quota e, nelle prime due settimane di luglio, vennero toccati i 7000 metri di altezza.
Il 29 luglio due alpinisti iniziarono a salire verso il campo ottavo, fissato a 7900 metri: si trattava di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Quello stesso giorno Walter Bonatti e Amir Mahdi cercarono di raggiungere Compagnoni e Lacedelli per portare loro l'approvvigionamento di ossigeno di cui avevano bisogno, ma furono costretti a un bivacco d’emergenza intorno agli 8000 metri, che in seguito fu oggetto di numerose controversie.
Il 31 luglio Compagnoni e Lacedelli salirono fino agli 8611 metri, conquistando per primi la cima del K2. Quando la squadra rientrò in Italia, furono accolti come eroi nazionali.
Il giornalista Paolo Monelli scrisse su La Stampa:
“Per quel tricolore legato al manico di una piccozza piantata sulla più alta vetta del mondo che fosse tuttora inviolata, oggi noi italiani andiamo per via come ci fossimo messi un fiore all’occhiello, con passo più alacre, con cuore più lieve”.
In seguito si aprì però una lunga polemica, proseguita anche per vie giudiziarie e terminata solo nel 2008, sul ruolo di Bonatti e Mahdi che vennero accusati di non aver adeguatamente collaborato con i compagni, per essere poi scagionati e riabilitati, con riconoscimento ufficiale del CAI.